Vertical nostalgia. Parla Kaari Upson

In via Ventura, da Massimo De Carlo inaugura Kaari Upson. In galleria, materassi, impronte di corpi e impressioni di tramonti campeggiano nelle prime sale. Intervistata, l’artista californiana rivela dettagli di un nuovo universo. Proprio mentre sta per aprire la mostra, oggi 25 settembre.

Kaari Upson - Sleep with the key - veduta della mostra presso la Galleria Massimo De Carlo, Milano 2013

A Londra, tra la fine di giugno e la fine di luglio 2012, Kaari Upson (San Bernardino, 1972) installa la sua penultima personale in Europa, alla Carlson Gallery, dal titolo Baby please come home. Alle pareti cominciano a comparire alcuni materassi in silicone (Twin Dyptich, 2012), mentre i simulacri delle sue bruciature, tra dipinti (You Did This, You Did This, 2011) e divani (You Did This, 2012), lasciano maggior spazio a un recupero dell’esistenza (Janice, Tracy, Sarah, Kristin, Joan, Leslie, Jane, Michelle, Cind…, 2012) e a un nuovo sentimento viscerale, impresso sulla superficie di calchi totali (Recollection Hysteria, 2012).
A Milano, a distanza di oltre un anno dalla mostra allestita nello spazio gemellare di De Carlo, Upson presenta un percorso che traccia un nuovo cambio di prospettiva e definisce un ulteriore passaggio formale nella pratica compositiva. Sleep with the key si presenta infatti non come un semplice iter allestitivo, piuttosto come un’entità coesa, presentificata dalla forza materica e dalla cavità dell’assenza. Tra i calchi dei corpi impressi sulla superficie di materassi siliconati e l’impressione, l’eco dei tramonti di Dalí.

Chi “dorme con la chiave” e perché?
L’intera preparazione dei lavori allestiti si è svolta sotto sforzo. Abbiamo lavorato per settimane intere, io e i miei cinque assistenti, seguendo un’orchestrazione programmatica così intensa e puntuale da permetterci di raggiungere una sorta di trance. È servita una concentrazione atletica nello spostare e dipingere i materassi. Uno stato mentale subliminale che ci ha permesso di comporre i lavori quasi ciecamente, sebbene alla fine in essi siano ancora riscontrabili le energie dei nostri corpi, catturate dal processo di formazione delle opere. L’estrema rigidità dei ritmi di lavoro che ci siamo imposti e la loro continua reiterazione, quasi mantrica, ha provocato la giusta perdita di controllo che mi ha ricordato molto il vuoto di coscienza della realtà, volutamente impresse ai miei kiss painting.
L’ispirazione per questa mostra mi è arrivata dall’osservazione del colore del cielo, durante i tramonti californiani. Tutto sembrava, per una volta, irraggiungibile all’orizzonte e, allo stesso tempo, senza alcun tipo di vanishing point. Mi sono lasciata trasportare da questa sensazione surreale, da questa ricerca cromatica di uno spazio che non si può conoscere, e infine sono approdata ai paesaggi di Salvador Dalí. Di conseguenza ho approfondito i suoi metodi di rilassamento fisico e di reminiscenza dei sogni. Così facendo ho scoperto che uno dei suoi modi per entrare nel giusto stato onirico di dormiveglia era quello di affondare, di sedersi comodamente su una poltrona con una chiave in mano, di modo che, appena il corpo si fosse abbandonato nel sonno, la chiave cadendo avrebbe immediatamente risvegliato la mente, fresca dei recenti processi inconsci. Lo slumber with a key, appunto. Di riflesso, il mio lavoro è consistito nella creazione di vere e proprie soglie, misure dell’accesso a una dimensione verticale che non è né caos né ordine, e che si manifesta come presenza di un’assenza.

Kaari Upson - Sleep with the key - veduta della mostra presso la Galleria Massimo De Carlo, Milano 2013
Kaari Upson – Sleep with the key – veduta della mostra presso la Galleria Massimo De Carlo, Milano 2013

Cosa è cambiato da Baby please come home? Che cosa significa rappresentare la vita analizzata sotto la superficie, dopo aver inseguito il fantasma di Larry [personaggio-simulacro che Upson ha creato, nel 2007, ricostruendo l’universo visuale di un uomo vissuto di fronte alla casa dei propri genitori in California, N.d.R.]?
Mi è piaciuta molto l’idea di utilizzare lo spazio del letto come luogo estetico che in sé racchiude e preserva la forma del corpo quando si trasforma in inconscio, durante il sonno. Ho la sensazione di aver composto strutture per la mancanza. Quello che, invece, non mi sembra di scorgere, è il concetto di un nuovo percorso che determini la differenza tra una dimensione-Larry e un periodo non-Larry. Mi spiego meglio. In questi ultimi anni, lavorando ossessivamente sulla figura, sui ricordi e sugli oggetti di Larry, avevo acquisito e, allo stesso tempo, perso un modo univoco di auto-rappresentazione. Grazie a questi lavori, invece, ho recuperato una ricerca e numerosi pensieri che, dopo molto tempo, finalmente, appartengono per intero a me, a una mia crescita personale, profonda. Mi rendo conto solo adesso che non c’è mai stata una relazione diretta tra me e il personaggio di Larry quanto, piuttosto, un legame fluido, al quale almeno per ora non mi sento di porre un inizio e una fine.
Ogni mia mostra è l’intersezione di diversi cicli. In Sleep with the key voglio sfidare l’assenza in sé, il suo vuoto astratto, continuando a registrarne e registrarne, e registrane ancora, i segni. Proprio come quando disegno: aggiungendo e sottraendo attraverso un processo ricorsivo che io ritengo mai finito. In questa mostra vedo me stessa documentare uno sviluppo, osservare senza guardare direttamente, nella più completa sospensione del giudizio. Ho recuperato uno sguardo esterno sulla materia che mi concede, invece, fisicamente di attuare una performance in profondità su di essa, azione protratta attraverso miriadi di livelli.

Dopo Larry, dunque, e i suoi sogni dimenticati, esiste un nuovo simulacro che incarnerai e renderai vivo? Che cosa ti è rimasto della sua vita, delle sue frustrazioni e dei suoi pensieri?
Sono convinta che la ricostruzione proiettiva di una parte del mondo di Larry non sia propriamente rimasta. Non amo più sentirmi chiedere “E adesso che cosa ne è di Larry?” oppure sentirlo nominare come se lui fosse me, e viceversa. Credo piuttosto che esista una sorta di false line nel demarcare dove cominci l’inizio e quello che resti alla fine di un progetto. I miei bed non sono altro che una sorta di intermissione, di sosta che rappresenta solo l’ultimo significato conferito a uno spazio-di-mezzo, come quello dell’inconscio. Ricostruire, con il mio corpo, una nuova realtà fisica, seppure delineata come calco dell’inconscio, mi ha fatto capire quanto per me sia una sfida dar senso a una struttura mentale e compositiva finita, all’interno di tutte le sue infinite varianti. Lo dimostra, ad esempio, la rotazione apportata ai materassi, che sono passati dalla dimensione orizzontale a quella verticale, diventando veri e propri gate, passaggi, porte per i sogni.

Kaari Upson - Sleep with the key - veduta della mostra presso la Galleria Massimo De Carlo, Milano 2013
Kaari Upson – Sleep with the key – veduta della mostra presso la Galleria Massimo De Carlo, Milano 2013

Il tuo lavoro coinvolge processi come il plasmare, il ricostruire e il trasformate diversi materiali, dal silicone alla plastilina, dalle fantasie a diverse realtà. Ma quale resta, esattamente, il tuo media, il tuo reale strumento espressivo preferito?
Mentirei se dicessi che la pittura è la mia modalità espressiva preferita. Non mi impongo alcuna regola nel decidere se un giorno disegnare, dipingere, girare video, oppure ricreare opere che ricreano la realtà così come la percepisco, piena, in tutte le sue espansioni. Posso solo affermare che mentre disegno imparo. Imparo da ogni tratto a matita che lascio sulla carta. E quando guardo i miei disegni, quando li espongo come ho fatto all’Hammer di Los Angeles, mi rendo conto che sono fiera di me. Mentre devo ancora capire come mai non amo guardare i miei video. Li trovo incompleti, forse perché non posso modificarli quanto lavorando, linea su linea, tra dipinti e disegni.

Sulla homepage del tuo website è stata postata una foto dello studio di Los Angeles, in cui si scorgono, in primo piano, piante resinate, sculture criptiche, vegetazioni aliene. Anche qui a Milano esponi, al piano superiore, lavori simili. Potresti raccontarci qualcosa della tua idea di hortus conclusus?
Resinare, ricoprire con il latex e infine fare il calco in plastilina delle piante grasse è un processo lunghissimo che richiede molte mani successive alla prima. Appongo alle piante bendaggi con fogli di resina che, indurendosi, mi permette di estrarne il contenuto reale per dar vita a calchi cavi modificabili di continuo. Attraverso questo processo indago i limiti della materia e cerco di stressarne le capacità di adattarsi alla vita quotidiana, al mondo reale. I miei sono esperimenti che idealmente non prevedono una fine, anche perché, al termine, richiedono l’intervento del colore e della pittura.
Per quanto riguarda, invece, i tappeti associati alle piante e stesi sul pavimento del mezzanino, quell’area è stata concepita come uno spazio meditativo perverso dove, ancora una volta, l’inconscio di ciascuno deve ritrovare, in maniera del tutto casuale, la propria ritualità

Kaari Upson - Sleep with the key - veduta della mostra presso la Galleria Massimo De Carlo, Milano 2013
Kaari Upson – Sleep with the key – veduta della mostra presso la Galleria Massimo De Carlo, Milano 2013

Quali sono i tuoi programmi futuri e le tue nuove ossessioni?
Attualmente sto lavorando alla periferia di Las Vegas. Sono alla ricerca di spazi vuoti successi nella vita di un uomo chiamato Gordon Bell, che per trent’anni ha registrato con esattezza la propria vita attraverso scontrini, ricevute, biglietti, foto e via discorrendo. In questo suo archivio, in apparenza precisissimo, mi sono infatti imbattuta in veri e propri gap temporali. Buchi dei quali lui stesso non è in grado di raccontare cosa sia avvenuto. Così, attraverso una mia personale metodologia di registrazione della vita quotidiana, sto cercando di ricostruire cosa sia accaduto. Ma non è un progetto semplice, anche se mi coinvolge molto, ed è ancora in fase di definizione. Come sempre.

Ginevra Bria

Milano // fino al 9 novembre 2013
Kaari Upson – Sleep with the key
MASSIMO DE CARLO
Via Ventura 5
02 7492135
[email protected]
www.massimodecarlo.it

 

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.
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    huè ma chette sei fatta un’acido?