I musei ci sono, non i visitatori

Girare il mondo è condizione sine qua non per chi si appassiona o lavora nel mondo dell’arte contemporanea. Girandolo e facendo confronti si ha la sensazione di vivere in un Paese in cui i musei che espongono arte di oggi non intercettino visitatori “veri”. Tolte le gite scolastiche e gli addetti ai lavori, non rimane granché.

Thomas Schütte - United Enemies I-II - 2011 - collezione dell’artista, Düsseldorf - veduta dell'installazione al Castello di Rivoli, 2012 - photo Sebastiano Pellion, Torino

Vera o non vera che sia la percezione, è comunque verosimile e dunque vale la pena analizzarla cercandone le concause. Una di queste è che negli ultimi trent’anni il Paese si è divertito realizzando centri d’arte contemporanea in luoghi a seconda dei casi impervi, spiacevoli, fuori dai grandi flussi turistici e comunque malamente collegati. Si è iniziato negli Anni Ottanta con Rivoli, poi con Prato, ma in entrambi i casi (e non si tratta certo di metropoli globali) non certo a Rivoli-centro o a Prato-centro. A Bologna c’era la Gam, ma anche lei in una collocazione marginale, adiacente al quartiere fieristico: luoghi dove nessun turista “normale” mette piede. Specie in città che hanno indici di permanenza inferiori alle 24 ore. Si è proseguito con una serie di aperture in località diversamente centrali: Nuoro, Siracusa, Pesaro, Cuneo, Codroipo, Benevento, che a un certo punto aveva due ambiziosi centri d’arte, che nessuno però poteva andare a vedere perché stavano, giustappunto, a Benevento.
Nel frattempo il quadro internazionale, col quale parte di questi musei dovevano e devono confrontarsi, lavorava in maniera diametralmente opposta. Il principale centro d’arte contemporanea di Londra, la Tate Modern, è raggiungibile a piedi, tramite scenografica passerella pedonale, dalla cattedrale di Saint Paul; il MoMA è il cuore Manhattan; il Reina Sofía è allo stesso tempo in centro a Madrid e vicino alla principale stazione ferroviaria della città; il Pompidou di Parigi è il posto più raggiungibile che si possa immaginare: chi va in bici ha le stazioni del Velib’, chi va in auto ha un parking sotterraneo, le metro sono a poche decine di metri e perfino la ferrovia RER è vicinissima per tutti coloro che provengono da fuori città.

Hangar Bicocca
Hangar Bicocca

Tutto questo significa, molto banalmente, beneficiare di molti visitatori in più. Significa soprattutto avere tutti quei visitatori che visitano pur non avendo previsto di visitare. Pur non avendolo pianificato. Quanta gente entra e visita il Beaubourg solo perché passeggiando per il Marais ne intravede la mole? Quanta gente, grazie a queste collocazioni strategiche, ha scoperto l’arte contemporanea semplicemente a seguito di una passeggiata da fine settimana in una capitale occidentale? A qualcuno risulta che si possa incontrare per caso, passeggiando, il Maxxi o l’Hangar Bicocca? Questo vulnus logistico quanto inficia il successo dei nostri musei? E quanto rende vani gli investimenti che questi musei richiedono?
I modelli, di qui in avanti, dovrebbero dunque cambiare. Non più andare a cercare spazi decentrati (sebbene sia sempre giusto, avendo le risorse, realizzare nuove architetture), bensì rifunzionalizzare spazi centrali o centralissimi in modo, una volta a regime, da poter sfruttare a pieno il passaggio che li lambisce. Avere visitatori senza dover fare una fatica cane per convincerli a venire, insomma. Buone pratiche in questa direzione ne abbiamo peraltro già in casa. Si prendano le Gallerie d’Italia promosse da Intesa San Paolo: a Milano affacciano su piazza della Scala e anche grazie a questo stanno avendo un successo clamoroso, stanno entrando nel cuore dei milanesi e nei percorsi obbligati dei turisti che, pascolando tra Duomo, Galleria e Montenapoleone, le incontrano per caso e… entrano! Si prenda ad esempio Palazzo Strozzi, autentico hub culturale nel luogo più baricentrale di Firenze, forse ancor più di piazza della Signoria o Ponte Vecchio. Una gestione indipendente, uno spazio al piano nobile per grandi mostre di cassetta, eventi da grandi numeri ma sempre di elevato lignaggio curatoriale e di ricerca. Un caffé, una buona libreria, una piazza culturale (il cortile del palazzo) utilizzata come tale (performance, tavolini all’aperto) e, nei sotterranei, un vivace, aggiornato e puntuale centro d’arte contemporanea che, guarda caso, è l’unico rimasto in attività in tutta la Toscana, visto che i tanti spazi decentrati di cui sopra (da Siena a Prato passando per Pistoia) o hanno alzato bandiera bianca o minacciano di farlo perché, senza visitatori, non ne è giustificata l’esistenza. Risultato: grande coinvolgimento della città, grande partecipazione, opening che si trasformano in happening urbani con file chilometriche di ordinati fiorentini che ambiscono a esserci.

Il Centro Pecci di Prato
Il Centro Pecci di Prato

Quando mai ci saranno nuovamente risorse per progettare ulteriori spazi culturali nelle nostre città, questo dovrà essere il modello da seguire per ottimizzare le risorse e, finalmente, fare in modo che anche i musei d’arte contemporanea italiani abbiano ciò che ora non hanno: i visitatori.

Massimiliano Tonelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #15

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web “Exibart”. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss e l’Università La Sapienza di Roma. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Gambero Rosso, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. E' stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente è direttore di Artribune.
  • Zico

    cosa dovrebbero voler visitare le persone – e i più giovani in particolare – se a scuola non si studia la storia dell’arte?

    • Helmut

      A scuola non si è mai insegnata l’arte contemporanea.

      • Zico

        ma manco quella antica
        in Italia dovrebbe essere l’abc
        tutti dovrebbero sapere chi sono Benozzo Gozzoli e Cosmè Tura – per legge!

  • La realizzazione di grandi musei in luoghi periferici avrebbe lo scopo di “riqualificare” o valorizzare determinate aree se non addirittura di opporsi ai meccanismi che determinano la divisione di certi luoghi del nostro paese in “centri” e “periferie”. Che poi il popolo di queste periferie non abiti i musei e non prenda parte alle attività che vi si svolgono è ahimé un altro argomento.

    • cancelloarte

      non è “un altro argomento”: è l’argomento. Per riqualificare aree degradate ci sono molti mezzi, concreti o utopici (in fondo basta un giardino pubblico ben tenuto). E nelle città medio-piccole le zone più degradate sono i centri storici, non le periferie.
      Ma l’articolo è molto interessante, perchè pur aggirando la questione principale di tutta la faccenda (il vil denaro…), asserisce la corrispondenza tra il successo di un museo e il suo radicamento nel centro cittadino (va da sé che è fin troppo facile radicarsi in un polo turistico come Firenze, Londra, Parigi; ben più difficile farlo a Prato, anche in pieno centro). Il commento di Zico poi è lapidario e ineccepibile: si può solo aggiungere che non è così desiderabile un sistema museale fatto apposta per i turisti; il Museo deve fare cultura, non venderla e basta.

  • Forse un museo dovrebbe dialogare realmente col territorio per fare cultura, per cui perché quando si visitano certi musei tracce del territorio nemmeno l’ombra, ma sempre i soliti lavori dei soliti artisti?

    Poi dopo decenni di snobbismo verso il pubblico ora che i dindini sono finiti si trova la scusa della mancanza di attenzione, ma cosa si è fatto prima?

    Per non parlare se realmente quello proposto in certi musei è cultura non interessi privati…

    La collocazione marginale è sicuramente una penale, tanto più se come per Rivoli per arrivarci devi prendere la metro e poi un bus per un totale di almeno trenta minuti di spostamento, se sei nel centro, se non penso anche molto di più.

    Gallerie d’Italia, ci sono stato tre volte dopo l’inaugurazione (che era affollatissima) ma l’ho trovato sempre vuoto a parte il gentilissimo personale…

    • un critico italiano

      30 minuti per arrivare a Rivoli? Magari…dalle stazioni metro + 2 bus dai 60 ai 90 minuti. A parte le considerazioni logistiche relativamente ai contenuti dell’articolo bisognerebbe adottare due registri. In centro i Musei principali nelle zone non centrali, che non bisogna assolutamente trascurare, realtà diverse, relazionate con i territori ed a forte vocazione didattica

  • Cristiana Curti

    Un argomento che bene controbatte la teoria di Tonelli, non del tutto da scartare però, è che uno dei “nuovi” musei meno centrali d’Italia, il MART di Rovereto, ha invece spiazzato questo trend al ribasso dei maggiori centri culturali del contemporaneo nel nostro Paese.
    La realtà è che conta la produzione del museo, la gestione economica e culturale e le risorse, ça va sans dire. Con fondi decenti e un buon direttore le cose marciano, come fu proprio ai tempi per le realtà descritte di Prato e Rivoli e del purtroppo affondato cartellone contemporaneo a Bologna, un tempo davvero all’avanguardia. Per non parlar del Macro, mentre il MAXXI ancora deve davvero decollare perché almeno sino ad oggi privo di direzione adeguata ma soprattutto privo di un deposito permanente di opere come si converrebbe per quel luogo. Vedremo in futuro.
    Non sarà un caso che Prato e Rivoli deprimono il visitatore, il quale si dirige piuttosto, se è in quel di Torino, verso la Rebaudengo che ha sedi che non si possono dire comunque centralissime.
    Per quanto riguarda Milano, la Garberi di ottima memoria aveva impostato 40 anni fa un progetto di straordinaria lungimiranza, l’asse del modermo/contemporaneo che passava da Villa Belgioioso e dal PAC sino a Palazzo Reale.
    Ma i “contemporanei” hanno distrutto quanto di buono fatto allora e hanno impedito la costituzione di un polo d’arte che sarebbe stato il più innovativo e straordinariamente ben coordinato d’Italia. E questo proprio in virtù del fatto che la latitanza colpevole di una direzione seria di Palazzo Reale (e del PAC e della GAM) ha permesso di rendere il sito (già pronto con cospicue donazioni, poi disperse in mille rivoli e solo parzialmente riunite da poco nel Museo del Novecento, per ospitare un Museo del contemporaneo in pieno centro) il modesto spazio pubblico di eventi da quattro soldi con un cartellone talmente miserevole da non comparire quasi ovunque in Italia, manifestazioni perlopiù preconfezionate dallo scarsissimo valore culturale e dal nullo interesse. E questo proprio invocando la maggior fruibilità del “popolo bue”. Che, almeno in questo caso, bue rimane anche se riempie le sale di esposizioni sempre più arraffazzonate e improbabili. E qui si ritorna al mesto capitolo aperto da Zico, perché davvero nessuno – e dico nessuno, salvo forse pochi illuminati pochissimo ascoltati – discute mai dei prodotti culturali che sono di fatto l’unico aspetto che conta per la cultura di una città.
    Forse perché teme di perdere quel minimo posticino al sole guadagnato così faticosamente?

    • >>>cristiana citi il macro, hai qualcosa da contestare alle recenti gestioni?
      >>>per quanto riguarda il maxxi: se uno spazio d’arte contemporanea pubblico si deve differenziare dal museo del novecento, potrebbe non prevedere necessariamente un deposito permanente, che anzi potrebbe nuocere al dinamismo che uno spazio pubblico attivo sul contemporaneo deve avere.

  • Basterebbe il nome Musei.Fondazioni.
    Dà di solido , radicato, validato storicamente.
    Peccato che la storia si muove,velocemente e lascia indietro chi, sugli allori, riposa.

    Che rapporto hanno questi Musei,con la collettività?
    Come si rapportano al mondo per comunicare la loro esistenza ?
    Che relazioni creano con le persone alle quali vorrebbero offrire “cultura ?
    Quali esperienze offrono al pubblico ?
    Come le comunicano ?
    Quali competenze ritengono di dover avere ?

    Se il “mercato” non risponde ,forse bisognerebbe domandarsi quale cultura
    hanno i responsabili di questi Musei ,e se la stessa , non è sufficiente per rapportarsi in maniera efficace con i loro potenziali fruitori.

    Forse i curatori non curano, forse i comunicatori non comunicano, forse gli artisti non ..artano, forse i direttori …non dirigono.
    Forse il loro linguaggio non comunica.

    Singolare.

    O forse pensano che un Museo o Fondazione esprimendo “valori” che l’appellativo stesso garantisce, li sottrae al dovere di confrontarsi con l’ambiente umano che dovrebbero nutrire .

    Ho la sensazione che l’idea di “cultura” , diffusa in molti ambienti , sia lontana dal sentire comune.
    Sia lontana nei modi e nella sostanza dalle aspettative di quel villaggio globale
    che trova in altri luoghi , esperienze,opere, istruzione, che i Musei con la loro
    supposta solidità,o proprio per quella non sono in grado di offrire.

    Il mondo è liquido,le informazioni viaggiano su binari che cambiano sempre
    e con modalità che ogni giorno dobbiamo nuovamente imparare.
    I Musei come si adeguano ?
    Sono altrettanto liquidi, trasparenti, partecipativi, diffusi, aperti ?
    O il loro status non gli consente di adeguarsi a quella mobilità a cui tutti dobbiamo abituarci ?

    Quello che penso è che quella liquidità necessaria a tutti per adeguarsi alle necessità del mondo, i Musei e le Fondazioni non se la possono permettere.
    Nemmeno la desiderano.Sono Istituzioni.

    Hanno altre priorità.
    Produrre valore aggiunto per chi è protagonista del loro agire.
    Direttori, curatori, artisti, critici.
    A beneficio di chi va quel valore aggiunto?
    Agli stessi direttori, critici, artisti, curatori.
    E a chi comprerà quel valore aggiunto.

    Siamo ancora al culto della personalità,alla firma, all’idea piramidale di una cultura dove le vette,hanno un nome,l’artista,curatore…e non una modalità.la partecipazione.
    L’ambiente “culturale” produce scarsità per dare valore,aggiunto.
    La diffusione,partecipazione,condivisione sembra essere un disvalore.
    Cultura bene comune….ma solo per pochi.

    Il pubblico,chiamatelo come preferite, conta poco o nulla.
    Basta che stacchi il biglietto, e si metta in fila per adorare la artistar del momento.

    Perche stupirsi che non partecipi?
    Non interessa ,in fondo.Sin quando i fondi non sono finiti.
    Troppo tardi.

    A quali “valori” pensano gli operatori culturali, quando scelgono , chi, cosa, quando, come, perchè, fare qualcosa di “culturale” ?

    Hanno questi operatori sufficiente umiltà per ascoltare il mondo al quale si rivolgono, oppure hanno troppo da dire per rendersi conto che non li ascolta piu nessuno.O solo , i soliti noti.Notissimi, sempre gli stessi.

    Quali sono questi valori ?..se li portano alla chiusura ?

    Il paziente è morto,ma i valori ….sono alti.
    Imbarazzante.

    Dare colpa alla scuola,o a chi altro, non aiuta.
    Dare la colpa ai mancati finanziamenti, significa ammettere che la cultura non produce utile.
    Dare la colpa ad altri è piu facile che ripensare a come un Museo debba, le circostanze lo impongono, fare in modo di essere motore della cultura e dell’economia.

    Se la cultura che abbiamo prodotto nei secoli è qualcosa di cui andiamo fieri,bisogna pur ammettere che quella cultura è stata nutrita,sovvenzionata,sponsorizzata dal mercato.

    Pensare al mercato come un nemico e non un alleato è una contraddizione in essere.Il mercato è l’ambiente all’interno del quale la cultura vive.
    Demonizzarlo, con una logica ancora Cartesiana, che immagina la cultura ( l’idea) separata dal corpo vivente della comunità ( materia ) è un errore.

    Pensare la cultura e i valori che essa produce come un recinto ( il Museo )
    per proteggere le “opere” ( che ora vediamo in quantita altrove,senza che ci sia bisogno di “dargli” un valore , a posteriori..) dalla confusione con il quotidiano ( lo ha fatto Duchampe per primo, vero?) è un errore.

    Quali sono le opere? Quelle da esporre,promuovere,comunicare,intendo.Quelle che necessitano di un percorso critico per poter essere considerate tali, o quelle che vediamo tutti i giorni ovunque,nelle strade,nei blog, nei social network ? Non è forse vero che la nostra cultura visuale la maturiamo ora piu di prima in video,nel web ?
    Peccato che senza quel valore aggiunto,che i musei si preoccupano di procurare a chi di dovere,quello che vediamo altrove pare che valore ,non ne abbia.
    Gli manca la benedizione.

    Siamo ancora nel medioevo.Dove i sacerdoti di turno,curatori e critici investono opere e persone di un “ruolo” e “valore” a cui la chiesa tutta si adegua.

    Nel frattempo miliardi di persone imparano a fotografare,scrivere,suonare,seguendo tutorial nel web.
    E produce miliardi di “opere” che sono il segno di una diffusione della cultura.
    Opere che spesso non si preoccupano nemmeno di valorizzare.

    Il valore è già nel fatto stesso che hanno imparato a scrivere,fotografare,filmare.
    Il valore è già nel fatto stesso che quelle opere vengono trasmesse,comunicate,scambiate,trasformate,giudicate,commentate.
    Non hanno bisogno che alcuno le investi di un valore , altro.

    Come lo utilizzano il web questi musei?
    Pensano di utilizzarlo alla stregua o in sostituzione di vecchi strumenti ?
    Mail al posto della posta, Pagina web, al posto del foglio informativo…o hanno capito che quei nuovi strumenti hanno ben altre modalita e potenzialità d’uso ?

    Il mezzo è il messaggio, vero?
    I Musei come lo utilizzano questo mezzo ?

    Riescono ad avere la stessa …duttilità, fluidità, rapidità, partecipazione, coinvolgimento….?
    Queste ed altre sono le cose di cui il mondo,tutto , si nutre.

    E se i valori della cultura che i musei dovrebbero esprimere non li si sa comunicare…

    Il paziente è morto,ma i valori, sono alti.

  • Prima di fare l’italia bisogna fare gli italiani, prima di fare i musei bisogna fare gli spettatori. Quindi distruggiamo i musei e preghiamo che chiudano.

    A mio parere l’articolo solleva un punto centrale. L’arte è come un cinema dove la platea è fatta solo di addetti ai lavori e pochi curiosi. Come se al cinema ci andassero solo attori, registi, sceneggiatori ecc ecc.

    Non esiste un pubblico VERO appassionato ed interessato, senza avere doppi fini “lavorativi”.

    Queste cose gli addetti ai lavori (i direttori dei musei) NON le diranno mai. Si cerca di fare qualcosa (mostre spesso insignificanti rispetto al presente) cercando di far quadrare il bilancio del museo. I casi Mambo e Madre sono estremamente significativi. La cosa migliore che vediamo al Mambo è sempre e solo un quadro di Morandi nella collezione permanente.

    Le mura del museo non proteggono ma DIFENDONO l’arte da un presente a cui di quella ARTE lì non gliene potrebbe fregare di meno. E non è questione di un pubblico volgare e stupido (come ci vogliono far credere molti operatori del settore, vedi Vettese) ma di mancanza di luoghi e opportunità. Non esistono momenti di divulgazione anche piacevole e popolare.

    Negli ultimi anni ho contribuito ai contenuti di un corso che avviene nei pub, nei bar. E dai dati che ho posso dire che le persone si accendono. Godono, vogliono capire. Il giorno dopo vivono la loro vita con una sensibilità diversa.

    Forse dovremo distruggere i musei, come le Chiese, per vedere se possediamo e desideriamo il Desiderio e la Passione per i Musei e per le Chiese. Perchè in fondo quello che fa esistere l’arte p la religione è in noi. Deve essere in noi.

    Quindi sono tutte stronzate queste riflessioni su dove mettere il museo. Prima di fare il museo bisogna fare gli spettatori. Prima di fare l’italia bisogna fare gli italiani.

    • Cristiana Curti

      Con questo ragionamento, nessuno avrebbe mai costruito una scuola pubblica e noi non saremmo neppure in grado, oggi, di partecipare a un commentario su internet.

      • Non bisogna farli bisogna accettarli

        questo è il problema

        i musei di arte contemporanea italiana non funzionano perché sono fuffa straniera imposta da quattro gallerie sotto-dipendenti da questi piccoli mercati finti che si cerca di imporre qui,

        il nostro paese ha una delle tradizioni i ambito artistico più interessanti e una categoria di promotori delle peggior specie..

        Poi personalmente penso che ci sia stato molto lassismo … e uso un eufenismo.

        • I Musei non funzionano,questo è un fatto.

          Evidentemente:

          1) offrono un servizio/prodotto che non interessa
          oppure
          2) non sanno comunicarlo

          oppure entrambe le cose.

          Questo è grave.

          Ma non lo è a sufficienza per favorire nei responsabili di questo fallimento un ripensamento di cosa sia ;

          CULTURA
          VALORE
          ARTE
          COMUNICAZIONE.

          E sopratutto manca un’attenzione a quelle che sono le esigenze e bisogni del potenziale pubblico.Non lo conoscono e non interessa a questi operatori conoscerlo.

          Non sono i loro referenti.

          Magari organizzeranno interessantissimi workshop, e dibattiti…. culturali in merito.
          Con il risultato che queste interessantissime riflessioni portano ..al fallimento.
          La cultura produce fallimenti.Ottimo.

          Evidentemente, va bene cosi.

  • Angelov

    A volte le formule funzionano, altre volte no.
    Invito a leggere l’ottimo l’articolo di Giulio Dalvit, “Stato dei musei #0 Milano”, dove si parla del Museo del Novecento, nella centralissima piazza del Duomo, che nel 2012 ha perso 260.000 visitatori, passando dal 13 al 29 posto tra i musei più visitati d’Italia.

  • Matteo

    Qualche links.
    Mi auguravo di non dover più sentire ” prima di fare l’Italia , bisogna fare gli italiani “. Anch’io sono convinto che ” non si può dire gatto se non ce l’hai nel sacco”. Anche Zico non scherza: la storia dell’arte a scuola e’ sempre coincisa con un momento di ricreazione, di profondo disimpegno. Bisognerebbe ” fare gli alunni prima dell’insegnamento”?. Il business legato ai musei e’ uno dei temi centrali nella scelta dell’opera d’arte, la quale deve supplire alle gite della domenica e ai posticipi calcistici. Quanto fermento ! Quanto desiderio di parlare e ” fare arte ” in questi ultimi decenni. Tutto questo mi riporta associativamente al cinema italiano. Annualmente si criticano i tagli lineari praticati alla cultura, evitando così di ammettere quanta poca cultura serpeggia nei copioni dei nostri film come nelle sale di musei e gallerie. L’approccio schizofrenico con il quale ci si approccia all’arte, spinge lo spettatore ad inseguire i contenitori più che i contenuti. Gli emirati ne sono una prova agghiacciante. Contenitori da centinaia di milioni di dollari dimenticati dei deserti, alla continua ricerca dell’archistar di turno che firmi l’entrata ma mai l’uscita di questo mondo dell’arte che riesce a sconvolgere esclusivamente nelle cifre alle quali vengono aggiudicati i diversi oggetti. Bilbao e’ nato vuoto e nulla e’ cambiato. Frank Gehry non contiene. Affluiscono i pellegrini come a Fatima , in visita al monolite imperscrutabile di 2001 Odissea nello Spazio. Epilogo. Il popolo non deve essere educato al fine di un approccio critico diverso. Sottolineo popolo per essere il più elitario possibile. L’intuizione di Romero datata 1969 non e’ casuale. Fabbrichiamo mega strutture perche’ dal basso non accade nulla. Ciò assicura ingenti entrate anche dopo la morte.

  • C.Liga91

    Secondo me bisognerebbe partire dalla pubblicizzazione dei musei in generale. Prendo l’esempio di Milano dove abito: l’Hangar Bicocca è uno spazio straordinario con mostre di grande livello. Il problema è che a parte TripAdvisor è molto difficile per un turista anche conoscerne l’esistenza. Ci vorrebbe un portale internet dedicato a tutti i musei cittadini, diviso per tematica, dove sono segnalate mostre, orari e prezzi d’entrata, e magari fare dei pass ad un prezzo agevolati, magari per una settimana, per vederli tutti. Il portale del turismo del Comune di Milano è piuttosto vecchio e di difficile navigabilità, con un rinnovamento, secondo me, prenderebbero visibilità tutte le realtà grandi e piccole che sono presenti in città. Il museo può anche stare in periferia, ma se ci sono i mezzi per raggiungerlo, se so che è presente una bella mostra, vado. Grazie e buon lavoro.

    • Cristiana Curti

      Questo è un altro importante tassello: la comunicazione, che in Italia (salvo rarissime eccezioni) non è assolutamente sviluppata.
      Il fatto è che il pubblico dei musei dovrebbe (dovrebbe) essere costituito perlopiù da foresti che da residenti. E senza un’adeguata comunicazione e costituzione di un circuito (come recentemente si è fatto almeno per i Capitolini a Roma) che preveda anche sconti e facilitazioni non si va molto avanti. Nel resto del mondo occidentale chiunque arrivi in un albergo trova almeno dieci folder informativi sulle offerte culturali della città con addirittura la possibilità di acquisire voucher comprensivi di trasporti e visite. Da noi, sembra questione ancora da affrontare.
      Per quanto riguarda il pubblico italico, invece, mi sento di affermare che nel momento in cui la stragrande maggioranza di noi vive in condizioni economiche del tutto compromesse rispetto a solo cinque/dieci anni fa, non è possibile ipotizzare un’affezione consapevole e motivata a luoghi che sono sempre stati percepiti alla stregua di passatempo (domenicale o no).
      La prima voce da assottigliare nel budget familiare è quella relativa alla cultura. Niente più gite, libri e, spesso, cinema.
      Quindi non sarà semplice riportare gente del posto nei propri musei se non attraverso – proprio – la mediazione degli addetti ai lavori che devono invece evitare le mostre preconfezionate e agire maggiormente sulle potenzialità del sito (sul deposito, sulle strategie di collaborazione con i privati e con altri enti, ecc.).
      Paradossalmente, quindi, mi sento di rovesciare la tesi di lr, secondo cui è da farsi prima il pubblico. Io partirei dalla gestione culturale che deve essere del tutto ripensata, ma non per questo banalizzata, anche in tempi di vacche magre e proprio attraverso l’eco degli “addetti” (coloro che non abbandoneranno mai musei e centri della cultura) si possa ottenere un più vasto consenso nei confronti dei siti espositivi.

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  • attilio

    buoni spunti nell’articolo e anche nei commenti. però Tonelli esclude per esempio il caso di Napoli (stazione metro vcinissima al Madre=museo vuoto). del museo del Novecento ha già detto – ottimamente – Delvit.

    • Concordo! non è la posizione geografica a fare la differenza. Più sotto ho scritto un commento più esteso su questo aspetto.

  • Sull’Hangar Bicocca, soprattutto questa ultima gestione ci sarebbe da fare un positivo bilancio, il che dimostra che se si vuole lavorare bene i risultati poi escono…

  • Ma l’arte contemporanea ( o quella che viene spacciata per tale) è cultura?

    Per come è sempre più gestita e proposta a me sembra sempre più un medio prodotto di consumo, pare a volte anche meno, di certo design o moda…

    Di cultura si vede ben poco, si alcune inutili filippiche (che ora mai toccano sempre gli stessi temi: sociale, comunità, sostegno etc…) ma più parole di corredo che reali fatti

    Per cui l’idea di privatizzare questi luoghi mi parrebbe la più giusta

    d.o)

    • Ecco appunto.
      Bisognerebbe appunto domandarselo in che termini l’arte contemporanea sia cultura.
      Bisognerebbe domandarsi cosa sia cultura ,se la stessa non è in grado di sopravvivere.
      Bisognerebbe domandarsi se la sopravvivenza,non è una degli obiettivi della cultura.
      Ho l’impressione che l’idea di cultura diffusa nei piu sia proprio quella di un valore aggiunto,ma non fondamentale.
      Un bel vestito per gratificare se stessi in società.
      Decorativa.

      Parlare di sopravvivenza come obbiettivo fondamentale, ma non unico, della cultura, probabilmente toglie quella patina di glamour tanto gradita da chi della cultura ne fa un uso decorativo.
      Roba da tempo libero.E sopratutto per pochi.Ma buoni ( basta crederci )

      Ne consegue un finto disinteresse per il mercato ( è roba commerciale..)
      per poter poi rivendere ad alto prezzo i propri valori.Aggiunti.

      E’ proprio il VALORE,il punto.

      Cosa è di valore ?

      Il valore della cultura si esprime nella diffusione dei saperi e nel moltiplicarsi delle competenze o come vorrebbero altri…, nella scarsità dei saperi e competenze concentrati in pochi eletti?

      Gli operatori culturali producono scarsita,concentrazione,limitazione,esclusività o
      diffusione,apertura,partecipazione e relazione ?

      I valori che la cultura tutta,arte contemporanea compresa, produce, hanno un valore di per sè,non finalizzato,insustanziale,decorativo,autogratificante o
      riescono ad immaginare un fine,una funzione,un compito senza subirlo come un dis-valore?

      Temo che proprio per esigenze di Mercato,gli operatori culturali vogliano far passare per corretta la prima delle ipotesi.

      Meno serve, l’arte, piu costa.
      Minore la funzione ,maggiore il valore.
      Minore la diffusione,maggiore il valore.

      Siamo ancora alla logica binaria Cartesiana.
      Contrapporre le idee ( valore ) al corpo ( disvalore )
      Siamo ancora al Platonismo.
      Contrapporre “la idea” ( unicità ) alle cose ( molteplicità )

      Siamo ancora all’ Ego, che non riuscendo a ri-conoscere la propria volonta di potenza ( Duchamp ne è un’esempio…) non si accorge che è solo Sopravvivenza ( Mercato ) e non cultura.

      Invece, la sopravvivenza è cultura.( Altrimenti finisco anch’io nella trappola delle contrapposizioni binarie )

      La specie umana deve proprio alla sua cultura la sua sopravvivenza.
      Non bisogna avere paura di collegare una valenza ritenuta alta ( cultura ) con una bassa ..( la sopravvivenza,… esigenze da barboni..poco cool )

      Che non lo capiscano persone che credono di essere di cultura è sinceramente,imbarazzante.

      Eppure ne và della loro.
      SOPRAVVIVENZA.

      E i musei continuano a chiudere.
      Il paziente è morto,ma i valori, sono alti.

  • Non penso che l’arte sia morta, è cambiata,

    per cui i musei dovrebbero cambiare,

    mutarsi, perdere quel ruolo finto di istituzione e diventare veramente ruolo della creatività e non usati per promuovere sotto banco mostre di gallerie ..

    perché uno dovrebbe andare a vedere una mostra come quella di Gabriele Basilico proposto al Maxxi (tanto per fare un esempio) che sono di una certa piacevolezza, ma sicuramente non dei capolavori, solo perchè vendute da qualcuno devono assurgere ad esempio,

    perchè non invitare tutti i romani a selezionare le proprie opere fotografiche e postarle su un sito farle votare e poi proporre le più belle in museo ..

    troppo moderno?

    troppo realmente aperto e autentico..

    e poi tutto il sistema dell’arte che farebbe …

    tutti a lavorare veramente?

    d.o)))

    • @doattime.
      non penso che l’arte sia morta,sempre che ti riferisca a quanto da me scritto.
      Piuttosto penso che l’attribuzione dell’appellativo “d’arte” sia strumentale il piu delle volte alla creazione di valore aggiunto.

      In assenza di quel valore aggiunto,attribuito arbitrariamente da chi si ritiene detentore di competenze e ruoli deputati a questa nominazione,le opere,ovunque esse siano e chiunque le abbia prodotte pare non abbiano valore.

      Il loro “valore” si esprime in assenza di quel giudizio.

      Il loro valore lo viviamo tutti e tutti i giorni,nella produzione,diffusione,scambio,partecipazione,di competenze ,prodotti/opere o servizi ( dargli un nome è già un errore ).

      La gratuità di queste opere,competenze,scambi……è il peccato originale che non consentendo alle stesse di essere ridotte a merce di scambio,viene svalutata da quegli operatori culturali che per esigenze di SOPRAVVIVENZA, le squalificano.

      Lo fanno parlando di VALORI.
      Mentono,sapendo di mentire.

      Oppure,io ritengo,ignorano il valore di queste opere,competenze,modalità…..

      Succede lo stesso in Politica.Dove i politici di professione ergono barriere sulle istanze che provengono dal basso.Lo fanno parlando di VALORI.Mentono.
      Succede lo stesso nella Pubblica istruzione dove i Baroni ergono barriere all’ingresso di nuove leve.parlando di VALORI
      Succede lo stesso nelle corporazioni professionali…..

      Succede a tutti gli ecosistemi che non adeguandosi all’ecosistema piu grande,il mondo, che li comprende e contiene tutti vanno in attrito con quella mobilità,fluidita,velocità,arrendevolezza,mancanza di barriere….che la tecnologia ha messo a disposizione di tutti.

      Tutto scorre, e le istituzioni fanno resistenza.
      Quella resistenza denuncia una mancanza di consapevolezza e scarsa capacità di ambientamento.E gli operatori culturali che non riescono a cambiare attitudine dimostrano scarsa CULTURA.

      Quando non,malafede.
      Per pura sopravvivenza.Non altro.

      Ci vuole coraggio,incoscienza,umiltà,continua voglia di aggiornarsi,flessibilità, per andare incontro al futuro.
      E’ interesse di chi ha posizioni acquisite questa umiltà,coraggio,flessibilita ?
      Temo di no.Purtroppo.

      Il titanic cerca il suo iceberg.E se lo costruisce con le sue stesse mani.
      Parlando di valori.

  • La Cultura non è un valore ma una sommatoria selettiva di considerazioni che, oramai, non esistono più, in quanto non espresse da una società ma da un sistema di consumo che cerca di controllarne la fruizione.

    Quella che tutti chiama cultura è tradizione sociale che, ora viene, nel caso dell’estetica, proposta come sommatoria di una storia di vite, che questa oggi sia l’arte contemporanea ho i grandi dubbi, infatti non nasce dalla società come nei secoli scorsi (che lentamente diventava significativa, vissuta da un gruppo di letterati, musicisti, artisti, filosofi, scienziati, persone loro stesse, parte di questa cultura in un confronto..) , ora tutto nasce da una filiera di produzione e consumo… promosse rapidamente, consumate a breve, non c’è deposito, non c’è riflessione aperta, si finge alla cultura ma non la si produce, siamo nell’era delle finzioni…

    Non so se sia giusto è uno specchio di questo presente, che pari anche negli altri ambiti (musica, moda, …) , a questo si aggiunge la finzione dei ruoli e dei concetti che si vogliono trattare senza in realtà dare basi concrete e autentiche….

    d.o))))))))

  • Bell’articolo e bella la discussione nei commenti.
    Il problema non è se il Museo sia facilmente raggiungili o sia in una posizione centrale. Il problema è che anche i Musei geograficamente ben posizionati hanno meno visitatori di quelli che ti aspetti.
    Negli ultimi decenni la museografia e il mondo artistico italiano sono rimasti fermi. Si è dato per scontato che il visitatore ci deve andare al Museo … cosa che scontata non è!
    Nei musei italiani ci si sente sempre ospiti e si deve stare attenti a non fare tante cose (ad es. fotografare, filmare, etc…) altrimenti i colossi come CIVITA, le Guide turistiche e le case editrici potrebbero “agitarsi”. Se vado all’estreo invece sono libera di vivere un’esperienza all’interno del Museo e mi sento accompagnata” in un percorso comprensibile ed emozionate.
    Nei musei italiani, invece, tutto è ingessato e regolamentato in modo assurdo. Tanto vale usare google art per vedere un Capolavoro degli Uffizi o cercare in rete una guida virtuale … a che serve un contenitore che sembra più una scatola, che un luogo d’incontro?

  • Anche qui alcune cose stanno cambiando, penso alla Fondazione SRR, che ha un personale sempre molto disponibile e fresco, speriamo che sia sempre più un contagio in crescita …

  • Riccardo

    la raggiungibilità, come ha già detto qualcuno, non è una questione di centro o fuori centro, specie in città come le nostre che si attraversano a piedi in 40 minuti, ma di rete efficiente di comunicazione urbana e in questo il museo francamente non c’entra. Sul “grande coinvolgimento della città” (Firenze….) avrei francamente delle perplessità, visto che l’80 per cento dei fiornetini non ha mai messo piede agli Uffizi (che direi è ben collocato…..). In realtà mi pare che la questione, che si vuole limitare ai Cnetri per l’Arte Contemporanea, riguarda il patrimonio museale italiano nel suo complesso, il quale va ripensato tutto insieme: credo sia noto allo scrivente che una altisssima percentuale dell’intero patrimonio museale italiano è vuoto o semivuoto. Dunque la collocazione in centro città, c’entra poco…

  • troppo divertente… condivido questo attimo di cultura … del vernissage…

    http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/10/24/pizzi-merletti-paese-in-fumo-e-alta-borghesia-in-arrosto/250390/

    • Bellissimo e tragicamente si ripete ad ogni vernice con Buffet … se non c’è buffet neppure la boghesia dei giornalisti si presenta … ci vanno solo quelli un po’ più seri.
      L’assalto delle cavallette! e poi si dice che con la cultura non si mangia … questi magnano e bevono eccome!

      E’ un duro lavoro presenziare ai vernissage, ma qualcuno lo deve pur fare!

  • Pingback: I musei ci sono, non i visitatori | #svegliamuseo()

  • Riccardo

    Magari fosse, come l’articolo pare indicare, solo un problema logistico! In realtà i pochi visitatori dei Centri d’ arte contemporanea visualizzano il fatto che non esiste in GENERALE un pubblico reale per i musei. Almeno non in Italia. Mi pare centrale comprenderlo bene.