Gruppo 63, avanguardia, collettivo. L’intervento di Paolo Chiasera

“Ha ancora senso oggi il termine avanguardia? E cosa significa per gli artisti decidere di lavorare in gruppo, condividendo obiettivi e ricerche, o addirittura utilizzando uno pseudonimo collettivo?”. Queste le domande del talk show che troverete sul numero 16 di Artribune Magazine, pensato in occasione del cinquantenario del Gruppo 63. L’intervento di Paolo Chiasera, che trovate in versione ridotta anche su carta, apre il dibattito.

Paolo Chiasera

Non per sfuggire alla risposta come in un “talk show” serale, ma piuttosto per invitare il lettore a riflettere sul fine di un lavoro di gruppo – in prima linea – come appunto sono state le avanguardie. È utile citare Aristotele, secondo il quale un’azione “è ciò che essa è rispetto allo scopo che le compete”. Lo scopo dell’azione prevede l’utilizzo di un mezzo per il soddisfacimento di tale scopo e, nel caso di una avanguardia, di un mezzo comune condiviso dal gruppo, che ambisca, nel suo utilizzo, a uno sviluppo che preveda il fine che l’azione si è data. Questo mezzo condiviso è, poniamo, il manifesto di intenti; è il manifesto che sancisce la nascita del gruppo. La domanda è, quindi, se oggi ci sia innanzitutto un fine e un mezzo condiviso da sviluppare in favore di tale fine comune.
Per capire se oggi esista un fine che giustifichi un’avanguardia dobbiamo capire quale traguardo intendiamo raggiungere. In passato l’avanguardia prevedeva una coscienza di classe, un gruppo di intellettuali della borghesia avevano sviluppato una coscienza infelice rispetto la condizione della borghesia stessa e impugnavano il pennello per un superamento della contraddizione capitalistica. Oggi non abbiamo una classe di questo tipo, contrapponibile ad altre classi, ma piuttosto la figura del consumatore, spesso e volentieri alienato.
L’ipotesi marxiana di uno sviluppo infinito, che avrebbe necessariamente portato al superamento del capitalismo attraverso una rivoluzione razionale, non è più percorribile come ipotesi di lavoro. Oggi è molto più chiaro come questa promessa di liberazione sia perfettamente organica allo sviluppo del capitalismo in quanto ne condivide i presupposti filosofici di ente e sua potenza che sono la base della tecnica moderna.
Non parlo solamente del desiderio surrealista, finito per essere un elemento di attrazione verso le logiche stabilite dalla macchina desiderante quale motore del flusso senza confini delle merci; per questo basterebbe ricordare come la logica del desiderio sia assumibile a quel “capitalismo e schizofrenia” puntualizzato da Deleuze ne L’Anti-Edipo come ponte verso ciò che Nietzsche chiamava l’ultimo uomo, quale figura disincantata; per cui, essendo la rivoluzione fallita, oggi tutto è permesso, ma, allo stesso tempo, ogni coscienza di classe è stata spazzata via. Dalle lotte antiborghesi alla fine della coscienza di classe, la forma odierna del mercato globale prevede il solo anonimo consumatore. Lo sviluppo infinito non porta al superamento dell’alienazione; non vi è più alcuna rivoluzione razionale di marxiana memoria; semmai ciò che si realizza è il potenziamento della razionalità tecnica come apparato e perdita di quella coscienza infelice di classe che caratterizzava il formarsi di manifesti ed intenti condivisi.

Lo spazio di Secondo Stile
Lo spazio di Secondo Stile

Non essendoci una coscienza politica, ma un sistema razionale di produzione, nell’accezione del Gestell heideggeriano come figura destinale di coerenza e sviluppo, che prevedeva l’imposizione e la provocazione di se stesso, mancano oggi le premesse dell’avanguardia.
La domanda, che ci dovrebbe fare riflettere, è quella del rapporto fra tecnica, capitalismo e libertà. Una ipotesi di avanguardia che continui a interrogare la sola politica dimostrerebbe di non aver colto il senso profondo della volontà di potenza che caratterizza quel treno in corsa che è la contemporaneità globalizzata.
Il fine dunque? Senza traguardo non c’è una selezione dei mezzi, l’azione è pratica individuale.
La critica post-strutturalista ha provato a definire una logica di azione condivisa; ma a poco servono le prediche degli intellettuali di fronte al potere seduttivo del mercato globale.
Siamo individualità nel deserto sconfinato delle merci. I più cinici e disincantati tolgono pure l’individualità… spesso purtroppo si sono fermati al primo Foucault e sanno solo ripetere la nuova canzone da organetto, di nietzschiana memoria: da “non ci sono più verità” a “il sapere è potere”. Eppure in questo deserto ci si può incontrare. Noi dell’arte lo facciamo spesso e abbiamo dei luoghi per questo.
L’invito è a considerare criticamente il luogo di coesione della comunità dell’arte che rimane il museo. Le gallerie sono sorpassate dalle case d’asta ed è facile prevedere un’implosione della categoria in una selezione che porterà sempre più all’emergere di figure individuali che agiranno semplicemente da tramite rispetto ai fondi d’investimento, diventando quei promotori che un tempo erano i galleristi, oggi ridotti loro malgrado a essere venditori da fiera.
Il museo al momento resta e, sebbene sia stato maltrattato giustamente dai grandi nomi della Institutional Critique, che resta forse l’ultimo gruppo portatore di una istanza condivisa di criticità. Per inciso, pur essendo la riflessione sul museo sostanzialmente risolta all’interno di una logica negatoria, che ha tentato la promessa, in parte fallita, di uno spostamento linguistico che garantisse nuovi modelli di partecipazione, esso rimane il luogo dove questa domanda può essere nuovamente posta. L’avanguardia è il museo? Siamo nel paradossale?

Paolo Chiasera - Màn - veduta della mostra presso la Galleria Francesca Minini, Milano 2012
Paolo Chiasera – Màn – veduta della mostra presso la Galleria Francesca Minini, Milano 2012

La rivoluzione surrealista si è voluta distaccare dalla pomposità del museo e noi perlopiù abbiamo considerato questa linea rispetto cui oggi trovo più interessante invitare il lettore a ripensare il rapporto con l’istituzione seguendo la direzione indicata dagli artisti russi dopo la rivoluzione del 1917. Anziché allontanarsi dal museo, loro hanno tentato una integrazione del museo con la vita, definendo luoghi amministrati da artisti attraverso la costruzione di spazi teatrali emancipatori. Su questa ipotesi di lavoro la collaborazione, oggi, può essere costruita all’interno delle rispettive individualità ed è in questa direzione che recentemente ho aperto due spazi pittorici, che si intitolano Secondo Stile, che hanno l’ardire di presentarsi come istituzioni. Attraverso logiche di nomadismo, essi funzionano come teatri temporanei per ospitare e presentare al pubblico opere di altri colleghi nello spazio di una o più sere evento.
Secondo Stile è un Nomadic Canvas-based Artist Run Exhibition Space. Secondo Stile è un quadro che allo stesso tempo è uno spazio espositivo.
L’immaginario è l’aspetto principale del secondo stile della pittura Romana, il secondo stile appunto. L’immaginario permette all’artista di definire un nuovo luogo d’incontro definendo nuove modalità di collaborazione.
Secondo Stile intende attivare un contro-discorso nella forma di una diversa definizione di sostenibilità dello spazio espositivo, attraverso le qualità nomadiche della tela portatile in maniera da esplorare i confini della collaborazione attraverso una idea di fluidità, indipendenza e mobilità architettonica.
Secondo Stile, come anche Jennifer Allen ha evidenziato, prevede uno spostamento del concetto dall’informazione verso il reame dell’immaginario; uno spazio illusionistico di ispirazione antica che rilancia la possibilità dell’artista di definire un segno di libertà attraverso la collaborazione.

Paolo Chiasera

http://www.paolochiasera.org/secondostile/secondostilehome.html

  • affascinante lettura, complimenti, Paolo!

  • Carla Benvenuto

    Questo testo è così pieno di logica saggezza che vorrei studiarlo a memoria e analizzarlo in ogni sua parte.
    Da ragazza stavo ore con la testa sulla scrivania invece di dipingere. Non mi interessava il mare, le barche o i pescatori che vedevo dalla finestra del mio studio: mi piaceva solo guardare. Era dentro me stessa che cercavo e non trovavo nulla di interessante da tradurre in pittura. C’era solo un gran nodo doloroso in me e non riuscivo a scioglierlo. Avevo bisogno di tempo per arricchirmi di esperienze, per comprendere cose.
    Oggi, a 57 anni, credo di aver capito alcune cose, le cose semplici che tutti noi viventi prima o poi siamo costretti a capire.
    È rimasta la grande necessità di dare sfogo a una interiorità , la mia, banale , inutile, già vista tante troppe volte nella storia dell’uomo : una manifestazione di esistenza. Ho accettato il fatto di non essere ” nessuno” , ma con il fantastico sogno di lasciare comunque un’impronta.
    Oggi la mia pittura mi ha dato gratificanti risposte. Mi offre l’illusione di esistere per uno scopo che vola così alto da nascondersi ai più…
    Questa pittura però è terrena: deve essere ” venduta” ( parola terribile, parola che può togliere aura all’opera d’Arte…e con il termine ” Opera d’Arte” ci sarebbero mille altre domande), altrimenti un giorno sarà solo spazzatura della quale i figli dovranno , se pur intristiti, sbarazzarsene…
    Quindi per me non è cambiato nulla: continuo a sognare il mio Lorenzo de Medici che non mi fa diventare una persona di ” successo” oggi, nella vita terrena, ma , sostenendomi, mi permette di provare a lasciare un’impronta di valore dalla quale , finito il mio tempo, qualcuno possa continuare.
    E comunque continuo a pensare che ciò che conta è ciò che penso e che ancora non conosco, non tutte quelle tele dipinte, ma la grande solitudine nella quale ho vissuto per realizzarle.