Dialoghi di Estetica. Parola a Alberto Voltolini

Secondo appuntamento della stagione con i “Dialoghi di Estetica”. Al tavolo stavolta è seduto Alberto Voltolini, docente di Filosofia del linguaggio e della mente all’Università di Torino.

Alberto Voltolini

Insieme alle scienze cognitive, la psicologia e le neuroscienze, anche la filosofia della mente ha un ruolo rilevante per l’estetica: quali sono le principali aree di indagine che condivide con quest’ultima disciplina?
Se l’estetica è prima di tutto teoria della sensibilità, allora molti temi dell’estetica propriamente detta hanno a che fare con la filosofia della mente, che da sempre si occupa (tra l’altro) di sensazione e percezione. Ovviamente ciò vale per un tema centrale dell’estetica propriamente detta quale il tema della raffigurazione, nella misura in cui mette al centro la questione della percezione pittorica; ma anche meno ovviamente, ciò vale per il problema delle proprietà estetiche, in rapporto tra l’altro alla loro relazione alle proprietà artistiche. Può sembrare una banalità dire che vediamo che un quadro è bello, ma è certo meno ovvio dire che vediamo che un quadro è originale, ed è ancora meno ovvio dire che vediamo che un quadro è un’opera d’arte: perché?
La questione sembra nient’altro che un caso particolare della questione più generale dei contenuti ammissibili dell’esperienza, tema classico della filosofia della mente: cosa percepiamo davvero? È ormai assodato che qualunque umano, da qualunque angolo della Terra provenisse, se avesse incontrato Berlusconi l’altro giorno in Senato avrebbe visto un individuo pingue con una carnagione grigiastra e un po’ rugosa; ma avrebbe anche visto un uomo, o un uomo con una giacca a doppiopetto, o addirittura un (forse) ex-senatore della Repubblica Italiana, o avrebbe solo così interpretato il dato proveniente dalla prima percezione? Così, non c’è dubbio che quando ci troviamo di fronte a La Gioconda vediamo un certo assemblaggio di forme e colori; ma davvero vediamo che questo assemblaggio è bello, o ci limitiamo a interpretarlo così?

Voltolini & Calabi, I problemi dell'intenzionalità (2009)
Voltolini & Calabi, I problemi dell’intenzionalità (2009)

All’intersezione tra estetica e filosofia della mente si collocano anche gli studi sull’immagine, che hanno avuto la loro fioritura contemporanea dalla seconda metà del Novecento. Su quali ragioni si basano il dibattito e le attuali ricerche filosofiche sull’immagine?
È difficile studiare che cosa fa di un’immagine un’immagine, tema fondamentale della teoria della raffigurazione, senza mettere al centro della questione il fatto cui accennavo prima che percepiamo un’immagine come un’immagine, che abbiamo una percezione pittorica. Proseguendo il discorso precedente, la prima questione che al riguardo ci si trova ad affrontare è se questa sia davvero una percezione. Guardando La Gioconda percepiamo certe forme e colori, ma percepiamo anche il soggetto che queste forme e colori raffigurano, visto che – a differenza di quelle forme e colori – Monna Lisa non è certo là dove guardiamo?
La seconda questione è: ma davvero una siffatta percezione è necessaria per avere un’immagine? Messa giù nella maniera più cruda possibile, supponiamo che non ci fossero individui percipienti al mondo; ci sarebbero allora ancora immagini? La maggior parte dei teorici sulla raffigurazione pensa di no – come diceva già Leon Battista Alberti, si può dipingere solo ciò che può essere visto – ma (per quanto strano sembri) una minoranza di filosofi pensa il contrario.

Spesso le osservazioni sulle qualità delle immagini vertono, prima di tutto, sul valore di una loro particolare proprietà: la somiglianza. Si tratta di una proprietà essenziale per la natura delle immagini? E ai fini della loro valutazione?
Sembra una banalità dire che qualcosa è un’immagine perché somiglia a ciò che raffigura. Se il poster di Valeria Marini che incontriamo al distributore non somigliasse alla Valeriona nazionale (al punto che qualcuno potrebbe addirittura scambiarlo per lei) a che pro metter su quel poster invece che una descrizione linguistica della nostra Valeria? La recente riflessione in teoria della raffigurazione ha però cercato di smontare radicalmente questa banalità, al punto di aver sostenuto – cosa rara in filosofia – che le teorie della raffigurazione basate su quest’idea sono mere curiosità storiche, non più degne di riflessione teorica.
A mio modo di vedere, tuttavia, queste posizioni radicali non sono riuscite nel loro obiettivo; c’è ancora un senso in cui si può dire che somigliare al proprio soggetto è una condizione necessaria per essere un’immagine. Ciò detto, è indubbio che almeno a livello ingenuo la somiglianza al proprio soggetto è condizione per la valutazione dell’immagine. Recentemente si è imposto a furor di popolo di riaggiustare la statua di Papa Woytila recentemente installata alla stazione Termini di Roma perché, si diceva, era così brutta: non gli somigliava!

Madonna-Evita
Madonna-Evita

Due diverse esperienze visive, il “vedere come” e il “vedere in”, sono centrali nel dibattito filosofico contemporaneo sulle immagini. Di che esperienze si tratta? E quali differenze vi sono tra l’una e l’altra?
A tutti noi sarà capitato di vedere animali nelle nuvole; a molti di noi almeno sarà capitato di notare che uno stesso intrico di linee può essere visto ora in un modo (per esempio, come un quadrato) ora in un altro modo (per esempio, come un rombo). Non c’è dubbio che a prima vista si tratta di esperienze diverse; su questa base autori diversi hanno sostenuto che sono rispettivamente l’esperienza di vedere-in e l’esperienza di vedere-come a dover spiegare che cosa fa di un’immagine un’immagine.
Non è detto però che queste esperienze siano tra loro davvero incompatibili. Un classico caso di vedere-come, la figura che può essere vista ora come un’anatra ora come un coniglio, è altresì una figura ambigua in cui si può vedere ora un’anatra, ora un coniglio. E anche in casi privi di ambiguità, non arriviamo improvvisamente a cogliere un soggetto in una figura – un cane dalmata, per esempio – non appena raggruppiamo in modo opportuno gli elementi di quella figura per vederli come un dalmata?

Seguendo la distinzione tra veicolo e soggetto che adotti nel tuo libro, potremmo dire che consideriamo le immagini come rappresentazioni, poiché mentalmente cogliamo la loro salienza come soggetti e non solo come veicoli?
A me piacerebbe che fosse più di così, almeno se l’azione di cogliere mentalmente la salienza dell’immagine nei termini del suo soggetto è intesa solo una faccenda di immaginazione; a quel punto, l’esistenza di un veicolo dell’immagine con le sue caratteristiche specifiche non costituirebbe più un vincolo alla raffigurazione, farebbe solo da spunto all’immaginazione. Non sembra invece che sia così. In una certa nuvola possiamo vedere un elefante, ma non un millepiedi; questo perché le caratteristiche della nuvola rendono possibile l’una, ma non l’altra percezione. Mutatis mutandis, in un’immagine dev’essere lo stesso.
Recenti studi di scienza cognitiva sembrano mostrare che l’apprensione pittorica è molto più faccenda di percezione che di immaginazione; sembra esistere infatti un’apprensione inconscia non solo di oggetti, ma anche di immagini di oggetti, il che si giustifica se quell’apprensione ha il carattere informazionale proprio della percezione.

Barbero, Ferraris, Voltolini - From Fictionalism to Realism
Barbero, Ferraris, Voltolini – From Fictionalism to Realism

Un’esperienza pittorica si basa: sulla percezione diretta del veicolo, sulla percezione mediata del soggetto, o sulla possibilità di cogliere entrambi a livello cognitivo?
Certamente la percezione diretta del veicolo è presente: in qualsiasi momento, possiamo riferirci dimostrativamente ad esso, come quando diciamo di fronte a una fotografia “questa è fatta di carta Kodak”. Per le ragioni anzidette, io penso che sia presente, come fondata sulla precedente percezione, anche la percezione mediata del veicolo. Anche qui, il riferimento dimostrativo è presente: se quella fotografia è la foto di Madonna, di fronte ad esso posso ben dire “questa è Madonna” senza ovviamente intendere l’identità necessariamente falsa che un certo ammasso di cellulosa è la nota popstar.
A me verrebbe poi da dire che il secondo tipo di percezione coinvolge il livello cognitivo, o come si suol dire, che nel suo complesso la percezione di immagine è cognitivamente penetrabile. Potremmo infatti vedere Madonna nella fotografia senza vedere quella fotografia come una donna? Se quella fotografia fosse un fotogramma del film Evita, a quel punto non vedremmo più Madonna, ma Evita Peron in essa. Ma quel mutamento di soggetto non sarebbe reso possibile dal fatto che continuiamo a vedere quella foto come una donna?

Davide Dal Sasso

www.labont.it

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è membro di LabOnt, il Laboratorio di Ontologia fondato da Maurizio Ferraris, e sta ultimando il dottorato di ricerca in Filosofia presso l'Università degli Studi di Torino. Le sue ricerche vertono in particolare sulla ricomprensione filosofica del concettualismo, sul ruolo della rappresentazione nelle diverse forme d’arte, sulle nuove possibilità esperienziali offerte dalle arti contemporanee e sulla riconfigurazione del discorso filosofico su di esse. È l’ideatore del format di discussione interdisciplinare "Dialoghi di Estetica" e della omonima rubrica di filosofia e arte attiva dal 2012 su Artribune. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, Milano-Udine 2014).