Personalità vs. competenza

Un ventennio di berlusconismo, televisivo e non, ha eroso alla base l’idea che lo studio, l’acquisizione di sapere, il possesso di un bagaglio di tecniche specifiche e di strumenti critici siano necessari per farsi strada professionalmente. L’editoriale di Martina Testa, direttore editoriale di minimum fax.

Martina Testa

Da una dozzina d’anni lavoro per una casa editrice di Roma: prima come redattrice, poi anche come editor e ora come direttore editoriale. Sebbene non conosca né frequenti il mondo dell’arte in senso stretto, la mia professione si svolge all’interno della cosiddetta “industria culturale”: un complesso di attività che comprende non solo la produzione di materiali culturali ma anche la loro diffusione, comunicazione, valutazione; un ambito in cui la letteratura e l’editoria convivono con la musica e le arti visive, ma anche con l’organizzazione di eventi e il giornalismo. Riflettendo sulle dinamiche di questo vasto settore, un fenomeno che negli ultimi anni mi sembra evidente è quello del sostituirsi della forza della personalità alla forza della competenza.
Un ventennio di berlusconismo, televisivo e non, ha eroso alla base l’idea che lo studio, l’acquisizione di sapere, il possesso di un bagaglio di tecniche specifiche e di strumenti critici siano necessari per farsi strada professionalmente. Il biglietto da visita è diventato quello del carattere: simpatia, spigliatezza, voglia di fare; sensibilità, originalità, passione; capacità di farsi notare. Questo tipo di mentalità anti-intellettuale, la mentalità per cui chi “sa” è un pedante da sbeffeggiare, o un elitario da guardare con sospetto, ha trovato terreno fertile nella democrazia telematica da blog e da social network. Il preoccupante risultato è che, oggi, chiunque scriva si sente scrittore, chiunque faccia musica si sente musicista, chiunque abbia un’opinione su un libro si sente critico letterario, chiunque scatti una foto si sente fotografo. E spesso si ritiene che la passione per la lettura basti di per sé a dare accesso a una vita professionale nell’editoria. Non molti sembrano consapevoli del fatto che per lavorare nella redazione di una casa editrice è utile saper scrivere senza errori in un paio di lingue straniere, o saper usare uno scanner, o saper creare un file .epub, o conoscere il linguaggio HTML o anche solo la regola per la formazione del plurale dei sostantivi in –cia e –gia. (E il fatto che gran parte delle case editrici esternalizzino sempre più il lavoro, rinunciando a formare il proprio personale interno, non contribuisce certo a innalzare il livello di competenza generale nel settore.)

La libreria minimum fax a Roma
La libreria minimum fax a Roma

Non fatico a immaginare che esista un corrispettivo di questa situazione nel mondo artistico: sempre più l’idea che arriva ai profani come me è che l’arte, specie quella contemporanea, vada sottratta a obsoleti parametri tecnici o critici e fruita in maniera immediata, soggettiva; e che farla, capirla, parlarne, sia questione di sensibilità e di passione più che di competenza.
Ritenere la letteratura e l’arte – nonché il fare libri, e il curare mostre – questione di sentire più che di sapere fa gioco a chi vuole ridurle a passatempo o a puro mercato, e privarle di valore conoscitivo, critico e, in definitiva, politico. Se in nome di un generico rifiuto della “casta” (la casta dei critici, la casta dell’“editoria tradizionale” ecc.) la cultura si pensa fatta solo di gusto, estro creativo, intraprendenza personale, e non più di abilità tecnica, di patrimonio cognitivo condiviso da accrescere e trasmettere, la si condanna all’irrilevanza. Proprio come, nella vita politica, la progressiva sostituzione della personalità alla competenza e l’idea che voler fare equivalga tout court a saper fare hanno portato agli esiti desolanti degli ultimi mesi. Quando cominceremo a invertire questa tendenza?

Martina Testa
direttore editoriale di minimum fax

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #15

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  • pneumatici michelin

    Ben vengano le opinioni di chi guarda il sistema dell’arte dal di fuori.
    Aggiungerei che se la situazione italiana è pessima e il berlusconismo in questo ha avuto indubbiamente un ruolo centrale, all’estero il mondo dell’arte non brilla sempre di luci cristalline.
    Non darei la colpa però solo all’egocentrismo presenzialista degli aspiranti produttori d’arte: la casta dei critici, degli addetti ai lavori, dei direttori delle riviste ha colpe gravissime.

  • Angelov

    Sapere e sentire sono all’origine di conoscenza e saggezza.
    Oggi si vive in un mondo basato sull’informazione, e quindi sul conoscere e sul sapere.
    E’ compito dell’arte riposizionare le sensibilità verso un miglior sentire.
    In ogni ragionamento impostato in termini dualistici, bisogna sempre fare attenzione a non cadere nel tranello di passare da un eccesso in una direzione, ad uno simile, ma nella direzione opposta.
    In termini politici viene auspicata l’ipotesi di governi tecnici, per utilizzare metodi più scientifici per migliorare la società; ma ciò che deve cambiare è la Mentalità dalla gente: un sedimento che si è accumulato in misura tale, per non essere stati al passo con i tempi, e che ora c’è la tendenza di percepire come un ostacolo insormontabile ed ingestibile.
    Buona fortuna…

  • Condivido ogni singola parola di questo editoriale di Martina Testa. In questo difficile momento di transizione per la politica italiana, guardo personalmente con preoccupazione al fenomeno, descritto puntualmente, del prevalere della personalità sulla competenza. La rivalutazione del sapere, teorico e pratico, in ogni campo (artistico e professionale) sarebbe la strada giusta da percorrere per risanare il Paese. Ma purtroppo ben pochi scelgono la strada in salita, faticosa e impervia: pur di evitarla, ci si continua a perdere in un girovagare infruttuoso.

  • Lina

    Finalmente una descrizione puntuale dell’ormai dilagante convinzione che una personalità di facciata possa sostituire una competenza più profonda! Mi chiedo se si riuscirà mai ad invertire questa “moda” o se saremo definitivamente costretti a rivendicare le nostre reali capacità e competenze sempre più lontano da questo paese.

  • FdB

    Ottime riflessioni, ci stanno. Forse c’è da rimarcare che, purtroppo, “questo tipo di mentalità anti-intellettuale” ha attecchito fortemente anche in quelle sacche di industria culturale che si ritenevano immuni da tale fenomeno. Tutto ciò, accoppiandosi all’esternalizzazione del lavoro e alla pratica della “formazione di massa” di schiere di wannabe editoriali che non potranno mai essere assorbiti da questo segmento del mercato del lavoro, produce gli impietosi risultati che ci troviamo di fronte.
    “Personalità vs. competenza” sì, ma anche tanta autocritica e tanto realismo.

  • nel sistema dell’arte il vero problema è misurare la competenza, e non tanto la debolezza della competenza rispetto alla personalità. E più che personalità parlerei di pubbliche relazioni. Ma la situazione è talmente tremenda (ditemi un artista italiano emerso post 2000 che abbia una personalità definita, anche solo minimamente, mentre ci sono tanti curatori…), che ci si accontenta di fugaci apparizioni in concomitanza alla fieretta di turno

    la soluzione? L’argomentazione critica e la presenza di un pubblico vero, che, ripeto, NON esiste…

    non torno subito, ma sono tornato

  • vale

    Ho 25 anni e posso affermare di essere nata e cresciuta col berlusconismo…..un dramma. Noto una continua confusione delle parola pubblicità con la parola arte drlla parola informazione con la parola cultura della parola furbizia con la parola genio. Vince chi più fa parlare di se nel bene o nel male….vince chi fa piu soldi con meno sfsforzorubando l’idea da altri e facendola poi reslizzare ad artigiani esperti. Più la provocazione redta nella testa e nelle bocche degli dpettstori..più l’opera è valida ( ma anche la canzone della pubblicità dei sofficini è rimasta nella mia testa..pur non essendo affatto valida). È colpa di chi ci ha preceduto e ha trasformato la cultura della conoscenza in cultura del consumo ma noto anche che mentre i trentenni di oggi sono nel pieno di questo modo di vivere e di fare..i ventenni o comunque i mati dopo il 1990 ne sono schifati e disgustati e stanno invertendo la rotta (e me lo auguro)

    • Stefano di Milano

      io noto l’esatto contrario. i trentenni hanno vissuto il cambio di paradigma e la stragrande maggioranza vive in fase depressiva perché è stata educata all’importanza di un qualcosa che non è più attuale. Molti non si sentono adeguati al nuovo sistema, sono schifati da ciò che hanno intorno ma son purtroppo talmente diversi da non potersene integrare risultando noiosi e spocchiosi. I 90s sono terribili, vivono la cultura come un gioco di valore, si esaltano per opere che sono pure entertainment colpa anche del fatto che anche i luoghi in cui una volta trovavi arte (penso in primis a l’hangar bicocca di milano) ora propongono l’intrattenimento culturale al posto della cultura, che è tale solo se ha valore politico. La provocazione in realtà esiste dai tempi delle avanguardie ed è in fin dei conti “produttiva”, mentre non trovo un solo artista valido nei nati dopo il 90 e per valido intendo che lavori sull’immaginario. Ma mi dici dove trovi la provocazione nel contemporaneo quando ormai nulla provoca più e tutto è accettato? Chi vuol fare il curatore sogna carriere di successo nel puro management e public relations ed è sprovvisto di bagaglio culturale; chi vuol fare l’artista si arrocca in formalismi inutili, siam riusciti a recuperare il decorativo anche nella street art. I giovani iniziano a scrivere su blog e social network prima di aver acquisito le conoscenze adatte per parlare (e i direttori compiacenti rinforzano la tendenza perché parlano giovane e non li pagano) e non se ne curano; di fronte a chi ne sa di più non chiedono di imparare ma si mettono sullo stesso piano con la scusa che tutto è in fondo relativo. Personalmente la generazione fra i 90 e i 2000 (con le sue dovute eccezioni) è a mio avviso persa sul profilo culturale, viziata e coccolata dalle leggi “pro-giovani” che taglian fuori chi ha più di 29 anni e senza gli strumenti per capire ad esempio che la demagogia del 5 stelle è figlia del populismo berlusconiano che anzi vede come contrapposte.

  • vale

    Scusate gli errori scrivo col cellulare.

  • Sono d’accordo con Martina Testa ed è un bene che ogni tanto ci sia chi ricordi, dall’alto dei risultati ottenuti grazie alla propria competenza,che nell’editoria, così come nell’arte e credo in ogni altro ambito, non ci si improvvisa professionisti. Sarebbe utile anche un approfondimento circa le modalità con cui è possibile acquisire queste competenze (mi riferisco ovviamente all’accessibilità di tali conoscenze), ma qui apriremmo un altro discorso. Quello che è importante ribadire è che occorre avvicinarsi a ogni professione con grande umiltà e con un sano realismo circa le proprie effettive capacità, senza pensare che doti personali quali intuito, passione e capacità relazionali, che certo sono utili, possano in alcun modo supplire a una mancanza di competenze nel campo specifico, acquisite tramite lo studio e la pratica.

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  • Luca

    Ho trent’anni. Ho abortito pochi mesi fa un embrione di carriera, per la depressione causata dai motivi esposti benissimo da questo articolo. Continuo tuttavia a chiedermi se abbiamo ragione “noi”, quelli dalla parte della competenza, dell’umiltà, dello studio e dell’ingegno, oppure siamo semplicemente fuori posto in un mondo che ha rimosso dalla propria scala di valori quelle cose che per noi sono fondamentali ed imprescindibili. E se il mondo non ha bisogno di Qualità, poiché la maggioranza delle persone non se sente la necessità, dobbiamo forse convincere loro a cambiare? Dobbiamo aspettarci un cambiamento? In nome di chi, di che cosa?