Disallineati, fra arte e politica. After Year Zero a Berlino

Quando si pensa al secondo dopoguerra è inevitabile riferirsi alla Guerra Fredda, alla contrapposizione fra blocco occidentale e blocco sovietico. Ma esiste un’altra prospettiva, quella dei Paesi non allineati. Incipit di tutto è la prima conferenza afro-asiatica svoltasi in Indonesia nel ‘55, durante la quale i 25 Paesi aderenti avviarono una “geografia della collaborazione” con lo scopo di avviare un percorso comune per la modernizzazione all’insegna della lotta contro il colonialismo. Una mostra Berlino racconta questa storia.

Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi, Italienischer MG-Schütze auf dem Spähpanzer. Flughafen von Gura. Ostafrika 1936 (dettaglio di Imperium), 2013, mixed media installation, Courtesy the artists

A loro, i Paesi non allineati, e alle loro lotte è dedicata la mostra After Year Zero mirabilmente curata da Annett Busch e Anselm Franke e allestita all’Haus der Kulturen der Welt di Berlino, che compie una mappatura storica e geografica del percorso verso la decolonizzazione dei Paesi africani.
L’esposizione si snoda rizomatica fra videoinstallazioni, progetti mixmediali, fotografie e una ricca e interessante bibliografia commentata da altrettante esaustive note, una sorta di apparato didattico che fornisce al visitatore le chiavi storiche e filosofiche per interpretare gli interventi artistici.
Introduzione al percorso è l’installazione a tre canali The unfinished conversation di John Akomfrah, figura di spicco della “black British culture” e cofondatore del Black Audio Film Collective. The unfinished conversation alterna la storia mondiale del dopoguerra con la narrazione della vita del giamaicano, inglese d’adozione, Stuart Hall, teorico della cultura e intellettuale della New Left britannica oltre che commentatore per la BBC. Mastodontico il lavoro di archivio svolto per comporre questo puzzle enciclopedico che per 46 minuti inchioda lo spettatore. Sui tre schermi di proiezione si dipana veloce la storia del dopoguerra. Conflitti, catastrofi nucleari ed ecologiche, ingiustizie sociali, ribellioni e lotte per la libertà, momenti più lievi della storia del costume o della vita di Stuart Hall, spesso ripreso nel suo ruolo di commentatore presso la BBC, si dipanano veloci, si intrecciano e slittano da un telo all’altro seguendo le note della musica Jazz. Citazioni di testi di intellettuali e scrittori che vanno da Wiliam Blacke a Virginia Woolf puntellano il sonoro dando un valore “universale” a ciò che si sta guardando. Il racconto resta però sospeso e criticamente aperto perché, citando una frase pronunciata da Stuard Hall durante il suo 80esimo compleanno, la questione dell’identità “resta una conversazione eterna, infinita”.

John Akomfrah, The Unfinished Conversation, 2012 - 3 channel HD video installation, colour, sound, 46 min - Courtesy the artist
John Akomfrah, The Unfinished Conversation, 2012 – 3 channel HD video installation, colour, sound, 46 min – Courtesy the artist

Preparati da The unfinished conversation, si procede verso l’approfondimento del movimento anticoloniale. Un altro lavoro di Akomfrah è presente in mostra: la videoinstallazione a due canali Transfigured night focalizzata sugli Anni Cinquanta e Sessanta. Quasi metà dello spazio espositivo è occupato dall’installazione mixmediale Imperium di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, un’arena a quattro schermi che compie un excursus nella storia del colonialismo italiano. Fra i molteplici materiali utilizzati, interessanti le fotografie provenienti da collezioni private dei soldati stanziati in Etiopia.
Al Vaticano, alla sua collezione di cimeli di arte africana è dedicato il video Dispossession di Kader Attia, reduce da una personale al KW. Ammirevole ma deludente la ricerca del collettivo londinese di The Otolith Group, il video In the Year of the Quiet Sun (prodotto per la mostra) che, con il dispiegamento quasi infinito dei francobolli emessi dal Ghana dal ’57 e al ’66, con lo scopo di raffigurare un “calendario immaginario panafricano”, risulta a tratti monotono. Si resta in Africa con i film di El-Tahri focalizzati sull’Egitto, un cut-up di frame che ripercorrono la storia del Paese dal Piano Marshall fino alla fine dell’Apartheid.
Unico grande peccato è la mancanza di un catalogo ragionato della mostra.

Elena Bari

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Elena Bari
Dopo aver conseguito la laurea in Storia dell'Arte con una tesi sul Design italiano nelle collezioni del MoMA di New York, si trasferisce a Milano per seguire il Master per Curatori presso l'Accademia di Belle Arti di Brera. Negli anni a seguire si specializza nella comunicazione delle nuove tendenze artistiche, con particolare attenzione alla nuova scena mix mediale. Attualmente vive fra Milano, Roma e Berlino.