Generali. The Corporate Collection

Quest’anno la Generali Foundation di Vienna festeggia venticinque anni dalla sua nascita. In Europa è stata tra le prime istituzioni, finanziate da una società privata, ad aver messo a punto una collezione d’arte corporate. Ma con quali obiettivi è stata fondata, quali i vantaggi e gli svantaggi? Come è cambiata la linea della collezione nel corso degli anni e dall’insediamento della sua nuova direttrice? Lo abbiamo chiesto proprio a Sabine Folie, che dal 2008 è alla guida della Fondazione con un programma estremamente rigoroso e soprattutto senza compromessi. Fondi permettendo.

Sabine Folie - photo Dario Punales

Il 2013 è un anno speciale per la Generali Foundation, perché segna il 25esimo anniversario della sua nascita. Com’è nata e con quali obiettivi?
La Generali Foundation è nata come iniziativa di responsabilità sociale d’impresa e cultura. Mentre altre aziende hanno provato a far rientrare nella società i benefici dai profitti ottenuti supportando iniziative sociali, la Generali e l’allora amministratore delegato, tuttora presidente della fondazione, erano interessati alla cultura e hanno seguito il programma di un’iniziativa culturale. Ciò significava che la Generali come società non sarebbe stata solo associata al profitto, ma anche a un valore culturale, diciamo a un surplus spirituale, legando l’azienda a obiettivi educativi e a uno spirito progressista in termini di discorso estetico e critico. La Generali è stata sicuramente una dei primi esempi in Europa ad aver messo a punto una collezione corporate e probabilmente la prima ad aver dato vita a un’istituzione, offrendo uno spazio espositivo, una biblioteca e un’attività editoriale.

La sua missione iniziale è rimasta immutata nel tempo o è cambiata in questi anni? E come dall’inizio della tua direzione nel 2008?
Inizialmente l’obiettivo era creare una collezione accompagnata da piccole esposizioni in un piccolo spazio, almeno fino al 1995, anno in cui l’intera fondazione si è trasferita in uno spazio più grande, dove si trova ancora oggi, con uno staff più ampio. Fino all’inizio degli Anni Novanta il focus era principalmente sulla scultura austriaca e su opere a metà tra scultura, design e architettura, che a quel tempo sembravano essere sottostimate e godevano di un’attenzione minore. Ma venivano acquisiti in collezione anche disegni e dipinti di artisti austriaci. Sempre più artisti delle nuove generazioni, associati al termine di “critica istituzionale” in senso ampio, nella seconda metà degli Anni Novanta hanno cominciato a collaborare con la fondazione. Tra questi: Dorit Margreiter, Mathias Poledna, Florian Pumhösl e Heimo Zobernig. La collezione era in un certo senso eterogenea, anche se le mostre erano orientate a un concettualismo e a una critica istituzionale di matrice più ortodossa, con personaggi riconosciuti come Hans Haacke, Dan Graham, Adrian Piper, Martha Rosler, Mary Kelly, Gordon Matta-Clark…

The Content of Form - veduta della mostra presso la Generali Foundation, Vienna, 2013 © Generali Foundation - photo Margherita Spiluttini
The Content of Form – veduta della mostra presso la Generali Foundation, Vienna, 2013 © Generali Foundation – photo Margherita Spiluttini

Il mio obiettivo è stato allargare il campo verso opere e artisti che mettessero in discussione il mercato e le istituzioni come Marcel Broodthaers, che agissero in modo sovversivo, coinvolgendo meno la cosiddetta Aesthetics of Administration di Benjamin Buchloh, per privilegiare la messa in discussione delle strutture egemoni, degli apparati e della lingua attraverso diverse poetiche e metodi di “rivisitazione”. Altrettanto importanti per me sono stati “la curatela”, i metodi di display in una prospettiva storica come mezzi per produrre e comunicare il significato oltre alla singola opera presentata, così come il “libro” in quanto mezzo di produzione di conoscenza e dispositivo per “mostrare e sottolineare”. Questo ha significato e significa ancora oggi allargare il campo all’antropologia, all’etnologia, alla filosofia, ai Cultural Studies, alla poesia, alle questioni femministe e post-coloniali, alla performance.

La fondazione ha un’ampia collezione che raccoglie circa 2.100 opere di 250 artisti internazionali. Qual è la politica alla base delle acquisizioni? C’è un board che decide?
Il board cambia ogni tre anni ed è costituito da professionisti del mondo dell’arte (curatori, direttori, accademici). Proprio per questo ricambio, alcune delle posizioni suggerite dai direttori sono state discusse, amplificate ecc. Molte idee interessanti sono venute dal board, che è un animato forum di discussione sulle politiche, sulle acquisizioni e sul programma. La policy è investire in opere della post-avanguardia che potrebbero mancare in collezione, ma anche in opere contemporanee che indagano prospettive critiche. Al centro del nostro interesse rimane sempre la “criticità” nel senso più ampio.

Rainer Ganahl, S/L: Linda Nochlin, Glory and Misery of Pornography, colloquium “fémininmasculin,” Les Revues Parlées, Centre Georges Pompidou, Parigi 2/2/1996, 1996 Generali Foundation © Rainer Ganahl
Rainer Ganahl, S/L: Linda Nochlin, Glory and Misery of Pornography, colloquium “fémininmasculin,” Les Revues Parlées, Centre Georges Pompidou, Parigi 2/2/1996, 1996 Generali Foundation © Rainer Ganahl

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di una “corporate collection”?
I vantaggi sono che una collezione corporate può avere un focus specifico o specialistico, obiettivo che un museo pubblico d’arte contemporanea non potrebbe perseguire perché il suo compito è essere enciclopedico, in modo da coprire un ampio numero di movimenti e di storia dell’arte in generale. Noi invece abbiamo una missione molto focalizzata sul discorso critico e sul concettualismo dagli Anni Sessanta a oggi. Un altro vantaggio nel nostro caso è che possiamo fare un programma molto specifico, senza compromessi, e che non si indirizza a tutti i costi a un’audience ampia. Non vogliamo essere necessariamente populisti, poiché la nostra reputazione è ottima proprio grazie al programma così rigoroso e concentrato. Lo svantaggio potrebbe essere che, sebbene abbiamo chiaramente una missione educativa pubblica, aspetto che ci viene largamente riconosciuto, un’azienda privata può sempre o più facilmente decidere se sostenere un’istituzione o chiuderla semplicemente.

La prima opera in collezione è degli Anni Cinquanta e numerose sono opere concettuali degli Anni Sessanta e Settanta. Quali sono i vostri acquisti più recenti?
Opere di Joëlle Tuerlinckx, Ree Morton, Marcel Broodthaers, Ian Wallace, Klaus Scherübel, Ana Torfs, Lothar Baumgarten, Anna Oppermann, Luis Jacob, Joachim Koester, Ernst Caramelle, Josef Strau, Angela Melitopoulos/Maurizio Lazzarato, Mathias Poledna e di molti altri.

The Content of Form - veduta della mostra presso la Generali Foundation, Vienna, 2013 © Generali Foundation - photo Margherita Spiluttini
The Content of Form – veduta della mostra presso la Generali Foundation, Vienna, 2013 © Generali Foundation – photo Margherita Spiluttini

Oltre all’acquisizione, commissionate anche opere site specific per lo spazio espositivo?
Sì, anche se non molte, per mancanza di fondi, ma abbiamo anche coproduzioni. Facciamo in modo che le opere vengano prodotte grazie al nostro contributo.

Qual è la vostra politica in termini di prestito di opere?
Siamo felici di prestare le nostre opere se vengono rispettate le condizioni di sicurezza e se il concetto della mostra è appropriato. Penso che sia una delle poche istituzioni le cui opere sono tutte elencate sul proprio sito Internet. Vogliamo essere trasparenti su ciò che abbiamo.

Quali sono i musei e le istituzioni a Vienna e internazionali con cui la fondazione ha instaurato collaborazioni importanti?
Lavoriamo con molti curatori e istituzioni. Solo per fare qualche nome: Anselm Franke (al tempo presso l’Extracity Antwerp, ora al HKW Berlin), K21 Düsseldorf, Kunsthalle Düsseldorf, Museum Abteiberg Mönchengladbach….

Quali sono le attività parallele della fondazione, oltre a ospitare mostre temporanee?
Pubblichiamo specialmente scritti inediti (Adrian Piper, Morgan Fisher, Mary Kelly, Gustav Metzger) o facciamo una ricerca, approfondita, pubblicandone i risultati per primi, come nel caso di Ree Morton, per cui abbiamo fatto degli studi approfonditi sui suoi appunti e schizzi e sull’intero archivio che ha lasciato. Inoltre invitiamo accademici e studenti a visitare i nostri archivi.

Ernst Caramelle, Video–Landscape, 1974, documentazione della videoinstallazione © Generali Foundation
Ernst Caramelle, Video–Landscape, 1974, documentazione della videoinstallazione © Generali Foundation

Avete anche una libreria multimediale accessibile al pubblico con un vasto archivio di film e, da quest’anno, è possibile anche visionare materiali di documentazione delle vostre attività a partire dal 1990.
Abbiamo una biblioteca specializzata che può essere visitata, gli archivi di alcuni grandi artisti in collezione, nel media center sono a disposizione 500 film acquisiti nella collezione così come circa 250 videodocumentazioni di lecture, simposi a partire dagli Anni Novanta. Penso che questi servizi siano unici e permettano di fare esperienza della memoria collettiva di un tempo specifico, che è estremamente importante per capire la storia in generale.

Vi siete occupati di “rivisitare” o restaurare numerose opere, come il lavoro grafico o i film di Gordon Matta-Clark. Quali sono i progetti in corso?
Abbiamo appena finito di editare la vasta produzione di scritti di Morgan Fisher. Stiamo cominciando a lavorare sul catalogo ragionato di Ernst Caramelle, di cui organizzeremo una retrospettiva con un grande lavoro in situ.

Per festeggiare i 25 anni hai ideato una serie di tre mostre. Ho visitato la seconda curata da Helmut Draxler dal titolo The Content of Form e sono rimasto molto colpito dal display e dall’allestimento. Un modo originale di “raccontare” e presentare la collezione attraverso colori, testi, oggetti e opere mischiate alla documentazione di lavori installati precedentemente nello stesso spazio. Ogni mostra è stata affidata a un curatore diverso. Mi racconti com’è nata l’idea?
Da anni non mostriamo la collezione nella sua interezza. Spesso le mostre sulla collezione hanno una pessima reputazione, in quanto possono essere noiose. Allo stesso tempo, il nostro budget sta diminuendo, ciò significa meno fondi per i trasporti ecc. Così ho pensato che 25 anni fossero il momento giusto per riflettere su cosa abbiamo ottenuto, su cosa lo status di critica istituzionale può significare oggi e in generale cosa vuol dire collezionare, mostrare e curare la cosiddetta Arte Concettuale. Stiamo mettendo in discussione varie prospettive sui paradossi dell’Arte Concettuale. Ho pensato che i curatori invitati a fare una tale selezione di lavori dovessero avere una formazione e un background totalmente diversi tra loro, in modo che i punti di vista sulla collezione fossero considerevolmente differenti e che ci fosse un campo più allargato di discussione. E così è stato.

The Content of Form - veduta della mostra presso la Generali Foundation, Vienna, 2013 © Generali Foundation - photo Margherita Spiluttini
The Content of Form – veduta della mostra presso la Generali Foundation, Vienna, 2013 © Generali Foundation – photo Margherita Spiluttini

Guillaume Désanges si è concentrato sui lavori seminali di Arte Concettuale nella nostra collezione, sui pionieri degli Anni Sessanta e Settanta, e ha analizzato la nozione di “deskilling” come imperativo primario del concettualismo, appropriandosene come strumento curatoriale. Helmut Draxler si è focalizzato sui lavori degli Anni Ottanta e Novanta, ma era principalmente interessato a come questi lavori fossero stati esposti, cosa fosse entrato in collezione e cosa fosse stato lasciato fuori. Si è concentrato sull’aspetto curatoriale, sul display e sul discorso di rappresentazione, conversazione e genealogia come era stato inizialmente concepito nell’ambito museale nel XIX e XX secolo e come questi termini si applicano nella produzione artistica di oggi, nel display, nel discorso e nel collezionare come principio.

La terza mostra, curata da Gertrud Sandqvist, che si tiene fino al 22 dicembre, s’intitola Against Method. Di cosa si tratta?
Il titolo Against Method è riferito a Paul Feyerabend e alla sua pubblicazione Against Method: Outline of an Anarchistic Theory of Knowledge (1975). La mostra si focalizza sulle ambivalenze del concettualismo, diciamo il filone analitico e quello incline all’irrazionale, o una teoria incommensurabile della conoscenza. L’esposizione punta alla discussione del razionalismo critico e segue Feyerabend nel suo relativismo anarchico, basato non solo su fatti e metodi empirici, ma su una conoscenza attraverso i “sensi”.

Daniele Perra

www.gfound.or.at

Una versione ridotta di questa intervista è stata pubblicata su Artribune Magazine #15

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

CONDIVIDI
Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico d’arte, curatore e consulente strategico per i media e la comunicazione. Editorialista di “Artribune”, è stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “GQ Italia” “GQ.com”, “ArtReview” “Mousse” “pagina99”. E' stato capo ufficio stampa e consulente strategico per la comunicazione della Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Vienna e Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall, Malmö, Svezia. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea, Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e allo IED e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano (2004-2005), è stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.
  • Francesco Cascino

    Bravissimi. Voi e le Generali.