Nuovi paesaggi urbani (IV): zone Interdette

L’Italia è punteggiata da Zone Interdette, Zone Rosse, Zone Proibite: oltre a L’Aquila, Taranto e l’Ilva, il cantiere TAV in Val di Susa, Lampedusa e i numerosissimi CIE sparsi per la Penisola.

Taranto, Ilva

Queste Zone, che disegnano un arcipelago, sono al tempo stesso la struttura del presente distopico italiano, e le microrealizzazioni in questo presente di uno dei futuri del nostro Paese e dell’Occidente. All’interno di questi spazi, un futuro precipita nel presente. L’Arcipelago delle Zone Interdette vive sovrapposto a quello delle microutopie, anch’esse concentrate nello spazio e nel tempo: i molti luoghi italiani in cui la cultura agisce per la trasformazione e non per la rimozione dei traumi, in cui la cultura ha avviato quei processi di ricostruzione dell’identità individuale e collettiva di cui abbiamo bisogno. Questi due esperimenti di futuro per il momento convivono: coesistono.
Qual è il senso di questa interdizione? Che cosa significa realmente? Che cosa vuol dire proibire l’accesso a uno spazio, a una città, a una zona? Vuol dire privare le persone, gli individui, i cittadini della possibilità di vivere quello spazio, di esperirlo: di integrarlo cioè nella propria vita e nella propria esperienza quotidiana.
Significa recidere la connessione tra quello spazio e l’esistenza collettiva; sbalzarlo e scalzarlo fuori dal flusso della realtà. Quel posto viene collocato in una dimensione altra, diversa: immobile e sospesa. Come ha scritto Tomaso Montanari a proposito de L’Aquila: “Il rischio è che qualcuno pensi di trasformarla in una specie di set cinematografico, o di Disneyland antiquariale, fatto di facciate e gusci pseudo-antichi che ospitano servizi turistici in mano a potenti holding. Si tratterebbe di fare a L’Aquila in un colpo solo ciò che un lento processo sta facendo a Venezia: deportare i cittadini in periferie abbrutenti e mettere a reddito centri monumentali progressivamente falsificati. Il paesaggio e il tessuto monumentale italiani non sono qualcosa di cui possiamo sbarazzarci impunemente. Sono la forma stessa della nostra convivenza, della nostra identità individuale e collettiva, del nostro progetto sul futuro”.

Lampedusa, CIE
Lampedusa, CIE

Nel momento in cui le Zone Interdette in Italia sono sempre di più, ecco che nel posto una volta conosciuto come “il Belpaese” questo Arcipelago distopico esiste e viaggia in parallelo con la diffusa percezione illusoria del presente da parte degli italiani, e al tempo stesso rappresenta la più fedele condensazione del presente e di uno dei futuri possibili. Nell’Arcipelago delle Zone Interdette, cioè, il presente italiano – liberato da tutti gli orpelli finzionali che caratterizzano gli altri contesti e le altre condizioni – rivela i suoi tratti più distintivi e radicali.
Non è un caso che tutte queste Zone subiscano prima o poi un processo di rimozione: lo stesso meccanismo che le sbalza fuori dalla realtà le esclude anche dallo sguardo collettivo, dalla percezione e dalla memoria. Così, i luoghi spazio-temporali che più degli altri racchiudono i segreti oscuri del presente italiano sono anche quelli che meno vengono conosciuti e riconosciuti.
Anche quando essi sono mostrati ed esibiti (nei tg, sui giornali), la visione è sempre estremamente convenzionale: obbedisce a un codice di rappresentazione molto vigile, viene mediato da un linguaggio immutato da almeno vent’anni, che non cambia mai e mai si discosta da quello che già sappiamo. Una certa visione delle macerie e del degrado; un certo modo di riprendere i “migranti” che vengono (o non vengono) salvati dalle onde; una certa angolazione sulle proteste, sul gioco delle parti tra poliziotti e manifestanti; e così via. Questa visione bloccata, paralizzata, traduce l’Interdizione fisica in una più immateriale, che pertiene al territorio della rappresentazione (e dello spettacolo).
In questo modo, la vita asfittica del Paese si riflette in un’interpretazione altrettanto asfittica, da cui la critica è costantemente bandita (non sono ammessi punti di vista alternativi; i problemi vengono considerati – se e quando ciò avviene – secondo un’unica prospettiva, in uno solo modo e in nessun altro; e diviene naturalmente impossibile risolverli in maniera inedita o dissolvere la loro stessa condizione di “problemi”; ecc.).
Dunque, lo stato comune (lo Stato) è sempre quello del sequestro: un sequestro collettivo, delle idee degli spazi dei luoghi, che incarna i fantasmi attitudinali della Nazione.

L'Aquila
L’Aquila

L’Italia – in questo momento e da molto tempo – è percorsa da faglie, separate a loro volta da fratture che sono al tempo stesso che sono al tempo stesso materiali e immateriali, storiche e culturali. Che hanno a che fare con le infrastrutture e con i modi di vivere insieme, di costruire (o di distruggere) il senso di una comunità.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Vogliamo parlare, a Venezia di: Mose e le bocche di porto; Fusina con proliferazione di Zona Porto Marghera e le sue diramazioni artistiche come piante rizomatiche di Iris..??!!; Teatro Marinoni-Lido con le sua sale liberty, l’OKKUpaZIONE e il teatro performativo e l’amianto..??!!…
    E perbaccoooooo!!!!

  • Cristiana Curti

    Articolo senz’altro condivisibile nelle sue linee fondamentali e per le urgenze espresse che si possono riassumere nella richiesta di una maggiore pluralità (eticità?) di percezione del paesaggio urbano nazionale a meno di soffocare nelle banalità del benpensantismo collettivo e/o di Stato.
    A me sembra, però, che più di un luogo fisico si stia parlando di un luogo semantico e di una modalità di comunicazione del “come” osservare il nostro territorio percepita come sbagliata perché oleografica da una parte e troppo edificante dall’altra.
    In questo – temo – che la maggior colpa si debba ai fantomatici media che mai si interrogano davvero sull’evoluzione (che comunque esiste) di alcuni di questi luoghi (geografici, storici, politici).
    La parola pesa e il linguaggio adottato in questi ultimi trent’anni di analisi del territorio da parte di non addetti ai lavori nel tentativo di far conoscere le pieghe del suo sviluppo anche a chi non mastica di ingegneria civile o urbanistica è stato sostanzialmente errato perché ha abbandonato l’obiettività in favore di una più accattivante “drammaticità di esposizione” che ha generato gli stereotipi perniciosi di cui bene parla Caliandro.
    Con ciò non si vuole negare l’esistenza effettiva dei non-luoghi di cui tratta l’articolo (per quanto in questi emblemi del “sequestro” da parte dello Stato di pezzi di terra nostra io inserirei anche quei meno noti siti “espropriati”, anche se non modificati, dopo l’abbandono inevitabile determinato dal tempo e dalle vicissitudini storiche in favore di una riqualificazione in chiave sostanzialmente ludico-turistica che ne ha profondamente snaturato il tessuto sociale, come indicano gli esempi di Matera o Civita di Bagnoregio), ma si cerca di verificare se e come è possibile restituire loro la giusta identità attraverso una comunicazione più articolata e meno scontata.
    Come dire, abbiamo un ricco vocabolario, la parola genera forma e substantia, utilizziamo in modo nuovo le armi in nostro possesso e cerchiamo di definire in modo plurale ma obiettivo queste terribili “lacune” geografiche. Fino a che non si entrerà nel merito specifico di ciò che tecnicamente serve per la ricostruzione de L’Aquila (richiedendo al lettore lo sforzo di comprensione), nessuno avrà coscienza di ciò che sta fra l’abbandono in cui versa una delle più belle e vitali piccole città d’Italia e la sua sempre inafferrabile (tanto che entra, come la nave della Costa Crociere ancora affondata al largo del GIglio, nei miti eponimi dello stato dell’arte dei nostri tempi) quanto postulata ricostruzione.
    Sta solo a chi ha penna e parole adatte la ricerca della verità. Che diventa quindi un obbligo. Questo fa pensare a quanti scrittori/giornalisti/comunicatori hanno flirtato con l’esistenza di molti concittadini e non ne sentano il minimo peso sulla coscienza.