Umanità della città. Il nuovo ciclo di Gian Maria Tosatti

Dopo “Devozioni” e “Landscapes”, Gian Maria Tosatti propone, a Napoli, una nuova azione sulle maglie instabili della città. Un nuovo, avvincente ciclo riflessivo sulle “Sette stagioni dello spirito”. L’installazione prosegue fino a fine novembre.

Gian Maria Tosatti, La Peste (Sette stagioni dello spirito, I), Chiesa dei SS. Cosma e Damiano, Napoli 2013

Luminoso, avvolgente, coinvolgente. Il nuovo ciclo riflessivo messo in campo da Gian Maria Tosatti (Roma, 1980) per attraversare Napoli propone una latitudine estetica che rivisita e recupera il panorama culturale della città mediante una metodologia camaleontica volta a riorganizzare i brani della vita comune per concepire opere aperte, progetti versatili, performambienti che invitano lo spettatore a interrogarsi sulla natura della società e delle cose stesse.
La Peste, primo step di quest’ampia riflessione realizzata con il prezioso sostegno della Fondazione Morra e del Museo Archivio Laboratorio per le Arti Contemporanee Hermann Nitsch – con il Matronato del Madre e in collaborazione con una serie di istituzioni (Comune di Napoli, Vicariato della Cultura, Ordine degli Ingegneri, Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Autorità Portuale) – prende il via con la riapertura della Chiesa dei SS. Cosma e Damiano, nella zona dei Banchi Nuovi, per dar vita a un’opera d’arte totale. A un’autopsia estetica che, se da una parte pone luce su problematiche scottanti e insite sulla trascuratezza dei territori, dall’altra vitalizza l’abbandono mediante un’azione, un intervento immaginifico energico e brillante.
Con le Sette stagioni dello spirito, ciclo a cura di Eugenio Viola, Tosatti (antropologo impegnato) entra così nel ventre della città per integrarsi, incuriosirsi, entusiasmarsi delle sue molteplici storie. Ma anche per comprenderne i volti segreti, per tessere un cammino sottile, per cucire, con l’ago dell’estetica, un indimenticabile racconto (è un peccato che La peste non sia permanente!) che inclina l’arte ai fragili, irrequieti e vibranti nuclei della quotidianità.

Gian Maria Tosatti, La Peste (Sette stagioni dello spirito, I), Chiesa dei SS. Cosma e Damiano, Napoli 2013
Gian Maria Tosatti, La Peste (Sette stagioni dello spirito, I), Chiesa dei SS. Cosma e Damiano, Napoli 2013

Vorrei partire dal tuo impegno sociale. Dall’impegno sociale dell’artista che si misura, attraverso gli strumenti dell’arte (e dell’immaginazione critica direi), con il transitorio, il fuggitivo, il contingente. Dell’artista che formula nuovi cont(r)atti tra l’arte e l’abitare, che scava nello spazio socio-antropologico, che elabora, attraverso l’arte appunto, un nuovo senso civico, un nuovo territorio di riflessione, un nuovo ambiente pedagogico. Da quale esigenza nasce questa tua attitudine che prende forma nel vivo della quotidianità?
L’arte è pratica della bellezza. E la bellezza dovrebbe essere uno strumento d’uso quotidiano, uno strumento che “salva” le nostre vite. La bellezza è una forza rivoluzionaria. La pratica dell’artista credo sia appunto quella di portare questa rivoluzione, portare la battaglia, come un capitano di ventura, di città in città. E per farlo bisogna che il fatto avvenga in strada, tra la gente, come una guerra civile, una guerra di civiltà. Sarebbe ben strano combattere una guerra nel ritiro dei musei o delle gallerie. Nel percorso che sto facendo con i miei colleghi de “La costruzione di una cosmologia”, mi sto rendendo conto che la peculiarità di questa generazione artistica è il concepirsi fortemente connessa con la società. E questo mi conforta, vuol dire che c’è ancora, in questo paese addormentato una forza capace di invertire la tendenza al decadimento, all’abbrutimento di cui già ci parlava Pasolini all’inizio degli Anni Settanta e che oggi è il tema stesso del mio primo lavoro napoletano.

La tua inclinazione metodologica è quella di realizzare ampi cicli tematici. Di concepire progetti e programmi che si dispiegano radicalmente (e non solo da un punto di vista temporale) nel mondo della vita e dei mille significati che la riguardano. Accanto ai dieci momenti di Devozioni (2005-2011) e alle varie stazioni di Landscapes (2006-2009), le Sette stagioni dello spirito, titolo del tuo nuovo ciclo immerso negli umori di Napoli, rappresenta un ulteriore scavo sul (e nel) tessuto di una città per rileggere la storia dell’uomo a partire dal suo habitat. Ma anche per costruire, mi pare, una ricognizione sulla cultura popolare di un determinato luogo, sugli usi e sui costumi di una civiltà sotterranea.
Studio le città perché esse sono i luoghi che l’uomo costruisce per potervi declinare tutte le sfaccettature della propria anima. Studiare la città, dunque, è come realizzare una spettrografia dell’identità umana. Per farlo però serve tempo. Molto. E soprattutto un’attitudine alla ricerca prima ancora che all’affermazione. Sono arrivato a Napoli come una tabula rasa. Ogni cosa che prende forma in questo ciclo è qualcosa che ho imparato qui. Ci sono città diverse che raccolgono comunità in cui alcuni temi sono più accentuati. Per questo ogni scelta è estremamente ponderata. Anche perché so che mi impegnerà per degli anni. Un processo di conoscenza e successivamente di condivisione di quella conoscenza richiede un superamento, una dialettica. Che non faccio solo io, facendomi invadere dalla cultura alta e popolare di un luogo, ma che la città stessa compie nel momento in cui restituisco come un’onda di ritorno, quell’intero patrimonio di conoscenza, messo in una precisa frequenza, in un ordine che è simile alla struttura atomica di una lama.


Le opere dei tuoi cicli richiamano alla memoria un libro della Repubblica in cui Platone è dell’avviso che prendersi cura dei luoghi significa offrire un luogo salubre al cittadino, significa prendersi cura dei suoi abitanti. Soltanto con un soffio di vento che porta buona salute da luoghi benefici”, puntualizza Platone, è possibile realizzare un pascolo felice, far assimilare ai giovani (perno vivace del mondo) il rispetto per l’altro e per la cosa pubblica. Quale soffio di vento può effettivamente offrire l’arte, secondo te, per rigenerare i luoghi e per sensibilizzare chi vi abita?
Mi fa sorridere se citi Platone, perché ultimamente è molto presente nei miei pensieri. Specialmente la sua Apologia di Socrate, in cui il filosofo maestro inizia a impostare temi (ancora legati specialmente al concetto di coltivare la gioventù) che un Platone più maturo svilupperà nella Repubblica. Rispetto alla domanda, tuttavia, voglio rispondere nel concreto. Abbiamo aperto la chiesa dei SS. Cosma e Damiano senza dire a nessuno che lo facevamo con un intento artistico, abbiamo riaperto una porta chiusa dalla Seconda Guerra Mondiale, con un intervento tanto mimetico da essere quasi irriconoscibile. Lo abbiamo fatto al centro di un quartiere difficile, in una piazza trasformata in campo di calcio, completamente vandalizzata, in cui la violenza è il modo in cui ci si relaziona e dove i ragazzi (i giovani di cui parlano Socrate e Platone) sono arrivati addirittura a sradicare gli alberi. Come estrema provocazione in un luogo completamente coperto di graffiti abbiamo dipinto l’enorme portale, precedentemente pieno di tag, con la cera bianca. Ne abbiamo fatto un’immagine di fragilità e bellezza posta nell’occhio di un ciclone. Tutti ci avevano detto che certamente già dalla notte seguente quel grande “foglio bianco” sarebbe stato la superficie perfetta per far sfogare i writer e ogni genere di vandalo. E, invece, da quasi due mesi, il portale bianco, di cera, è ancora lì, intoccato. Il caos attorno si è ordinato attorno ad esso. Ha deciso di proteggere quell’intervento e l’opera all’interno, che è decisamente vulnerabile, che può essere distrutta in ogni momento e forse deve esserlo se qualcuno crede che sia giusto farlo. Ma, invece, l’atteggiamento delle persone nella piazza è cambiato. La ferocia ferita dei ragazzi di strada ha modificato la sua traiettoria (auto)distruttiva di qualche grado, abbastanza per invertire la propria tendenza alla devastazione. E voglio essere chiaro. Non abbiamo fatto laboratori, incontri, ammaestramenti che non avrebbero mai funzionato. Non abbiamo speso una parola. Abbiamo solo esposto l’opera a tutti i venti. E i venti invece di sbranarla hanno iniziato a danzare.

Gian Maria Tosatti, La Peste (Sette stagioni dello spirito, I), Chiesa dei SS. Cosma e Damiano, Napoli 2013
Gian Maria Tosatti, La Peste (Sette stagioni dello spirito, I), Chiesa dei SS. Cosma e Damiano, Napoli 2013

I tuoi progetti sono performance capovolte che fanno ridere verde lo spettatore suggerirebbe Antonin Artaud. Sono estroflessioni estetiche dell’attore. Sono luoghi attraverso i quali il corpo dell’artista viene decentrato per favorire una forma di vaporizzazione (Baudelaire) utile a creare atmosfere riflessive, vere e proprie esperienze emozionali che invitano il pubblico ad una serie di pensieri personali e passionali.
Ho conosciuto a fondo e pagato, biograficamente, a caro prezzo quello che Thomas Richards ha definito il punto limite della performance. È in questo mondo che ho compiuto il mio apprendistato. Poi ho cercato di rovesciare la prospettiva. Di fare del visitatore un performer e, ancor di più, di far sì che il mio artefatto fosse solo un macchinario, capace di portare l’opera dentro il visitatore, non solo come impressione, ma come processo, non come qualcosa che si riceve, ma come qualcosa che si esperisce e che quindi diventa tessuto inscindibile dalla propria stessa identità. Non sarebbe errato, quindi, dire che il mio lavoro non consiste nel fare opere, ma nel farle generare da ogni individuo.

Con le Sette stagioni dello spirito siamo, ora, in un nuovo confronto con la reale realtà, con i nuclei fragili della vita. Perché hai scelto Napoli e qual è stata la tua predisposizione ad accogliere le varie anime della città?
Il tema che affronto qui è un tema enorme: i limiti del bene e del male nell’uomo. Stavolta una città non poteva bastare. C’era bisogno di un mondo intero. E Napoli è un mondo intero. E la sua specificità è anche quell’atemporalità che tiene in sospensione l’intero corso della sua storia. A Napoli convivono la Magna Grecia, il Seicento e l’oggi, non nell’architettura, ma nella gente. Tutto pulsante davanti ai nostri occhi, come in un unico presente complesso.

Gian Maria Tosatti, La Peste (Sette stagioni dello spirito, I), Chiesa dei SS. Cosma e Damiano, Napoli 2013
Gian Maria Tosatti, La Peste (Sette stagioni dello spirito, I), Chiesa dei SS. Cosma e Damiano, Napoli 2013

Il castello interiore (1577) di Teresa d’Avila fa da viatico a questo tuo discorso che hai deciso di dilazionare in sette mansioni, in sette compiti utili a scandire, appunto, le Sette stagioni dello spirito. Ti andrebbe di delineare, in linea di massima, i sette punti cardinali che stai seguendo?
È una domanda difficile quella che mi poni. Semplicemente perché, come ti ho detto, il mio è un percorso di conoscenza che procede progressivamente. Non ne so ancora molto di questo ciclo. Sono al primo passo, inizio solo ora a progettare il secondo e ad intravedere il terzo. Per ora sono certo che saranno sette tappe, ma che sono come i sette capitoli di un unico romanzo o di un saggio filosofico. Sette passaggi di un argomentare coerente, sette movimenti di un’unica sinfonia per città e popolazione. Sarà un’ascensione. Abbiamo iniziato questo viaggio nelle stagioni dello spirito iniziando da quello che è lo stato attuale delle cose, dalla peste, dalla malattia che ha ucciso la coscienza della mia generazione. Ora inizieremo a salire.

La peste, primo step di questo ciclo, pone al centro della riflessione un flagello divino, un fantasma scottante che incute timore. Perché hai pensato di partire dalla peste e di cosa è metafora, nel tuo lavoro, questo male che affonda le radici nel tessuto archetipico dell’immaginario popolare?
La peste prima che una malattia è la grande metafora di un male dell’anima che uccide intere generazioni. L’hanno usata in molti, l’ultimo è stato forse Camus che ne ha fatto un’analogia del nazismo, che uccise, negli Anni Trenta del secolo scorso, l’anima di un’intera generazione, rendendo così possibili le successive uccisioni fisiche di milioni di esseri umani. Oggi la mia è una generazione di anime morte. L’inconsapevolezza dei miei contemporanei non ha pari nella storia recente. Ecco cos’è la peste. Questo essere meno che umani, questo essere addormentati. Ma appunto, anche se parto da un dato attuale, questo lavoro si inserisce in una logica atemporale, quella di cicli e latenze che appartengono all’uomo e che a volte restano dormienti altre emergono. Questo non è un lavoro sul presente. È un lavoro sulla struttura dell’uomo e la peste è una stagione del suo spirito, una febbre che nella Storia non può far altro che tornare.

Gian Maria Tosatti, La Peste (Sette stagioni dello spirito, I), Chiesa dei SS. Cosma e Damiano, Napoli 2013
Gian Maria Tosatti, La Peste (Sette stagioni dello spirito, I), Chiesa dei SS. Cosma e Damiano, Napoli 2013

Cosa ti ha spinto a scegliere la Chiesa dei SS. Cosma e Damiano, a Largo dei Banchi Nuovi?
Perché questa chiesa è al centro dell’inferno. Perché tutt’intorno è il luogo della peste. Ho passato giornate seduto in Largo Banchi Nuovi. È standomene lì che la parola “peste” ha iniziato a balernarmi in testa, innescando la reazione a catena che ne è seguita. Ma oggi, se rivedessi quella piazza e quel quartiere per la prima volta sono sicuro che avrei un’impressione diversa. Il portale bianco è una testimonianza che la peste c’è ancora, ma che le difese stanno tenendo.

Hai già individuato i prossimi luoghi, le prossime stazioni del progetto, le prossime stagioni dello spirito?
Continuo a lavorare duramente per trovare i luoghi giusti e per poterli rendere attraversabili e in questo devo ringraziare l’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Napoli che si occupa della messa in sicurezza dei luoghi di questo progetto e la II Municipalità del Comune di Napoli che ci aiuta a navigare nel mare torbido della burocrazia, o partners come la Curia di Napoli che ci ha messo a disposizione spazi con l’intenzione di rinsaldare un rapporto storico di dialogo con l’arte contemporanea. Per ora sono due gli spazi su cui abbiamo iniziato un processo di progettazione. Ma verranno svelati a tempo debito. O non svelati, chissà… D’altra parte anche questo primo intervento è stato aperto ai passanti senza che ne avessimo dato comunicazione pubblica.

Ti andrebbe di indicare alcuni dei titoli scelti per le prossime mansioni estetiche, per i prossimi attraversamenti nei labirinti della vita, per le prossime riflessioni sulla società e sull’animo umano?
So che la seconda stagione dello spirito sarà l’Estate. Anche qui, come per la Peste sarà da intendersi come metafora di uno stato dell’anima.

Antonello Tolve

Napoli // fino al 30 novembre 2013
Gian Maria Tosatti – La Peste
a cura di Eugenio Viola
Chiesa dei Santi Cosma e Damiano
Largo dei Banchi Nuovi
081 5641655
[email protected]
www.fondazionemorra.org

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Antonello Tolve
Antonello Tolve (Melfi 1977) è teorico e critico d’arte. Dottore di ricerca presso l’Università di Salerno, insegna Pedagogia e Didattica dell'Arte e Antropologia dell'Arte all'Accademia di Belle Arti di Macerata. Studioso delle esperienze artistiche e delle teorie critiche del Secondo Novecento, con particolare attenzione al rapporto che intercorre tra arte, critica d’arte e nuove tecnologie. Pubblicista, collabora regolarmente con diverse testate del settore. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, in Italia e all'estero e vari cataloghi di artisti. Collabora, a Salerno, con la Fondazione Filiberto Menna e dirige con Stefania Zuliani, per l’editore Plectica, la collana Il presente dell’arte. Tra i suoi libri Giardini d’utopia. Aspetti della teatralizzazione nell’arte del Novecento (2008), Gillo Dorfles. Arte e critica d'arte nel secondo Novecento (2011), Giuseppe Stampone. Estetica Neodimensionale / Neodimensional Aesthetics (2011), Bianco-Valente. Geografia delle Emozioni / Geography of Emotions (2011).
  • Francamente l’intervista è molto più interessante e ricca di spunti di questo intervento/non intervento. Dal video emerge una sorta di cantiere…e se allora non c’è l’intervento nel video perchè mettere il video?

    C’è un sottile piacere in questa archeologia del ready made. Ma allora cosa servono le istituzioni? Perchè farsi aprire una chiesa che cade a pezzi? Tanto vale intervenire in strada…e scrivo questo non per piacere della critica, ma perchè sono curioso di approfondire gli intenti dell’intervista…

    All’interno di Kremlino ( a cui ha partecipato anche Gian Maria Tosatti) è stato presentato un progetto che consisteva nell’entrare nella Biennale di Venezia con la sola colla UHU (“UHU!!! How many little rocks!”).

    La colla è servita per assemblare i sassolini che si trovavano in Biennale e creare piccolissime sculture, che poi, in base alla loro forma, sono state caricate velocemente di citazioni da Wikipedia. La Sindrome della citazione, presente anche in questa intervista. Le piccolissime sculture sono poi state abbandonate e, probabilmente presto, schiacciate e distrutte. Questa è Patanjali: http://whlr.blogspot.it/2013/04/patanjali.html

    Perchè non intervenire in strada? Dove sta la lezione di Platone? Cosa imparano i giovani di quel quartiere?

    Vedo un abisso tra impianto teorico (a tratti MOLTO RETORICO) e intervento-opera. Quello che manca è quindi la CONSAPEVOLEZZA tra quello che si desidera fare e quello che si fà. Questo è il male. E quei giovani non penso che non vogliano il BENE per loro stessi…ma anche loro mancano della medesima consapevolezza…

    • christian caliandro

      Caro Luca, quindi Gian Maria sarebbe un “archeologo del ready made”?? Mi dispiace, ma stavolta sei decisamente e irredimibilmente fuori strada. Questa opera STA FUNZIONANDO. Rileggi, per favore: “Come estrema provocazione in un luogo completamente coperto di graffiti abbiamo dipinto l’enorme portale, precedentemente pieno di tag, con la cera bianca. Ne abbiamo fatto un’immagine di fragilità e bellezza posta nell’occhio di un ciclone. Tutti ci avevano detto che certamente già dalla notte seguente quel grande “foglio bianco” sarebbe stato la superficie perfetta per far sfogare i writer e ogni genere di vandalo. E, invece, da quasi due mesi, il portale bianco, di cera, è ancora lì, intoccato. Il caos attorno si è ordinato attorno ad esso. Ha deciso di proteggere quell’intervento e l’opera all’interno, che è decisamente vulnerabile, che può essere distrutta in ogni momento e forse deve esserlo se qualcuno crede che sia giusto farlo. Ma, invece, l’atteggiamento delle persone nella piazza è cambiato. La ferocia ferita dei ragazzi di strada ha modificato la sua traiettoria (auto)distruttiva di qualche grado, abbastanza per invertire la propria tendenza alla devastazione. E voglio essere chiaro. Non abbiamo fatto laboratori, incontri, ammaestramenti che non avrebbero mai funzionato. Non abbiamo speso una parola. Abbiamo solo esposto l’opera a tutti i venti. E i venti INVECE DI SBRANARLA hanno iniziato a danzare.” Adesso, invece di attaccare le solite tiritere, se puoi vai a Napoli e vedi l’opera, prima del prossimo commento. La peste, la malattia spirituale dell’Italia, è una cosa seria.

      • Carlo Arata

        E’ MOLTO FACILE CREARE SENTENZE ED APPROPRIAZIONI DI IMMAGINI SUL NULLA.
        E’ FACILE DARE MOZIONE E MOVIMENTO AL NULLA, PERCHè è PROPIO NEL NULLA CHE CI SI PUò SBIZZARRIRE SENZA RISCHIARE DI GIUDICARE REALMENTE QUALCOSA. E’ QUESTO UN CONCETTO IMPORTANTE.
        SE SI FINGE DI CREARE QUALCOSA LO SI PUò FARE MA MANIPOLARE IL PENSIERO AFFINCHè CI SIA una VISIONE LO REPUTO UN miraggio, un ATTO MENZONIERO CONTRO L’ESTETICA.
        L’ESTETICA NON è PAROLA MA IMMAGINE, CONTENUTO E MOLTO DI PIù.
        L’OPERA DI TOSATTI è UNA PARABOLA DEL NULLA NEL SENSO CHE VUOLE STIMOLARE L’ATTO DEL VEDERE NON SOLO IN UN AMBITO ARTISTICO MA ANCHE IN QUELLO IMMAGINIFICO PERCETTIVO. MA LO RIPORTA SCORRETTAMENTE COME VISIONE ED ALLORA SI ANNULA L’OPERAZIONE. L’ARTE SI MOSTRA CON L’IMMAGINE E L’IMMAGINE PUò ESSERE ANCHE UN PROFUMO MA NON RIPRESO COME UN ATTO SPECULATIVO DEL PENSIERO. CHI SI AFFASCINA DI QUESTE PSEUDO VISIONI NON HA CHIARO E NON CONOSCE L’ESTETICA. SE SI VUOLE CREARE UN OPERA ATTRAVERSO UNA PRASSI PAROLISTICA CI SI DEVE FORNIRE DI UN BREVIARIO DI ESTETICA RAPPRESENTATIVA. ALTRIMENTI SI RISCHIA DI FINGERSI GENI NELLA RICERCA DELL’EMOZIONE. IL SISTEMA DEL L’ARTE è PIENO DI IGNORANZA E POCHE PERSONE SE NE ACCORGONO MA BISOGNEREBBE DIRE “LE COSE COME REALMENTE SI VEDONO” ALTRIMENTI SI RISCHIA DI SPROFONDARE NELLA MIMESI DI UN RAGIONAMENTO VOLTO A NULLA.
        pOI kREMLINO, E QUI SENTENZIO ANZHE CONTRO QUESTO ATTO è UN OPERAZIONE DISPERSIVA E SCOLARESCA DA LICEO, ANZI DIREI CHE L’INGENUITà E LA PUREZZA DEI RAGAZZI DI UN LICEO AVREBBERO POTUTO FARE UN OPERAZIONE MOLTO PIù COMBINATA. sIAMO IN UNA MIMESI DELL “ART ATTACK” DOVE OGNUNO CERCA DI SUGGESTIONARE IL FRUITORE CON PROVE TECNICHE DA AULA DI DISEGNO E ATTRAVERSO LA PAROLA E NON L’IMMAGINE.
        IO CONSIGLIO: quando si vuole giudicare un’opera d’arte la si deve confrontare con la storia che ad essa ci ha portato. per esempio se prendiamo l’opera di tosatti o di rossi dobbiamo, per renderla immortale ed onnipresente nella storia, paragonarla ad un David, ad un caravaggio, ad un tintoretto, ETC… Se il paragone non esiste capiamo che il gesto gioca su se stesso e Fugge. per se stesso si distrugge

        Poesia

        il gesto
        gioca su se stesso
        e Fugge.
        per se stesso
        si distrugge

    • Carlo Arata

      il gesto
      gioca su se stesso
      e Fugge.
      per se stesso
      si distrugge

  • La risposta alla vs querelle si risolverebbe sentendo i ragazzi del quartiere. Xchè artribune non va ad intervistare loro?

  • Se il fatto che non abbiamo fatto dei graffiti su un portale di cera bianca è il sintomo di una guarigione, questo dottore vedrà sicuramente morire il malato….

    Il problema non è la mancanza di INNOVAZIONE ma la mancanza di CONSAPEVOLEZZA. Questa è la vera peste dell’Italia che evidentemente prende anche questo progetto.

    C’è uno scollamento tra INTENTI TEORICO FILOSOFICI ed EFFETTI REALI.

    Riguardo al lavoro mi sembra che ci sia il desiderio di riprendere oggetti di uso comune e “sistemarli”, spostarli, riqualificarli. Quindi ” archeologia del ready made” mi sembra molto appropriato.

  • Forse bisognerebbe fare una riflessione sul ruolo oggi dell’artista. E su quello che fanno le scuole (IUAV e accademie varie) per preparare e impostare questo ruolo.

    Cosa si vuole fare? Riqualificare un quartiere? Una chiesa? Educare i giovani? Fare poesia? Filosofia?

    Pistoletto direbbe “attivatore sociale”. Ma concretamente cosa significa? Penso che l’opera di Tosatti, come la butade di Cattelan in accademia, siano provocazioni. Ma poi cosa rimane? Ci accontentiamo di un fugace momento di riflessione? Dove lo scugnizzo napoletano invece di calciare il pallone o fare i graffiti, si ferma a per un istante???

  • “se puoi vai a Napoli e vedi l’opera, prima del prossimo commento.”

    Come se per vedere i problemi di Napoli, della “peste” e dell’italia si debba andare in un quartiere difficile di Napoli. I problemi sono altrove, e ovunque. Deve passare l’idea che il MACRO coincide con il MICRO, e se c’è un posto dove NOn ci sono i problemi di Napoli, questo è proprio Napoli. L’anno scorso abbiamo proposto un progetto a Versailles che si poteva vedere da qualunque posto, perchè l’idea è proprio questa, che il micro coincida con il macro.

    Se vengono messi foto e video di una mostra, significa che la mostra si può vedere da casa. Come se io dovessi andare a Hollywood per vedere un film girato a Hollywood. Tino Sehgal in questo è coerente.

    • christian caliandro

      Quindi il risultato di questo tuo ragionamento è che non occorre vedere un’opera per criticare un’opera, ma bastano le sue riproduzioni (soprattutto poi per un lavoro ambientale, installativo e ‘atmosferico’ di questo tipo): complimenti, mi sembrano davvero ottime basi per una rifondare radicalmente la critica d’arte, come dici sempre di voler fare.
      (“Se vengono messi foto e video di una mostra” NON “significa che la mostra si può vedere da casa”, ma significa che hai a disposizione degli strumenti, dei supporti – oltre il testo – per farti un’idea vaga, approssimativa della mostra o dell’opera; poi vai e te la vedi DI PERSONA, almeno se vuoi essere in grado di formarti un giudizio ragionevole su quell’oggetto – basato sull’esperienza diretta, materiale, umana. Sarebbe come dire che puoi scrivere la recensione di un film solo guardando il trailer e gli still, o esprimere un parere critico su un libro semplicemente basandoti sulla quarta di copertina: il fatto che queste oggi rappresentino – come sospetto – proprio alcune delle pratiche più diffuse non fa altro che dimostrare, ancora una volta, il contagio capillare e profondissimo della “peste”, e non può esserne in nessun caso la “cura”.)

  • La mia critica conteneva tre punti:

    – scollamento tra impianto filosofico-teorico e realizzazione finale. Si tratta di creare piccoli spostamenti (archeologia del ready made) che per quanto poetici risultano inconsapevoli rispetto agli intenti.

    – misurare il risultato dal fatto che nessuno ha messo dei graffiti su una porta nel quartiere difficile napoletano. I problemi di quel quartiere NON sono a Napoli, e se non iniziamo a capire questo la peste continuerà visto che cerchiamo nei posti spagliati. Potete leggere un mio articolo su questa rivista (Arte e Politica: una mostra chiamata mondo). Il MICRO coincide con il MACRO. Il parlamento italiano è intorno a casa tua non è a Roma.

    – documentazione dell’opera. Se non si vuole che le opere vengano giudicate dalla documentazione, NON BISOGNA documentarle. Documentare un’opera NON equivale ad un trailer o a una quarta di copertina. Molti progetti nati da whitehouse, vivono totalmente nella documentazione, proprio per rendere evidente che il tuo micro (il tuo ADESSO) coincide con il MACRO, con l’adesso del mondo. Come se fruire della mostra a Napoli possa dare di più, dopo questa intervista zeppa di citazioni e concetti, dopo le foto e dopo il video della mostra. A maggior ragione, NON BISOGNA andare a Napoli perchè i problemi sollevati dal progetto NON sono a Napoli…

  • Io non ho mai preteso di rifondare la critica in italia…probabilmente non ne sono in grado. Faccio solo il blogger, e in questi 5 anni e mezzo ho cercato di stimolare quello che sembra un deserto o una palude. Ma credo che sia la strada giusta, perchè come scritto su Flash Art Italia, fin dal 2009, l’Italia potrebbe giocare da late comers.

    E al momento NON esisto critici in Italia. Ma solo persone che sostengono il proprio orticello.

    PS_intervistare i ragazzi che giocando davanti alla chiesa e chiedergli perchè non ci sono graffiti sul portale potrebbe essere un esercizio utile…

  • Caro Marco Enrico, la tua ironia è abbastanza fuori luogo. Rileggiti gli articoli usciti su Flash Art fin dal 2009: http://www.whlr.blogspot.it/2011/11/question-time-flash-art-italia-ottobre.html

    Ho sempre scritto di fornire una tesi grezza…ma tu, che ne sai di filosofia, mi insegni che serve TESI, ANTITESI e SINTESI….e le antitesi in italia non esistono per diverse ragioni:

    -incapacità. L’arte in italia purtroppo attira i mediocri, perchè tutto sembra poter funzionare. C’è una fuga di cervelli verso altri ambiti.

    – sindrome della famiglia. Tutti sono collegati con tutti e vista la precarietà generale NESSUNO osa argomentare in modo critico.

    – volontà di tenere lontano il pubblico che potrebbe criticare e dare giudizi.

    – mancano buoni divulgatori che rendano l’arte accessibile a tutti.

  • Vorrei sottolineare che l’articolo sostiene che la riuscita del progetto è motivata dal fatto che nessuno ha scarabocchiato la porta della chiesa…anzi che il problema dell’italia sembra trovare soluzione da questo…

    fantastico!

    • christian caliandro

      E questo dipende sempre dal fatto che tu non sei andato e non andrai a vedere questo intervento (così come, credo a questo punto, non vedi nulla di quello che commenti…): perché altrimenti ti renderesti conto, molto probabilmente, del rapporto che ha quest’opera ha instaurato e sta instaurando con il suo contesto, di quante e quali persone si mettono in fila ogni giorno per fruirla, di che cosa veramente significa e del tipo di impatto che ha su di te indipendentemente dai video e anche da quello (eventualmente) che è riportato nell’intervista, ecc. Il “problema dell’Italia” è esattamente questo: la MEDIAZIONE. Di ogni esperienza e di ogni fruizione e di ogni interpretazione.

  • Se ci sono file di spettatori e se c’è un meraviglioso rapporto tra opera e contesto, sono felice di questo. Se Gian Maria avesse fatto un tempietto a Maradona avremo ancora più persone a un rapporto ancora migliore con il contesto….

    Io sto cercando di analizzare l’opera rispetto agli intenti e alle opere.

    Se si pensa che con questo progetto si risolva la Peste dell’italia siamo fuori strada. Certo, la bellezza è importante…ma la bellezza è negli occhi di chi la guarda…semmai a molte persone l’intervento di Tosatti non piace…semmai perchè “sgarupato”. Con ready made sgarupati.

    La peste dell’Italia è ben descritta da un articolo recente di Angelo Panebianco. Quello che può fare l’arte è stimolare senso critico per fare le differenze e analizzare quello che vediamo.

    Comunque nessuno risponde ai tre punti critici che avevo sollevato:

    – scollamento tra teoria e pratica

    – come misurare il successo dell’opera. Basta il fatto che nessuno abbia scarabocchiato il portone?

    – “vedi sopra”

  • attilio

    – di quali file stiamo parlando? (pubblicate le foto, perché io dal vivo non ne ho viste, magari sono passato nel momento sbagliato. infatti non ho incontrato Caliandro)
    – di quale opera stiamo parlando?
    – due topolini (artista e curatore) hanno partorito una montagna di banalità (Caravaggio-Pasolini-Napoli), con un esito “ready made sgarrupato”
    – “ferocia ferita”: espressione paternalista. snob. non sorprende. si collega a: “il successo sta nel fatto che nessuno abbia scarabocchiato il portone” (= sono tutti vandali, tutte bestie, questo è “il cuore dell’inferno”)

  • La Fondazione Morra Greco ha giustamente bisogno di progetti per stare in piedi e poter godere dei vantaggi che ha nello stare in piedi. E questo va benissimo.

    Ben venga quindi il progetto low cost di un artista appassionato e fissato come Tosatti. Poi si prende un giovane curatore locale (Viola) e si strappa pure il “matronato” del Madre…ed ecco fatto l’evento. Va tutto bene…ma poi si tratta di analizzare le opere e il progetto. Veramente, senza retorica e senza i mali del clan italiano dove gli amici e i parenti difendono i propri amici e parenti a OLTRANZA. E’ per questo che bisogna stare a distanza per poter argomentare l’opera.

    I punti sollevati da Attilio sono giusti.

    Ed è questa totale assenza di senso critico, superficialità, con articoli intrisi di citazioni e retorica, che contribuiscono alla Peste dell’italia. Ed è per questo che l’ironia di Giacomelli è veramente fuori luogo.

    • evviva

      Luca Rossi, per essere bastian contrari a tutti i costi, bisogna sapere quello che si dice. La Fondazione che sta promuovendo il progetto di Tosatti è la Fondazione MORRA, del signor Peppe Morra, che con il signor MORRA GRECO ha in comune solo parte del cognome e il fatto di vivere a Napoli. E Santo Cielo però!!

  • Scusate, volevo dire Fondazione Morra. Errore mio.

    Ma la sostanza non cambia, e francamente non mi interessa fare il bastian contrario a tutti i costi. Questa è una bella scusa per non leggere i contenuti! Altra cosa tipica italiana…adesso manca che qualcuno scriva che sono invidioso e frustrato e poi le avete dette tutte.

    Il progetto nella chiesa è debole per le ragioni sopra descritte. Se qualcuno pensa il contrario si faccia avanti.

    • Qualcuno pensa il contrario per le ragioni sopra descritte (Caliandro in particolare). Ma soprattutto, non puoi scrivere 10 commenti sotto ogni notizia, un po’ di ecologia della mente, suvvia. Sembri uno di quei vecchietti a bordo cantiere con le mani intrecciate dietro la schiena.

      • Una piccola riflessione off topic. L’atteggiamento di MEG e di Artribune nei confronti di Whitehouse, a metà tra odio e amore, è rappresentativo della miscela di potenzialità e criticità che si nasconde dietro le nuove forme di comunicazione diffusa e di condivisione dei contenuti che il web rende possibili. Perché una testata come Artribune prima attesta l’autorevolezza del punto di vista di Luca Rossi, pubblicando i suoi articoli, e poi sminuisce un suo collaboratore paragonandolo a un vecchietto a bordo cantiere con le mani intrecciate dietro la schiena? Ovviamente è una domanda retorica e non vuole essere assolutamente una critica. Il commentario è uno strumento prezioso per allargare il dibattito e coinvolgere pubblico e operatori in una discussione proficua. Luca è un grande animatore, con la sua costanza nell’intervenire e con le sue provocazioni, ma a volte esagera volendo mettere bocca su temi sui quali dimostra di essere impreparato o commentando mostre e opere che non ha fruito dal vivo. Allora come è possibile rendere questo spazio vivo e interessante senza abbassare la qualità degli interventi e senza renderlo ricettacolo di chiacchiere da bar?
        Qualche giorno fa Massimo Minini, commentando su queste pagine la nascita del Premio Mario Merz, scriveva: “Mi chiedo, perché non scrive anche Liarumma? emiliomazzoli che sarebbe perfetto per il climax di Artribune? Forse sono io che sbaglio. Su Artribune non ci scrive nessuno di quelli che contano ed è un peccato, perché, se frequentato bene potrebbe anche essere una tribuna interessante, invece che un luogo di insulti di bassa lega, apodittici o disintegrati”. Speriamo che qualcuno di questi “nomi che contano” ascolti l’appello di Minini e riesca a cogliere le potenzialità di questo e simili commentari.

        • Vincenzo, condivido: lo spazio di Artribune potrebbe essere utile e vitale se maggiormente partecipato. In Italia vige ancora un comportamento snob…e anche la non volontà e l’incapacità di mettere in discussione le opere. L’arte sembra una religione di adepti e amici. Ma spesso mettere in discussione il Crocifisso serve a rivitalizzarlo.

          Io non ho mai preteso di avere la verità (sarebbe molto noioso), ma se leggi i commenti solo io cerco di entrare nel merito delle opere. Permane un TABU’ nella lettura delle opere. Non sarà la stessa incapacità che abbiamo nel leggere le cose intorno a noi? Pensando sempre che i MACRO problemi siano staccati dal MICRO? E pensando veramente che i problemi di Napoli siano confinati nei quartieri di Napoli???

        • Angelov

          @Vincenzo Merola
          Leggo sempre i tuoi commenti, perché sembra che tu riesca a dire le cose che anche altri pensano, ma non riescano a dire.
          Nel caso presente, vorrei aggiungere qualcosa, una percezione che ho avuto della questione; per me, che ho vissuto parecchio nell’ambiente anglosassone, spesso situazioni come quella di cui hai parlato, vengono definite come “incestuous”, vale a dire, una situazione culturalmente incestuosa.
          La lingua inglese è molto più sintetica della nostra, anche nelle sue espressioni,e le cose, loro…non te le mandano a dire.
          Un caro saluto.

  • Ogni notizia? Non mi sembra. Ci sono notizie che si prestano meglio ad una analisi critica. I commenti sono liberi, mentre è l’articolo che risulta privo di un’ “ecologia” della citazione.

    Ma vedo che il confronto è sempre difficile. Anche davanti a cose evidenti. Ripeto, se avessero allestito un tempietto a Maradona, l’empatia con il quartiere sarebbe stata ancora più alta. E quindi più successo??? L’intervista è bellissima, piena di citazioni e nozioni colte. Peccato che la cultura non sia un elenco di citazioni.

    Questi micro spostamenti dentro alla chiesa-cantiere “sgarupata” appaiono deboli, e anche un po’ pretenziosi. Un’archeologia del ready made. Tanto vale agire per strada, senza tutto questa processione di curatore, fondazione, matronato, ecc ecc. Questo tipo di arte con intenti sociali risulta retorica e spuntata (vedi attività di Citta dellAarte di Pistoletto). Manca appunto la consapevolezza, molto meglio dipingere. Almeno i limiti della tela ti costringono ad essere consapevole.

    Ma continuiamo pure a dire che va tutto bene, e anche questo intervento “funziona”.

    I vecchietto dei cantieri sono dei grandi. E poi sono a capo della Nonni Genitori Foundation…unico ammortizzatore sociale dell’arte italiana. :)

  • Angelov

    Mi sia permesso di scrivere un commento un po’ folle…
    Guardando l’interno esterno di questa chiesa, dedicata a due Santi fratelli, medici e guaritori, mi vien da pensare che l’influenza della Cultura Islamica, anche in Italia, incomincia a farsi sentire e vedere in modi molto espliciti.
    E per cultura islamica, non intendo i terroristi di Al Kaida, o quei poveretti che sbarcano a migliaia sui nostri lidi; ma qualcosa che pochi conoscono, per aver avuto pochissime frequentazioni o quasi nessuna con islamici di un certo livello.
    Il portone dipinto di bianco, ne è una immagine indelebile.
    Il modo di influenzare i comportamenti degli astanti, facendo leva su di loro con mezzi molto indiretti e dissimulati, ne è un’altro esempio.
    Quelle strutture quasi astratte che sembrano degli altari invisibili, senza alcuna immagine icona di riferimento, indicano una semplicità ed una sobrietà di scelte la cui influenza è facilmente tracciabile.
    So che allo zio Sam tutto questo non piace, ma tant’è…

  • Tosatti dice: “Poi ho cercato di rovesciare la prospettiva. Di fare del visitatore un performer e, ancor di più, di far sì che il mio artefatto fosse solo un macchinario, capace di portare l’opera dentro il visitatore, non solo come impressione, ma come processo, non come qualcosa che si riceve, ma come qualcosa che si esperisce e che quindi diventa tessuto inscindibile dalla propria stessa identità. Non sarebbe errato, quindi, dire che il mio lavoro non consiste nel fare opere, ma nel farle generare da ogni individuo”. Alla luce di ciò, ribadisco la necessità di sentire gli spettatori. E questo dovrebbe essere utile anche per Tosatti x capire se la sua opera “funziona” veramente. Dall’intervista sembrerebbe così sicuro di questo funzionamento. Quindi mi piacerebbe che o quest ‘ultimo o gli spettatori intervengano…

  • Giorgio

    Concordo, sarebbe interessante ascoltare gli “spettatori”, parola quanto mai adatta all’arte di Tosatti che considero scenografica (nel bene e nel male).
    L’apparato critico, le citazioni, sono sempre utili per orientarsi ma io attenderei anche che il percorso delle 7 fasi sia completo, perché un ciclo possa essere valutato nei suoi effetti e impatti sulla città.

    @whitehouse: i problemi di Napoli sono ovunque, certo, ma non per questo un’opera può estraniarsi completamente e negare la sua “atmosfera” in accordo con il luogo.

  • luigi

    uno spettatore: il portale non è stato attaccato dai vandali perché è protetto da una robusta cancellata. e uno dei 7 misteri dolorosi è stato risolto, mi pare

  • Spesso l’arte contemporanea offre progetti fintamente sofisticati (come questo) e low cost per sembrare di fare tanto. Servono appunto alle cosiddette Fondazioni che con 2000 euro giustificano vantaggi ben più grandi. E quindi vai di citazioni, curatori, matronati, sponsor ecc ecc

    Il portone era pure difeso. Lasciamo perdere il livello. Lasciamo perder la TOTALE incapacità di argomentare le opere….

    Il problema è che l’arte contemporanea (tutta l’arte è contemporanea anche Pompei) vive in italia , e NON solo, una forte crisi, acuita dopo il 2001. Bisognerebbe porre seriamente questa riflessione. Il Re è nudo. Luca Rossi è solo lo scemo del villaggio…e voi chiedete a Rossi soluzioni??? Siete più scemi di lui…

  • Marco

    Nessuno chiede soluzioni a Luca Rossi, ci mancherebbe!
    Forse Luca Rossi dovrebbe chiedere soluzioni ad uno psichiatra.
    Personalità mutliple, manie di protagonismo, autoreferenzialità in ogni concetto che esprime.
    Mi pare che basti per lo meno per una visita.
    A parte ciò, è davvero interessante vedere come qualcuno che non ha visto un’opera si impegni tanto per smontarla. E’ un esercizio del tutto inutile. Inutile ai fini della critica. Evidentemente è solo un esercizio di visibilità per Luca Rossi.
    Se questo è il grande valore che dice di portare nel dibattito culturale… beh… auguri…

  • luca

    ma perchè, secondo voi i ragazzini si sono accorti che la cera sul portone è un’opera d’arte? ahaahahahahahahhha

  • Personalità multiple??? E’ nato Luca Rossi proprio per prendere le distanze dalle famiglie dell’arte italiane, dove 3-4 amici (uno in ogni ruolo) sostengono ad oltranza un progetto SENZA accettare alcuna CRITICA. Questa è una delle PESTI dell’Italia. La critica viene vista come SMONTARE e come DISTRUZIONE. Mentre si tratta di MONTARE e COSTRUIRE….ovviamente se nessuno è in grado di contro argomentare (oltre a dire “il portone è pulito STA FUNZIONANDO”…) è ovvio che rimane solo la mia tesi critica……

    I punti critici per l’ennesima volta:

    – scollamento tra teoria e pratica. L’impianto teorico dell’intervista, infarcito di nozioni e citazioni, non trova corrispondenza nel progetto:

    /// Si vogliono “educare” i giovani calando queste navicelle dell’arte, queste riserve indiane della cultura, dentro al quartiere sgarupato napoletano?

    /// La peste italiana non è a Napoli ma nelle case degli italiani. Fare questo progetto pensando di cambiare le cose è superficiale e funzionale al problema di Napoli e dell’Italia.

    /// Potremo pensare a queste opere come un ‘archeologia del ready made? Questa retorica del passato (recupero polveri e oggetti del passato) piace tanto ai giovani che in questo modo si sentono accettati in un paese per vecchi? Mi chiedo.

    – come misurare il successo dell’opera. Basta il fatto che nessuno abbia scarabocchiato il portone?

    /// Ma qual era il fine? L’artista ha consapevolezza tra obbiettivo e finalità raggiunte? Si vuole fare arte sociale? Come? Se si vuole fare ci vogliono obbiettivi concreti e non chiacchere tra amici.

    /// Che ruolo ha oggi l’artista? Fare il poeta errante? Il filosofo? Perchè non scrive? Perchè fare l’artista?

    /// Esiste un pubblico che riceve gli input dell’artista oltre a 4 gatti di addetti ai lavori? Sarebbe interessante intervistare gli abitanti del quartiere. Ma non Artribune che è “amica” di Tosatti, ma qualcuno super partes? Esiste in Italia una figura super partes? Interessa a qualcuno tutto questo?

    Mi sembra che porre queste domande sia già tantissimo nel DESERTO e nella PALUDE italiana. Ma si potrebbe bonificare, se solo ci fossero persone di buona volontà.

  • alcune risposte alle tue solite domande, LR le trovi, come sai, sul mio blog

  • Attento CoDa perchè appena proponi un blog o una soluzione, dicono che sei autoreferenziale e paranoico….se non proponi, dicono che sei distruttivo senza avere alternative del fare…

    Quindi ti suggerisco di rispondere alle domande in questo spazio per i commenti.

    Io temo che a nessuno interessi niente di questa mostra e tanto meno dell’annoso problema della Peste italiana…si mettono in croce 4 citazioni con un intervento site specific…e per fare articolo, aperitivo e traffico su Artribune basta e avanza….questa è la vera Peste…io credo….

  • Purtroppo, di questi tempi, la cosa più rassicurante per tutti è la mediocrità generale, anche se uscire dalla mediocrità significherebbe argomentare semplicemente quello che vediamo.

    Per esempio: questa sedia vicino ad un vecchio telefono dell’italia democristiana. Come dire che questo oggetto non attiva dei ricordi? Una nostalgia amara. Pensateci. Se lo trovassimo in un mercatino dell’usato, non starebbe forse bene in qualche casa come oggetto d’arredamento significativo e simpatico? Questo fanno oggi i giovani indiana jones:

    http://www.artribune.com/2012/11/giovani-indiana-jones/

    Tosatti, come molti giovani della sua generazione, rimane affascinato da questa retorica del passato, dal fatto di recuperare e analizzare il passato. Questa pratica, oltre all’effetto moda (ikea evoluta), non serve a nulla. O meglio, lo abbiamo già fatto. Lo fanno i mercatini vintage.

    Non si tratta di innovare o andare oltre, quanto di avere consapevolezza.

  • attilio

    Speravo che in questi giorni qualcuno sarebbe venuto ad argomentare in favore della mostra, o a rispondere alle questioni poste da Whitehouse. Resta invece un vuoto che si addice molto bene a questo progetto. Giorgio – che pure consiglia con intelligenza di aspettare la fine del ciclo (ammesso che questo riesca a compiersi) – dice che Tosatti fa “scenografia”, “nel bene e nel male”. Stavolta direi nel male, visto che la “mostra” è priva di soluzioni illuminotecniche che qualsiasi scenografo rispetterebbe. Questa però è una “mostra” che non mira a farsi vedere, anzi tiene lontano lo spettatore. Innanzitutto scavando un solco tra la “mostra” e il quartiere circostante: le parole di Tosatti, che ho già avuto modo di criticare, lo confermano. Non che l’arte debba educare per forza, ma, se si sottolinea insistentemente la situazione problematica di un luogo, un lettore/spettatore ingenuo potrebbe cogliere da parte di artista e curatore un intento sociale che qui è del tutto assente (ancora distanza tra teoria e pratica). Se questo non c’è, significa che per l’ennesima volta si sta facendo folklore (trappola napoletana, e capisco come Tosatti abbia potuto lasciarsi “affascinare”- pur con tutti gli strumenti culturali di cui si ammanta -, ma il curatore -napoletano- aveva per così dire il “dovere civile” di far piazza pulita dei luoghi comuni o di evitare strumentalizzazioni). Insomma: o si fa arte sociale o non si fa, non è obbligatorio. Ma non si può gettare il sasso e nascondere la mano, continuando contraddittoriamente a rinchiudersi nella propria torre d’avorio: la stessa opportunità di fruire di posti “negati” o non è stata ben sfruttata o si dimostra l’ennesimo atto elitario. Se non si vuole “dialogare” col contesto circostante – e col pubblico, non con i soliti amici -, tanto vale restarsene asserragliati nei musei o nella gallerie, senza muovere le pedine tizio e caio per farsi riaprire la chiesa chiusa dal dopoguerra (altrimenti è solo una dimostrazione di “siamo gente che conta”). Inutile prendersi per i fondelli: la chiesa, per quanto cadente – anzi per quello – viene concepita come un bel palcoscenico per il proprio narcisismo.
    L’elitarismo di cui parlavo prima mi pare confermato dalla modalità di fruizione della mostra: si entra uno alla volta. Per motivi di sicurezza, suppongo, ma questo psicologicamente dà al visitatore l’illusione di vivere un’esperienza unica. Ma, invece che in una beauty farm di lusso, questo si trova nella bottega di un rigattiere, senza riuscire a capire che cosa è stato messo lì apposta e che cosa ci stava facendo la muffa da decenni. Insomma, dove sta la mostra? Chiedere alle persone del quartiere cosa ne pensano? Meglio di no. Abituati come sono alla mancanza di confronto, artisti e critici non sopporterebbero l’esplosione di una risata, una scrollata di spalle o le domande: perché devo pensare che questa sia arte? E se non la capisco significa che sono ignorante? Che sono stupido? Ma io non lo sono. Umilmente, onestamente, dimmi perché mettere insieme un mucchio di oggetti salvati da una discarica dovrebbe farmi pensare all’arte. No, non mi convinci. Allora se non capisco forse è perché tu – artista, critico, curatore – non sai trasmettere la sincerità, l’onestà e la profondità dei tuoi progetti. Sei inutilmente tortuoso. Ti nascondi dietro le citazioni. Prima o poi qualcuno ti stanerà. Per il momento, purtroppo, hai vinto tu.

  • christian caliandro

    Questo profluvio ci dice secondo me qualcosa di utile non solo sul commentario di Artribune, ma su alcuni discorsi culturali che si tengono in Italia in questo momento. Giustamente, Marco sopra fa notare: “A parte ciò, è davvero interessante vedere come qualcuno che non ha visto un’opera si impegni tanto per smontarla”. Un dialogo, una conversazione per essere tale presuppone la disponibilità da parte di ognuno dei partecipanti di farsi modificare, trasformare in maniera impercettibile da questo processo. Ora, mi sembra invece che qui il tentativo sia sempre e comunque quello di demolire a priori – ripeto: senza un’esperienza diretta, materiale, UMANA – un’opera (qualsiasi opera?). E questo è il contrario della critica: anzi, il contrario di ogni interpretazione. Non è un’interpretazione. E’ qualcos’altro, che mi sembra a suo modo molto interessante: voler a tutti i costi giudicare le opere e le operazioni degli altri usando la propria opera e la propria operazione come unico criterio, come unico metro di validazione e legittimazione. E’ qualcosa tra l’altro che periodicamente affiora nel nostro carattere nazionale; qualcosa che presuppone l’esclusione dell’altro (IO! IO! IO!), della percezione e del pensiero che la storia possa andare – come è andata, più volte… – in una direzione diversa da quella che pensiamo noi. E’ una sorta di rispecchiamento ossessivo, in cui nel mondo esterno vediamo solo e soltanto noi stessi. La validità di un’opera d’arte, di un libro, di un film va forse cercata in un sistema di valori che sia al tempo stesso fuori e dentro di noi, che vada cioè molto oltre il “mi piace” facebookiano. Detto in altre parole: non solo non è detto che su ciò che uno fa vada misurato tutto il resto, praticamente ogni cosa (questo punto di vista non porta e non porterà secondo me a grandi risultati di interpretazione); ma il senso della “scoperta”, e perfino il gusto di farsi “sorprendere” (da qualcosa, per esempio, che in base al nostro gusto e alle nostre convinzioni non dovrebbe attirarci, ma che ci attrae) si perde totalmente, se poi il risultato finale è: “anche Tosatti è un giovane Indiana Jones” (a ‘sto punto, uno potrebbe benissimo dire che Picasso nel 1907 era un “giovane Indiana Jones”: ma quando le etichette diventano onnicomprensive, solitamente sono abbastanza inutili). Guardare oltre il proprio naso – GUARDARE – può essere un buon punto di partenza per ogni tentativo di ricostruzione o di “guarigione”.

  • Antonia D.P.

    Sono capitata per caso in questa conversazione surreale. L’articolo me lo ero perso, peccato, ma l’ho recuperato vedendo che era il più commentato.
    Ma davvero avete parlato così tanto di un’opera che non avete visto?
    Io vivo a Napoli, seguo l’arte e l’opera l’ho vista. Tra l’altro per caso, perché non è stata fatta né un’inaugurazione né niente per quanto ne so, proprio perché mi pare d’aver capito che l’artista non voleva il mondo dell’arte tra le palle. (O almeno così mi ha detto il custode quando mi sono fermata a parlarci, perché tra l’altro non si capisce nemmeno che è una mostra visto che non ci sono indicazioni e dunque mi sono incuriosita e sono entrata, ma poi ho chiesto informazioni).
    Cioè, scusate, ma tutto quello che leggo nei commenti mi pare non c’entri proprio niente con questo lavoro. Capisco che non lo avete visto. Non capisco però perché ne scrivete allora.
    Comunque ci sono proprio una serie di cose inesatte in quello che scrivono alcuni di voi (ad esempio whitehouse). Cose del genere che è un’opera sulla peste napoletana…. Non c’entra niente. E poi che è un’opera che è distante dal quartiere, quando invece si capisce immediatamente, andandoci, prima ancora di entrare, che è stata costruita insieme al quartiere. Se non altro perché c’è sempre gente del quartiere che sta davanti al portone a parlare. O perché è continuamente attraversata dai suoni o dalle persone di lì. (Io vado all’Orientale e ci passo davanti tutti i giorni…).
    Comunque mi pare che Christian Caliandro abbia ragione. Ognuno mi pare che sta qui a fare il proprio sfogo personale.
    A me pare che chi aveva interesse a criticare sia andato a vedere l’opera e abbia scritto un articolo. Bello, brutto, vi piace o no. Però c’è un critico che ha detto una serie di cose sulla base di un’esperienza.
    Io personalmente le condivido avendo fatto quell’esperienza.
    Le altre mi paiono parole in libertà.
    Buone chiacchiere.

    P.S.
    Bravo Tosatti comunque. A me, e a chi l’ha visto con me, il lavoro è piaciuto molto.

    • Alex Gianotti

      Antonia, sei parente di Tosatti !!

  • attilio

    grazie cara Antonia per averci riportato dalla surrealtà alla realtà. e la realtà, della quale grazie a lei ho preso consapevolezza, mi pare riconducible a questa formula: applaudo la “mostra”= l’ho vista. esprimo/argomento le mie perplessità=non l’ho vista. di fronte a tale pregiudizio (e a deduzioni acute come: la mostra è costruita intorno al quartiere perché c’è sempre gente del quartiere davanti al portone a parlare… cosa difficile, in una città con più di 8000 ab/kmq), non resta che gettare la spugna…

  • Antonia D.P.

    Guardi, non so lei, non ricordo se l’ha scritto o meno, ma whitehouse (che ha scritto 600 commenti!!), l’ha detto chiaramente che la mostra non l’ha vista.
    Non è mica un mio teorema.
    Io, tra l’altro non ho scritto alcuna impressione nel mio post, ho solo segnalato alcune inesattezze assolutamente comprensibili se non si è vista la mostra. Per la cronaca ho solo voluto registrare che a me la mostra è piaciuta. E mi pare legittimo. Argomentare non è il mio mestiere, non faccio la critica e le impressioni le tengo per me.
    Anche perché, al di là di tutto, l’arte è esperienza. E già parlarne con chi quell’esperienza l’ha fatta, come me, mi sembra poco interessante. Ma poi parlarne con chi non sa di cosa sta parlando mi sembra proprio una perdita di tempo.
    Buona giornata.

  • @Caliandro: Questa estate ho invitato Tosatti a partecipare a Kremlino con una sua opera, quindi non distruggo nessuno…ma cerco di argomentare un’operazione debolissima e significativa della situazione italiana.

    Io non ho demolito nessuno, ma ho detto che gli interventi sono deboli per le ragioni scritte e argomentate più volte.

    La partecipazione del quartiere è naturale, come se io facessi un ‘operazione artistica in piazza Navona…tutti partecipano inevitabilmente. Tutti saranno incuriositi e si fermeranno pure…MA QUESTO VUOLE DIRE CAMBIARE L’ITALIA? EDUCARE? SCONFIGGERE LA “PESTE”??? Per favore…non diciamo stupidaggini!

    Poi, ancora, c’è uno scollamento enorme tra presupposti teorici e realizzazione del progetto. Per non parlare del fatto che il portone non scarabocchiato è stata la cartina tornasole del successo dell’operazione….no comment.

    Affrontare problemi complessi in modo retorico e superficiale non porta da nessuna parte. Anche se l’intervista viene infarcita di citazioni COLTISSIME e BELLISSIME.

    Ritengo questo progetto significativo per una certo modo di FARE in Italia.

    Detto questo io stesso ho invitato Tosatti all’interno del progetto Kremlino con una sua opera. Quindi non distruggo proprio nessuno ma cerco di argomentare!

    Tosatti ci propne un archeologia del ready made, il telefono SIP democristiano, starebbe bene nei mercatini antichi che vanno tanto di moda oggi. Ecco la MODA di cui parla Agamben…mentre la contemporaneità richiede uno sfasamento con il presente…

    Port esempi positivi non per affermare ma per essere costruttivo…SE UNO NON PORTA ESEMPI SI DICE CHE è DISTRUTTIVO E BASTA…SE UNO PORTA ESEMPI SI DICE CHE è AUTOREFERENZIALE E DISTRUGGE GLI ALTRI PER AFFERMARE SE STESSO…FINITELA!

  • Io la mostra l’ho vista eccome. Avete visto l’11 settembre? Ma dove vivete? Se pubblico immagini e video di una mostra questa si trasforma, e può essere vista da qualunque posto. Se non voglio questo non pubblico foto e video (vedi Tino Sehgal). Fare una foto dell’opera NON equivale ad un trailer….

  • christian caliandro

    aridanghete!

  • Aridanghete un corno. Questo progetto è indifendibile. E lo dico dopo aver chiesto a Tosatti di partecipare ad una mia iniziativa…quindi sono al di sopra di ogni sospetto.

  • Evviva

    Ah, quindi ti ruga che Tosatti t’ha detto di no…

    • Come ho scritto Tosatti ha partecipato a Kremlino. Purtroppo ogni critica viene vista come il desiderio di smontare e distruggere, e non come atto d’amore. Ma siamo nel regno della “famiglia all’italiana” dove si proteggono i figli ad oltranza e in modo acritico. Tosatti dovrebbe preoccuparsi di coloro che gli dicono “bravo” con una bella pacca sulla spalla…ma questo Tosatti non lo ha ancora capito.

  • Rilevo la totale incapacità e non volontà di argomentare le opere. Questo è il solito vivacchiare in attesa della prossima marachella di Cattelan. Mi sembra di procedere in un deserto, ma fino a quando ci sono inserzionisti “Paella para todos!”.

  • M.M.

    Whitehouse tu non stai argomentando un bel niente. La mostra non l’hai vista. E non puoi averla capita. (E non perché sei stupido, ma perché evidentemente non hai le informazioni necessarie).
    La mostra non l’ho vista nemmeno io, quindi non so se sia un bel lavoro o no. E nemmeno me ne frega, perché qui c’è un’altra questione in ballo.
    Le tue teorie su come si fruisce l’opera te le puoi permettere perché non sei nessuno e parli attraverso dei commenti su internet ad articoli scritti da altri con nome e cognome (e con una carriera alle spalle). Se fossi uno storico dell’arte (cosa che io sono e che mi è costato anni di studio), se fossi un professionista, che deve autenticare un’opera di Picasso o di Chagall, col cavolo che potresti dire che ti basta guardarla in foto. Da Christies ti piglerebbero a calci nel sedere. Quando si fa sul serio certe cazzate non le potresti nemmeno pensare o la tua carriera sarebbe azzerata immediatamente.
    Il fatto che tu non abbia una carriera e stia qui solo a chattare su un forum non è che ti legittima a sparare qualunque baggianata. Questo è pur sempre un sito d’arte, non è uno di quei forum in cui le ragazzine chiedono se si può rimanere incinta con un bacio!!

  • Caro M.M,

    non ho detto che per autenticare le opere (e dare un prezzo) sia sufficiente guardare le opere in foto. Dal fatto che tu sia uno storico/a dell’arte, capiamo il livello della formazione in italia…non sei riuscito a distinguere un giudizio critico dall’autenticazione dell’opera..che sono due cose diverse.

    Ma se l’artista lascia fotografare l’opera, l’artista deve essere pronto ad un giudizio. Io non ho mai visto la Gioconda ma ho visto immagini e documentari…non posso dare un giudizio definitivo, ma comunque molto vicino al definitivo…per fare un esempio.

    Per argomentare una sedia vicino ad un telefono, un altare lisciato, o un fuoco in mezzo a delle lastre di metallo, penso sia sufficiente un po’ di immaginazione, alcune immagini e addirittura un video!

    Le opere all’interno della chiesa non sono altro che piccoli spostamenti con oggetti recuperati e ristrutturati. Una sorta di archeologia del ready made. Dove il giovane artista dimostra ancora un feticismo significativo verso il passato, e verso una certa retorica del passato; che serve evidentemente per essere accettati in “un paese per vecchi”.

    Nico Vascellari avrebbe fatto un concertino punk nella chiesa…lasciando lì legno e paglia bruciati, sudore e gingilli vari…e saremo alle solite…anche il concertino punk nella chiesa sgarupata è funzionale al paese per vecchi e al problema che si vorrebbe affrontare.

    Poi l’impianto terorico dell’intervista è totalmente scollato con la realizzazione del progetto…come si fa ad essere così superficiali? Come si può pretendere di educare e sanare dalla peste in questo modo???? Pongo delle domande a cui nessuno vuole rispondere…..

    Il punto non è l’innovazione ma la consapevolezza dell’opera rispetto alle intenzioni dell’artista. Una bella tavola di legno con sopra dei vimini come in una pioggia può essere un ‘opera di valore, perchè va a risolvere una stanza con eleganza, intelligenza e freschezza. Ma NON PRETENDE di FARE ALTRO. NON PRETENDE DI SALVARE NAPOLI E IL MONDO, NON PRETENDE DI AVERE EFFETTI CHE NON HA. E’ consapevole dei suoi limiti, e quindi ha un grande valore, perchè diventa testimone e stimolo per portare eleganza, intelligenza e freschezza nella propria vita.

    Queste opere di Tosatti risultano pretenziose, anche perchè potevano apparire fuori dalla chiesa, liberamente, spontaneamente, senza 300 istituzioni e 1000 articoli per sostenerle.

    • Alex Gianotti

      M.M, è lontano mille miglia dall’arte!

  • REPLICO IL COMMENTO di Attilio, e ASPETTIAMO CHE ARTISTA, CURATORE E AMICI VARI, CI SPIEGHINO DOVE STA IL VALORE DI QUESTA MOSTRA (APERTURA CHIESA SGARUPATA A NAPAOLI E INSTALLAZIONE DI OGGETTI RISTRUTTURATI…) GRAZIE:

    Speravo che in questi giorni qualcuno sarebbe venuto ad argomentare in favore della mostra, o a rispondere alle questioni poste da Whitehouse. Resta invece un vuoto che si addice molto bene a questo progetto. Giorgio – che pure consiglia con intelligenza di aspettare la fine del ciclo (ammesso che questo riesca a compiersi) – dice che Tosatti fa “scenografia”, “nel bene e nel male”. Stavolta direi nel male, visto che la “mostra” è priva di soluzioni illuminotecniche che qualsiasi scenografo rispetterebbe. Questa però è una “mostra” che non mira a farsi vedere, anzi tiene lontano lo spettatore. Innanzitutto scavando un solco tra la “mostra” e il quartiere circostante: le parole di Tosatti, che ho già avuto modo di criticare, lo confermano. Non che l’arte debba educare per forza, ma, se si sottolinea insistentemente la situazione problematica di un luogo, un lettore/spettatore ingenuo potrebbe cogliere da parte di artista e curatore un intento sociale che qui è del tutto assente (ancora distanza tra teoria e pratica). Se questo non c’è, significa che per l’ennesima volta si sta facendo folklore (trappola napoletana, e capisco come Tosatti abbia potuto lasciarsi “affascinare”- pur con tutti gli strumenti culturali di cui si ammanta -, ma il curatore -napoletano- aveva per così dire il “dovere civile” di far piazza pulita dei luoghi comuni o di evitare strumentalizzazioni). Insomma: o si fa arte sociale o non si fa, non è obbligatorio. Ma non si può gettare il sasso e nascondere la mano, continuando contraddittoriamente a rinchiudersi nella propria torre d’avorio: la stessa opportunità di fruire di posti “negati” o non è stata ben sfruttata o si dimostra l’ennesimo atto elitario. Se non si vuole “dialogare” col contesto circostante – e col pubblico, non con i soliti amici -, tanto vale restarsene asserragliati nei musei o nella gallerie, senza muovere le pedine tizio e caio per farsi riaprire la chiesa chiusa dal dopoguerra (altrimenti è solo una dimostrazione di “siamo gente che conta”). Inutile prendersi per i fondelli: la chiesa, per quanto cadente – anzi per quello – viene concepita come un bel palcoscenico per il proprio narcisismo.
    L’elitarismo di cui parlavo prima mi pare confermato dalla modalità di fruizione della mostra: si entra uno alla volta. Per motivi di sicurezza, suppongo, ma questo psicologicamente dà al visitatore l’illusione di vivere un’esperienza unica. Ma, invece che in una beauty farm di lusso, questo si trova nella bottega di un rigattiere, senza riuscire a capire che cosa è stato messo lì apposta e che cosa ci stava facendo la muffa da decenni. Insomma, dove sta la mostra? Chiedere alle persone del quartiere cosa ne pensano? Meglio di no. Abituati come sono alla mancanza di confronto, artisti e critici non sopporterebbero l’esplosione di una risata, una scrollata di spalle o le domande: perché devo pensare che questa sia arte? E se non la capisco significa che sono ignorante? Che sono stupido? Ma io non lo sono. Umilmente, onestamente, dimmi perché mettere insieme un mucchio di oggetti salvati da una discarica dovrebbe farmi pensare all’arte. No, non mi convinci. Allora se non capisco forse è perché tu – artista, critico, curatore – non sai trasmettere la sincerità, l’onestà e la profondità dei tuoi progetti. Sei inutilmente tortuoso. Ti nascondi dietro le citazioni. Prima o poi qualcuno ti stanerà. Per il momento, purtroppo, hai vinto tu.

  • Ho cercato si riordinare la mia critica qui, ovviamente in modo grezzo, attendo contro argomentazioni per approfondire meglio: http://whlr.blogspot.it/

  • Penso che ormai sia chiaro che il non parlare di Tosatti sia un silenzio-assenso? Come fa infatti uno a non intervenire per difendere il suo lavoro? O non gliene importa nulla, ma questo non posso crederlo in un artista sincero, oppure non sa che dire…
    Io sono pienamente d’accordo con whlr

  • christian caliandro

    E dopo che hai offeso M.M., colpevole di averti rivolto semplicemente questa affermazione logica: “Whitehouse tu non stai argomentando un bel niente. La mostra non l’hai vista. E non puoi averla capita” pensi di aver fatto una bella figura? (Ti ostini a giustificare che si possa interpretare una mostra solo sulla base di un’esperienza mediata, cioè di una non-esperienza, e da questo presupposto fai discendere tutto il resto; quando uno te lo fa notare “rilevi la totale incapacità e non volontà di argomentare le opere”, perché rifiuti a priori quelle argomentazioni e, anzi, non le riconosci neanche come argomentazioni: comodo; ma ripeto, la discussione – la discussione culturale – non è questo). Il ‘deserto’ di cui tu parli e di cui ti lamenti è quello che tu stesso ti sei creato e ti crei attorno. Hai ragione: sei il miglior artista del mondo, non esiste altro artista all’infuori di te, tutti gli altri sono incapaci di costruire opere interessanti e persino di capire… Peccato che di questa realtà, tu sia l’unico abitante: anche essere “l’ultimo uomo” è una retorica consolatoria, forse la più grande che ci sia. Ti faccio solo notare che, se anche si trovasse un artista corrispondente al TUO criterio, sarebbe comunque solo una pallida imitazione di te stesso, un simulacro dell’originale: e questo è qualcosa di profondamente storto.

  • Angelov

    Ci sono forme di devianza ed inquinamento culturale tali, oggi sul mercato, che sono il prodotto di una interpretazione del concetto di “Libertà”, che va ben oltre le più fantasiose aspettative.
    L’idea di poter giudicare un’opera d’arte, o meglio una scultura o addirittura una istallazione, dalla sola immagine digitale, secondo me, può solo essere capita, ma in casi come questo pretende di essere tollerata, dal una impossibilità reale nel poter entrare in contatto fisico con l’opera stessa, da parte del fruitore, dovuta a motivi logistici, contingenti, vari etc. e non da ultimo, qualche impedimento che va ben oltre la volontà stessa del fruitore: qualcosa di privato e così grave, da giustificare la necessità di poterne fruire solo standosene seduto di fronte alla propria tastiera.

  • @Caliandro: io non ho offeso nessuno. E continuano a non parlare delle opere.

    Per me vedere le opere su you tube o in una foto gallery, è un’esperienza. Se non piace questa esperienza l’artista deve impedire foto e video. Vedi appunto Tino Sehgal.

    Io non ho mai detto di essere il migliore artista. Mi sento un semplice blogger. Porto esempi per essere costruttivo. Ma ripeto NON stiamo parlando delle opere! E le opere si vedono molto bene nel video.

  • MM confonde autenticazione delle opere per la vendita con giudizio critico. Mi sembra molto grave. E si capisce perché non esiste critica d’arte.

    • Cristiana Curti

      MM non confonde un accidente. Afferma solo che per valutare (ie. vagliare, criticare) un’opera, se si è dei professionisti del sistema dell’arte (critici, docenti, mercanti, artisti ovvero tutti coloro che fanno della loro conoscenza e capacità in merito una professione e con essa tentano di camparvi non solo chiacchierare) occorre vederla così come fanno ANCHE gli esperti delle case d’asta. Non ha scritto un pamphlet sugli esperti delle case d’asta protagonisti della critica d’arte.
      Tant’è che – per me molto correttamente – MM sospende il giudizio su un’opera che non ha mai visto.
      Quindi non si tratta di “e continuano (chi?) a non parlare delle opere”. Si tratta molto più semplicemente “chi non ha visto non vuole o non può giudicare”.
      Ma tanto è come parlare ai sordi…

    • Plateaincerta

      Ben detto !!!

  • Anche se mi sento più vicino a lr (visto che per es. Tosatti non è neanche intervenuto per dire se è fondamentale vedere dal vivo la sua opera oppure no; non possiamo escludere che abbia rilasciato foto e video proprio perchè non ritiene fondamentale vederla), faccio una proposta costruttiva (spero): perchè non ci organizziamo e ci troviamo tutti davanti alla chiesa, vediamo insieme il lavoro e ne parliamo serenamente?

    • Opalka

      CoDa, vai avanti tu che a me scappa da ridere!

  • Io non posso essere a Napoli, viviamo in un modo veloce e feroce. Il video della mostra è importante per questo.

    Ma ripeto qui si sta consumando una forma di omertà, un tabù rispetto l’argomentazione delle opere. Da 5 anni stimolo questo contesto italiano che sembra ancora desertico. Come risposta sono nati gruppi di ascolto (tipo Sentimiento Nuevo) che però non riescono e non possono uscire dalle solite logiche acritiche.

  • giacomo romoli

    Caro Whitehouse, per quanto le tue analisi siano condivisibili, il problema rimane che, anzichè analizzare solo fenomeni ampiamenti dentro il sistema, potresti formulare esempi altri, e non riferiti al tuo lavoro. Qui nello specifico, ci troviamo di fronte a pura strategia politica usata ad arte, e l’articolo su Spinola Banna chiude il cerchio perfettamente, altro che non si vuole il sisema dell’arte tra le palle, deve solo essere selezionatissimo e rigorosamente esclusivo.
    Ma d’altronde più o meno tutti si comportano in questo modo, chi più maldestramente e chi meno, l’alternativa è… fare altro di più interessante rispetto all’arte?

  • Ri.Chi.

    “Si pensa che una rivoluzione abbia successo solo se ottiene effetti rivoluzionari. Solo se impone l’antitesi che è. Invece una rivoluzione pone l’antitesi per raggiungere una sintesi. E ogni passo verso quella sintesi – che magari non si raggiunge – è un passo da ascrivere alla rivoluzione.”
    (Wu Ming 2)

  • @Giacomo Romoli: a breve uscirà un mio articolo su queste questioni. In ogni caso il sistema dell’arte in italia è un opportunità sprecata. L’alternativa è stimolare e coltivare senso critico e discendere da questo con proposte alternative.

    Io apprezzo molto il lavoro di Tino Sehgal (anhce se in biennale è stato deludente). Perchè dimostra una consapevolezza. Poi credo che la pittura a volte sia la cosa migliore, perchè ti costringe ad essere consapevole dei limiti della tela.

    Dopo il 2001 non vedo tante alternative progettuali, oltre a valori del 900.

    • E fallo il nome di qualche pittore allora! Su! Abbiamo capito che ti piace Sehgal…

  • @ Curti: ma le opere su vedono benissimo nelle foto e nei video! Cosa vuol dire “vedere” un’opera? Abbiamo visto l’11 settembre? Lo commentiamo?

    Ma soprattutto, siamo in grado di argomentare un’opera senza cadere nella trappola contemplativa dell’esperienza diretta, come unico valore? Cosa significa conoscere un’opera? Einstein sosteneva che l’immaginazione ha un primato sulla conoscenza, se l’artista lascia riprendere le opere, sceglie di attivare l’immaginazione dello spettatore.

    • Cristiana Curti

      La tua fede incrollabile nella possibilità che un’opera possa essere giudicata senza vederla non offre sbocco ad alcuna discussione che si possa davvero dire fruttuosa in merito. In realtà – a parte citare come sempre qualche frasetta su Einstein e co. – non dai alcuna consistente spiegazione dell’alibi che imponi come principio cardine del tuo sistema di valutazione. Non vedo quindi perché ti ostini a intasare internet di commenti inconcludenti quando di fatto nessuno (e se dico nessuno è così) in questo argomento ti è davvero vicino. Chi neppure si muove per vedere perde il 100% dei significati per cui un’opera viene creata. Al massimo, osservando un’opera attraverso un’immagine fotografica (se per questo supporto non è stata creata specificamente), si dà atto della sua esistenza, ma non della sua essenza. Il tuo sistema di giudizio fondandosi su questo assunto – che dai per scontato tentando di convincere tutti senza riuscirvi – è condannato a non avere alcun interlocutore. Se questo per te è un passo avanti o quantomeno il nucleo del tuo pensiero critico, dopo cinque anni di frasette “idiomatiche” ripetute in loop, davvero non c’è altro da dirsi.
      Il problema è che tu procedi nell’offendere gli altri e nello sputare sentenze. Per quanto mi riguarda, dato che le sentenze non mi interessano, puoi certamente procedere finché troverai qualcuno che ti ospita, perché altro palco non possiedi. Ma circa le offese, questo è sommamente fastidioso. CIò combinato con il fatto che in realtà impedisci una qualsiasi discussione (ancorché superficiale in queste pagine) perché non ritieni nessuno a livello delle tue somme esternazioni rende profondamente noioso quanto inutile intavolare con te un minimo di dialogo.
      E l’aspetto più singolare, che a quanto sembra non comprendi, è che questo atteggiamento danneggia te in primo luogo.

  • Volevo scrivere le opere ” si vedono benissimo”

  • @ Cristiana:
    Personalmente non ritengo che un’opera possa essere compresa pienamente senza vederla dal vivo. Sul mio blog, in maniera apertamente provocatoria, ho rinunciato all’utilizzo delle immagini, proprio perché credo che si dovrebbe ritornare con maggiore entusiasmo a frequentare musei, gallerie e studi di artisti. Una civiltà che non si misuri quotidianamente con le tradizionali modalità di condivisione culturale, basate su concreti processi di socializzazione e su complete esperienze sensoriali, non sarà mai in grado di apprezzare e sfruttare pienamente le potenzialità delle nuove tecnologie e della multimedialità.
    Detto questo, penso tuttavia che Whitehouse sollevi una questione di enorme rilevanza e che la discussione in merito non sia sterile, anzi. Non è affatto vero che il principio della legittimità di una valutazione basata esclusivamente sulla documentazione fotografica non sia condiviso o ampiamente diffuso. Ricordo a te e ai commentatori che in un buon 60% (e mi tengo basso con la percentuale) dei concorsi per artisti emergenti, in Italia e all’estero, le selezioni (quanto meno in una prima fase) avvengono sulla base di fotografie o di immagini per il web. La polemica sull’utilità dei premi e sulla limpidezza dei processi di selezione qui non conta. Ciò che mi interessa è che la modalità di valutazione “virtuale” è accettata e praticata da alcuni tra i più autorevoli critici e curatori. Quindi forse non è proprio inutile parlarne. Prima di prendercela con Luca Rossi, potremmo ad esempio iniziare a chiedere ai nostri giovani critici di fare più studio visiting.

    • Cristiana Curti

      Caro Vincenzo, in attesa del mio commento ora in moderazione al testo di Caliandro (commento che in parte riflette questo argomento), capisco che tu voglia difendere il principio di selezione di premi e concorsi attraverso una pratica inevitabile (il confronto attraverso immagini), ma devo ribattere – per l’avversità profonda che ho nei confronti di premi e premietti, moltiplicatisi più per sostentare le carriere degli organizzatori e dei promotori che quelle degli artisti – che appunto questa pratica risulta per me il tassello debole della valutazione in un contest.
      Non è possibile selezionare senza vedere direttamente. E se la selezione non è valida, non sono validi neppure il premio e le motivazioni di chi se lo aggiudica.
      La valutazione senza visione non giustifica né rende oggettivo il criterio successivo delle opere e quindi la competizione.
      Sono senz’altro “ottocentesca”, ma preferirei assai più constatare che alcuni artisti vengono selezionati sul campo (negli studi o nelle esposizioni) per accedere davvero a opportunità concrete di lavoro offerte da Banche, Fondazioni, Aziende, Riviste, Amici dei Musei e affini piuttosto che essere gettati in un’arena inutile che serve solo ad aizzare una concorrenza sotto altri aspetti inesistente. Ma questo, mi rendo conto, è solo un mio convincimento che non collima con ciò che pensano molti.
      In quanto a wh, che mi ero ripromessa di non incrociare più, il tema non è il “suo” giudizio senza visione (a uno Zeri si potrebbe anche concedere…), che comunque non motiva come invece fai tu, quanto il metodo affabulatorio compulsivo e del tutto sordo a qualsiasi dialogo (e quindi a qualsiasi evoluzione) che mi urta nei suoi interventi. Non esiste alcuna differenza fra ciò che wh affermava cinque anni fa e ciò che riporta oggi. Ammetterai almeno che la noia incombe.
      Per il resto, per carità, liberi tutti.

      • Cara Cristiana, credo che nelle linee generali il nostro pensiero converga. Non volevo affatto difendere il principio di selezione attraverso immagini e non ho mai negato che le pratiche di valutazione in premi e concorsi siano perfettibili: ho cercato invece in qualche occasione di stimolare un dibattito su questi temi ( http://www.vincenzomerola.blogspot.it/2013/09/tre-domande-ad-andrea-bruciati.html ). Intendevo soltanto far notare che il problema esiste e che la questione, in questo caso sollevata da wh, meriterebbe un approfondimento. Poi sai bene che in moltissime occasioni ho criticato le debolezze argomentative e concettuali di Luca Rossi proprio come tu hai fatto adesso. Però, proprio per evitare la noia, andiamo avanti. Prendersela con Whitehouse sta diventando sport nazionale e se continuiamo così finiremo per legittimare il suo complesso di persecuzione. Lo dico con grande simpatia e affetto, consapevole del fatto che sarò il primo a non essere in grado di seguire i miei stessi consigli ;-)

  • Continuate a discutere del problema se un opera deve essere vista o meno per essere giudicata e state perdendo di vista il vero punto, come spesso accade qui ,anche perchè l’artista non interviene: che senso ha quest’opera? Perchè è stata fatta? Ha avuto i risultati attesi? Che contributo da alla vita dello spettatore?
    Sono queste le domande che dobbiamo porci, come ho sottolineato più volte. Se non riusciamo a dare una risposta – e questo non è facile – il nostro è solo un parlare per parlare. Avevo fatto una proposta di andare a vedere insieme l’opera per capirla + a fondo, ma non è stata accolta ed è stata pure presa in giro.
    Parlate, parlate, ridete ridete – chiara rappresentazione dell’attuale situazione anche politica – e intanto il mondo crolla.

  • Gousto Coda. Totalmente incapaci di argomentare le opere che si vedono benissimo. Molto significativo. Presto articolo su Artribune.

  • Anna

    Faccio a tutti i complimenti per questa bella conversazione. Piena di spunti interessanti, specie quello che ha proposto Vincenzo Merola sulla questione dei premi e le valutazioni delle opere da fotografie che non possono mai restituirne davvero il senso. Ma, appunto, come dice lui stesso, il problema non è il giudicare, quanto il giudicante. Chi si presta ad un’azione così poco professionale si squalifica in parte. E mi fa sempre molto riflettere quanto, per professionisti anche di livello mediamente alto, sia così difficile sottrarsi alla tentazione di caderci.
    Comunque è bene che un’opera, come quella di Tosatti, stia generando tanta discussione.
    Io personalmente l’opera l’ho vista vivendo a Napoli. Ne ho letto qui su Artribune e sono andata a vedermela. Ammetto che sono molti gli elementi di possibile confusione leggendo l’articolo. Non perché non sia ben scritto, ma perché crea delle aspettative in parte diverse dalla realtà dei fatti. Mi spiego.
    Leggendo l’articolo, specialmente le risposte di Tosatti, mi aspettavo di vedere un’opera molto diversa. Un’opera più impattante. Invece mi sono trovata di fronte ad un’opera fragile, ma non per questo debole. E’ un lavoro estremamente delicato, costantemente in pericolo, sempre sul punto di collassare, di essere distrutto da ogni suono, ogni rumore. Ripensandoci, le parole di Tosatti, sono tutte vere effettivamente, solo che lo sono in una chiave diversa da quella che mi aspettavo leggendo l’articolo. E vedendo l’opera ho capito in che senso si parla del rapporto con la città, il quartiere e, in generale, l’Italia e non solo. L’opera non ha confini. E’ nella chiesa, è fuori dalla chiesa…
    E qui c’è il vero grande errore che ha fatto Whitehouse (e che aveva tratto in inganno anche me all’inizio). Lui dice che “le opere” si vedono in foto, come se fossero una serie di installazioni diverse dentro la chiesa. Nelle foto, infatti, si vedono degli elementi che possono far pensare a singole installazioni. Invece l’opera è una sola. Lo si capisce subito vedendo l’opera. Tutti gli elementi che in foto sembrano avere una loro autonomia, nella realtà sono fusi nello spazio perfettamente in un’unica opera in cui non si capisce davvero cosa era presente e cosa è stato aggiunto. Difficile da spiegare, ma è una questione sensibile. E comunque c’è una compenetrazione molto forte tra il dentro e il fuori. Quello che c’è fuori, i rumori, le urla, i suoni, invadono gli spazi interni con una forza incredibile (ecco perché dico che tutto sembra sempre sul punto di crollare). E anche quello che c’è dentro invade il fuori. E questo non saprei spiegare esattamente in che modo, ma il portale aperto ha un effetto molto forte in quel contesto urbano. Sembra quasi che la chiesa dia un senso più preciso a quello che c’è intorno.
    Comunque l’installazione, o qualunque cosa sia, è forte, ma in un modo non invasivo. A me ha fatto pensare ad uno stato dell’anima. A certi momenti molto difficili che capitano nelle vite di tutti e che alcuni riescono a superare presto, altri ci stanno dentro a lungo. Nel lavoro c’è molto pessimismo, molta angoscia, ma anche speranza, specie nel modo in cui Tosatti sa far entrare la luce naturale in punti precisi a illuminare dei dettagli (tipo una pietra nera dietro l’altare). Questa, ad esempio, è una delle cose che mi ha colpito di più: la capacità di dirigere la luce naturale, credo con dei sistemi di specchi nascosti, ma tutto sembra appunto perfettamente naturale. Come anche la presenza di quegli elementi che in foto sembrano “staccati” dal contesto.
    Comunque ecco. Io ho messo la mia parte di impressioni e, se possibile, di argomentazioni per un’opera che ho apprezzato.
    Comunque Co.Da ha ragione. Vedete l’opera. Mi pare una delle cose più di buon senso che sono state dette. E tra l’altro è interessante l’idea che un gruppo di persone di un forum si organizzi per andare assieme a vedere un lavoro e approfondirlo. Io l’ho già visto. Ma ci starei. Certo, per me, napoletana è semplice. Magari quello che ha risposto male a Co.Da lo ha fatto perché è di Bolzano… ahahah

    • christian caliandro

      Grazie Anna.

  • @Anna: io l’opera l’ho vista e ho colto questi micor spostamenti che non sai se voluti o casuali. In un luogo così ogni cosa è poetica…..cosa accade se entra un pallone come quando sono stato io??? E cosa accade se la luce forma una croce sul suolo??? e Cosa accade se entra una colomba bianca o se una signora, secca e nodosa entra a pregare??????

    Ma questa è la vita. Dove stanno i presupposti dell’articolo??? Meglio Cattelan che fugge e non parla,lasciando aperte tutte le interpretazioni….il carico di citazioni messo da giornalista e artista è stucchevole e pretenzioso…per quello che è semplicemente un cantiere sgarupato di una vecchia chiesa, dove ogni elemento INEVITABILMENTE assume un carattere poetico…..

    Questo relativismo lo può ordinare l’artista, ma non in questo modo. Mi sembra un lavoro poco sincero e presuntuoso. Bastava scendere in strada e lavorare veramente fra la gente. Senza bisogno di patrocini, di aprire chiese o di matronati e fondazioni varie…

  • gregorio silandri

    Fantastica istallazione ambientale e belle immagini, meglio così o farci mettere mano ad arte?

    http://www.repubblica.it/esteri/2013/11/27/foto/la_cultura_dell_abbandono_guardate_lo_storico_campus_belga-72061507/1/?ref=HRESS-3#7

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