Capitali Europee della Cultura. Il punto su Ravenna

Puntata numero uno di un viaggio nelle città italiane, ormai ufficialmente candidate a Capitale Europea della Cultura per il 2019. Rifacciamo il punto su questa esperienza, partendo da Ravenna, la prima città a intraprendere nel 2007 questo cammino. Verso il 30 gennaio, data della selezione di una prima “short list”.

Alberto Cassani

Capitali Europee della Cultura. Una lunga storia che Artribune ha raccontato fin dall’inizio con una lunga inchiesta che ha coinvolto la maggior parte dei direttori di candidatura di quelle che allora erano le città che avevano espresso l’intenzione di portare avanti un percorso verso il 2019. E che oggi si trovano ad affrontare la fase uno della “competizione” europea. Primo appuntamento il 20 settembre con la consegna del dossier di candidatura. E con una scoperta sorprendente: 21, infatti, sono le città italiane che si sono candidate (Aosta, Bergamo, Cagliari, Caserta,  Città-diffusa Vallo di Diano e Cilento con la Regione Campania e il Mezzogiorno d’Italia, Erice, Grosseto e la Maremma, L’Aquila, Lecce, Mantova, Matera, Palermo, Perugia con i luoghi di Francesco d’Assisi e dell’Umbria, Pisa, Ravenna, Reggio Calabria, Siena, Siracusa e il Sud Est, Taranto, Urbino, Venezia con il Nordest), tra progetti con una lunga storia e anche proposte dell’ultima ora. Un vero record, insomma, nella storia del riconoscimento, che ha visto, come anche raccontato in occasione di ArtLab 2013, promosso dalla Fondazione Fitzcarraldo a Lecce, nel 1985 Firenze, città europea, nel 2000 Bologna e nel 2004 Genova. Ora il primo step è la selezione, del cui esito sapremo solo a fine gennaio 2014, che ridurrà il numero delle concorrenti a una rosa molto più ristretta (potrebbero essere 5, o meno: starà a una giuria composta da 13 esperti, di cui sei italiani, deciderlo). Verso la nomina finale nel 2015.
Ne parliamo con i diretti protagonisti, partendo da Ravenna e intervistando Alberto Cassani, coordinatore del progetto di candidatura.

Ravenna
Ravenna

Possiamo entrare un po’ nel merito del dossier di candidatura e come questo si inscrive nella vita e nella storia di una città come Ravenna?
Come gli “addetti ai lavori” sanno bene, Ravenna è stata la prima città, nel 2007, a esprimere una volontà di candidatura. Abbiamo dunque alle spalle anni di impegno appassionato che hanno reso il 2019 una presenza consolidata sia nel dibattito pubblico che nell’immaginario dei ravennati. Il dossier ha cercato di portare a sintesi tutto il lavoro fatto, a partire dal patrimonio di partecipazione e di idee che ha visto protagonisti migliaia di cittadini e tutte le principali città della Romagna. Con la candidatura Ravenna ha inteso riflettere su se stessa, sulla sua identità, sulla sua vocazione europea, valorizzando il suo capitale sociale, la sua capacità di fare insieme e di riuscire a comporre un mosaico di culture. Un mosaico mai finito che, con un metaforico slancio tridimensionale, si muove verso l’Europa in un dialogo fitto con la contemporaneità. Questo movimento costruisce il futuro facendo riemergere, come nei momenti migliori della nostra storia, il coraggio dell’innovazione e la forza di una larga condivisione.

21 città candidate alla corsa europea. Come interpreti questo dato?
È un dato positivo: molte città italiane hanno deciso di puntare sulla cultura per ridefinire se stesse e la propria idea di futuro. Anche se non tutte hanno sviluppato un vero percorso di candidatura, capace di dare respiro a un disegno strategico e di innestarsi effettivamente nel tessuto sociale delle rispettive città.

Se Ravenna non dovesse passare la prima selezione, cosa resterà al territorio di questa esperienza e quali percorsi verranno comunque portati avanti nel futuro?
Resterà l’emozione di una grande esperienza collettiva; resteranno delle idee che, almeno in parte, potranno trovare realizzazione; resterà un metodo fatto di buone prassi, di ascolto reciproco e di collaborazione che può migliorare lo spirito civico di una comunità.

Le Corbusier, Studio di capitello della chiesa di San Vitale, Ravenna, 1907, Courtesy Fondation Le Corbusier, Parigi
Le Corbusier, Studio di capitello della chiesa di San Vitale, Ravenna, 1907, Courtesy Fondation Le Corbusier, Parigi

Se invece la vostra avventura andrà avanti, quali saranno le vostre prossime azioni?
Lavoreremo sul dossier di selezione finale in base alle indicazioni della Commissione, allargheremo il programma a nuove idee progettuali approfondendo quelle già presenti, e continueremo a coinvolgere i ravennati e i romagnoli in questa storica impresa.

Qual è la candidata che temete maggiormente?
Non temiamo nessuno, rispettiamo tutti, ma stimiamo soprattutto quelle candidature che lavorano da più lungo tempo all’obiettivo e che sono riuscite a coinvolgere in modo ampio ed effettivo la cittadinanza.

Santa Nastro

www.ravenna2019.eu

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.
  • Helmut

    Vince Palermo per distacco.

    • Silvano

      E’ un auspicio o hai la palla di vetro?

  • Claudio Bocci

    Il processo di candidatura a ECoC è, a tutti gli effetti, una buona pratica di pianificazione strategica a base culturale (e’ sorprendente che in un Paese come il nostro che non programma nemmeno al giorno dopo, ci siano città che guardano al 2019!); il punto è quello di non disperdere i benefici di una metodica che non dovrebbe essere utilizzata soltanto per un’occasione straordinaria (la candidatura a ECoC appunto) ma diventare prassi ordinaria di intervento nei territori. Perché non prendere esempio dalla Gran Bretagna che, dopo il successo di Liverpool ’08, ha ‘internalizzato’ il modello ECoC e, quest’anno, ha designata Derry Città britannica della cultura?

  • Santa Nastro

    Sono molto d’accordo con Claudio Bocci: la ricchezza e la vivacità della proposta proveniente dalle città candidate – con grande lungimiranza – al 2019, è un importante segnale di un’esigenza che il nostro Paese deve saper cogliere.