“Luca Rossi, sei paranoico”. Parola di Sergio Lombardo

La dittatura del curatore, l’assenza della critica, l’invadenza delle pubbliche relazioni, il passatismo dei giovani artisti. Tutti i cavalli di battaglia di Luca Rossi (intervistatore) alla prova della valutazione di Sergio Lombardo (intervistato).

Sergio Lombardo

Fa effetto vedere come una ricerca interessante e consapevole come la sua sia stata emarginata rispetto la visibilità di cui hanno goduto molti artisti negli Anni Sessanta e Settanta. Pensa che le “pubbliche relazioni” siano una materia che l’artista deve saper trattare rispetto alla dittatura del critico e del curatore? Se in una foresta cade un albero e nessuno è lì per testimoniarlo, l’albero è mai caduto?
Se nessuno testimonia che nella foresta è caduto un albero, l’albero comunque è caduto, perché un albero non ha bisogno di testimoni per cadere.
Diverso è il caso di un artista. Infatti l’artista, secondo la definizione eventualista, è colui che mostra nuovi ideali nascenti all’umanità e da questa viene definito “artista”. Ma il titolo di artista viene attribuito solo dopo che tali ideali siano stati riconosciuti come “rappresentativi” di una civiltà e perciò inclusi nel patrimonio storico dell’umanità. Se ciò non accade, non c’è stato alcun artista e la storia dell’umanità non è stata influenzata da nuovi ideali.

Ma chi è preposto a riconoscere tali ideali? Lo spettatore? Il critico? Il curatore? Il collezionista?
L’adesione, o l’identificazione, verso gli ideali nascenti è spontanea e riguarda tutti, ma il processo in gran parte non è volontario né consapevole. Le persone sono spesso arroccate su ideologie e  presunzioni pregresse, perciò il processo evolutivo è lento e in gran parte inconscio.
I modelli – opere d’arte, stimoli eventualisti – che rappresentano questi ideali nascenti, in un primo tempo subiscono un tipico fenomeno di rigetto, poi vengono riconosciuti da singoli e gruppi che convergono, formando un movimento che si identifica con quei valori e se ne serve per divulgarli verso l’esterno e conquistare maggiore consenso, prestigio e potere. Così si espandono i movimenti culturali che fanno la storia: per amore (arte) o per forza (guerra).
Il critico, il curatore e il collezionista sono intellettuali (“commessi del potere”, secondo la definizione di Gramsci) che, avendo aderito a questi valori nascenti, si incaricano di spiegarli e divulgarli per conquistare popolazioni sempre più vaste, costruendo in tal modo, con armi “pacifiche”, all’evoluzione storica della civiltà umana.
Le confesso che, dal mio punto di vista, le “pubbliche relazioni” sono assolutamente irrilevanti, e quello che lei chiama “dittatura del critico e del curatore” mi sembra un’illusione leggermente paranoide, usata forse per alleviare le delusioni di qualche sedicente artista.

Sergio Lombardo, John F. Kennedy, 1963, smalto su tela, cm 180x230, coll. priv. Parma
Sergio Lombardo, John F. Kennedy, 1963, smalto su tela, cm 180×230, coll. priv. Parma

Prima di dire che si tratta di paranoia, bisogna capire oggi chi è preposto a riconoscere gli ideali che rendono artista o non artista, e che rendono un’opera di valore o non di valore. Chi lo stabilisce? Chiunque lo stabilisca, se non agisce con lealtà, onestà e capacità, rischia di imporre una dittatura arbitraria. A fine Anni Novanta un gruppo di dirigenti ha caricato arbitrariamente di valore alcuni titoli Parmalat. Non c’è il rischio che avvenga anche nell’arte questa dinamica arbitraria?
L’identificazione verso ideali nascenti è spontanea e fulminante, come l’innamoramento. Non riesco a immaginare qualcuno “preposto” a far innamorare le persone, a parte la Propaganda Fide, che però usa ideali già nati illo tempore.
Caricare i titoli di valore arbitrario è una pratica criminale, ma passeggera, e non autorizza a pensare a una dittatura del crimine, anche se in Italia in certe zone la criminalità sembra endemica. Convengo con lei che anche nel mercato dell’arte, come in qualsiasi mercato, molte società, fondazioni, gallerie cercano di manipolare arbitrariamente la definizione e il prezzo della merce “arte”. Da questo punto di vista, lei ha pienamente ragione. Mi fa piacere che oggi lei riprenda con forza questi concetti riallacciandosi a quanto da me sostenuto già quarant’anni fa e che ha determinato la mia scelta di isolamento intellettuale per dedicarmi alla ricerca scientifica della bellezza, libero dai limiti e dalle imposizioni del mercato. La invito a leggere, o rileggere, alcuni articoli che avevo scritto su questi argomenti [raccolti in L’avanguardia difficile, Lithos, Roma 2004, N.d.R.].

Ho saputo che lei avrebbe detto a Germano Celant che, se voleva conoscere il suo lavoro, doveva venire lui nel suo studio e non il contrario. Anche oggi, con artisti e linguaggi sempre più omologati e deboli, tende a dominare il ruolo del curatore come “autore-regista” che può godere di un rapporto diretto con la committenza. Gli artisti forniscono sfumature per un quadro che vede il curatore come autore principale. Mentre i critici d’arte non esistono in quanto, prima del dominio del curatore, esiste il dominio delle pubbliche relazioni: fare critica, come la capacità di argomentare luci e ombre di un’opera, non favorisce certo le pubbliche relazioni e le risate durante gli aperitivi. Cosa dovrebbe fare secondo lei l’artista comunemente inteso rispetto a questo dominio del curatore e delle pubbliche relazioni?
È falso che io avrei polemizzato con Germano Celant su chi dovesse andare da chi. È vero invece che il curatore oggi ha un ruolo preponderante rispetto all’artista giovane, mentre rispetto all’artista affermato, secondo me, i pesi si equivalgono. Effettivamente il curatore ha un rapporto diretto con la committenza, pubblica o privata, che gli conferisce l’incarico, ma in ogni caso a me non interessa la “committenza”, per il semplice motivo che non mi ritengo né un artigiano, né un professionista a caccia di committenza. Il mio lavoro sperimentale di scienziato della bellezza è incompatibile sia con la mondanità, che mi annoia mortalmente, sia con chiunque mi faccia perdere tempo conferendomi incarichi, magari remunerativi, ma che non rispettino la mia assoluta libertà di ricerca.
So bene che il mio atteggiamento può condurre verso una forma di apparente isolamento sociale, ma il percorso umano dell’artista è tale quando alcuni seguaci, pochi o tanti che siano, spontaneamente lo “amano” identificandosi con i suoi valori ideali, non quando, attraverso un abile lavoro di pubbliche relazioni, costringe gli altri a fingere di amarlo.

A mio parere la bellezza, nell’arte come nella vita, attiene maggiormente al processo che alla cosa finita. Solitamente la “cosa finita”, come l’opera, risulta essere il risultato di questo processo; risulta essere il testimone di questo processo. Esattamente come una torta è buona perché discende da un processo di qualità. Cos’è per lei la bellezza?
La bellezza è un effetto psicologico individuale causato dall’intuizione, per lo più inconscia, che in uno stimolo (evento, modello, opera d’arte, persona speciale) siano contenuti dei valori ideali in grado di migliorare la nostra vita, rendendola più raffinata, più autentica, più evoluta, e quindi anche in grado di guidarci verso esperienze di felicità superiori a quelle garantite dalla sicurezza difensiva del conformista. La bellezza dell’arte è un effetto psicologico molto simile a quello individuale, ma che investe un’intera cultura storica.

Sergio Lombardo, Mappa toroidale ettacromatica monomorfa, 1997, vinilico su tela, cm 45x71
Sergio Lombardo, Mappa toroidale ettacromatica monomorfa, 1997, vinilico su tela, cm 45×71

Ultimamente, per molti giovani artisti e giovani curatori, la bellezza risiede nel recupero di codici formali e citazioni dal passato. Questa “operazione nostalgia” sembra rassicurante per una generazione di giovani mantenuta in ostaggio dalle generazioni passate; recuperare il passato sembra una forma di saggezza e avanguardia “sicura”, veloce e non criticabile, una sorta di “fast food della citazione”. In fondo come criticare un giovane che fa riferimento al passato? Quello che è molto criticabile è la reiterazione sistematica della citazione, con il risultato che si tratta sempre del medesimo artista e del medesimo lavoro. Passatista, futurista o presentista?
Il fascino del passato è fortissimo. Chi non ricorda con nostalgia l’infanzia? Specialmente quando sente di aver perso ingiustamente dei privilegi e non è in grado di immaginarne di migliori per il futuro. Una delle componenti della felicità del bambino è la lunghezza e la misteriosità del futuro, mentre gli anziani tendono alla depressione perché si aspettano ben poco dal futuro. Per l’artista è diverso. L’artista, almeno secondo me, vive in un mondo che gli altri conosceranno e apprezzeranno dopo decenni, forse dopo secoli; lui lavora per esplorare i mondi possibili che si trovano nel futuro, perciò è appassionato e a volte felice anche da vecchio.
Quelli che si arroccano su valori passatisti sfoggiando ideali già consolidati e quindi “sicuri” non vogliono conquistare “uomini”, ma solo un po’ di denaro,  come vendere l’effige dei santi.

Nel suo lavoro è evidente un interesse per la dimensione inconscia e interattiva dello spettatore. Perché le interessano inconscio e interattività?
L’inconscio e l’interattività sono ingredienti delle relazioni profonde fra umani. Io diffido dell’ipocrisia, della prepotenza psicologica collettiva e del conformismo. Vorrei attirare l’interesse degli altri solo se è autentico, perché l’interesse opportunistico lo trovo estremamente fastidioso. Per evitare gli approcci opportunistici a volte mi isolo, seguo percorsi acrobatici, inesplorati, molto ansiogeni per chi non è un giocatore d’azzardo.
La provocazione, che è un metodo di interattività teorizzato dal Futurismo, stimola il pubblico a esprimere contenuti inconsci che altrimenti verrebbero rimossi, mascherati e resi compiacenti con le aspettative dell’autorità. Il comportamento consapevole omologa gli esseri umani, li rende prevedibili, forse rassicuranti, ma poco interessanti. Al contrario, io ricerco le differenze profonde fra individui, costruisco situazioni psicologiche in cui ciascuno svela qualcosa che lo rende unico e quindi potenzialmente conflittuale con tutti gli altri.
Purtroppo quello che accade oggi nelle mode cosiddette “relazionali” sembra mirato più alle pubbliche relazioni che alla ricerca di una profonda e autentica interattività.

Vorrei parlare del suo lavoro che consiste in una sfera che, se mossa, inizia a emettere una sirena udibile fino a 800 metri, e che continua fino a quando qualcuno non la rimette esattamente nella posizione iniziale. Pensa che l’opera stia esistendo anche ora, nel racconto della mia scrittura e nella mente del pubblico che leggerà questa intervista? Se sì, dove sta il centro dell’opera? Nell’esperienza dell’oggetto reale o nell’immaginazione?
L’immaginazione è parte della realtà umana e può essere provocata da fatti materiali, oggetti, racconti, pensieri, esperienze e anche da altre precedenti immaginazioni.
Dal mio punto di vista eventualista, come nel caso della Sfera con Sirena, il processo che crea l’esistenza storica del fenomeno “arte” si divide in tre fasi: lo “stimolo” che mette in moto atti, fatti, pensieri, aspettative, progetti, modificazioni dell’informazione, interpretazioni, immaginazioni e quant’altro ne venga modificato. Ciò che lo stimolo mette in moto o modifica è detto “spettro evocativo” dello stimolo. Tale spettro evocativo può essere estremamente uniforme o estremamente differenziato e fluttua sia in senso sincronico che diacronico. Consideriamo lo spettro evocativo uniforme. Se qualcuno, ostentando come stimolo la rappresentazione di una curva parabolica, chiedesse a un campione di 100 persone di dire il nome di tale curva, lo spettro evocativo sarebbe estremamente uniforme, perché quasi tutti direbbero: “curva parabolica”. Nella teoria eventualista, quando lo spettro evocativo è uniforme, non c’è evento, e lo stimolo non è un’opera d’arte eventualista. Il caso della curva che ho citato, infatti, descrive  un’opera d’arte “concettuale” creata da Bernard Venet nel 1966. Gli artisti concettuali volevano evitare l’ispirazione arbitraria, o poetica, dell’artista, perché l’opera “poetica” per definizione è ispirata da forze sacre superiori, che l’artista non è in grado di replicare e tanto meno di migliorare. Afferma infatti Sol LeWitt: “Quando un artista utilizza una forma di arte concettuale vuol dire che tutto il progetto e tutte le decisioni vengono prese anticipatamente e che l’esecuzione si riduce a un fatto meccanico”.

Sergio Lombardo, Specchio Tachistoscopico con stimolazione a sognare, 1979
Sergio Lombardo, Specchio Tachistoscopico con stimolazione a sognare, 1979

Il limite dell’arte concettuale è che, proseguendo sulla linea dell’ingegnere futurista e dell’avanguardia scientifica, quindi volendo  evitare le scelte arbitrarie del poeta-stregone, finisce per creare oggetti privi di spettro evocativo e quindi poco interessanti. L’Eventualismo, che nella seconda metà degli Anni Sessanta si delineava sempre più chiaramente nella mia ricerca, mi portò a creare stimoli capaci di provocare uno spettro evocativo estremamente differenziato, tale che se esposto a 100 persone tenda a produrre  circa 100 interpretazioni tutte diverse fra loro (spettro sincronico) e se esposto in tempi successivi per 100 volte alla stessa persona tenda a produrre circa 100 interpretazioni diverse anche nella stessa persona. Questo effetto dello stimolo su un campione rappresentativo di persone è definito “evento” e costituisce il fulcro dell’arte eventualista.
La Sfera con Sirena in senso sincronico funzionò egregiamente, sia alla Biennale di Parigi nel 1979, sia alla Biennale di Venezia nel 1970, ma rispetto allo spettro diacronico rimasi deluso. Molte persone tornavano più volte nella sala della Biennale di Venezia, ma solo per giocare con le sfere e per fare baccano. La progressiva restrizione diacronica dello spettro evocativo dello stimolo eventualista è inevitabile e l’ho chiamata “decadimento” dell’evento.
Dopo aver negato radicalmente l’interazione relazionale con il pubblico (Progetti di Morte per Avvelenamento, 1970), l’effetto decadimento mi spinse a cercare di produrre l’evento all’interno di una situazione sperimentale controllata (Vendite all’Asta, 1971; Concerti Aleatori, 1971-75; Specchio Tachistoscopico con Stimolazione a Sognare, 1979), e infine a creare forme senza senso capaci di stimolare nel pubblico percezioni soggettive molto differenziate e quasi “deliranti” (Pittura Stocastica dal 1981; Stochastic Tilings dal 1993; 12/24 Chromatic Heawood Maps dal 2001; Stochastic Faces, 2013).
Ora posso rispondere alla sua domanda: se il centro dell’opera si trovi sullo stimolo o sull’immaginazione del pubblico. L’opera d’arte per essere tale necessita sia dello stimolo, che deve provocare l’evento nel pubblico, sia dell’immaginazione pubblico, che deve creare interpretazioni molto differenziate e conflittuali, mettendo in atto quei cambiamenti di sensibilità capaci di far evolvere la cultura storica verso mondi e ideali più raffinati.

Luca Rossi

http://www.sergiolombardo.it/

  • pneumatici michelin

    Si può avere un atteggiamento, un percorso che correntemente si potrebbero definire
    IDEALISTICi ma che filosoficamente ideologicamente ecc non hanno a che fare con gli IDEALI?
    Può un’EVENTUALITà mirare eventualmente all’ IDEALE?
    infine: storia o ideale? o eventualmente sotto o fuori dalla STORIA?

  • Franco Vero

    UN LEONARDIANO E FUTURISTA. GRAZIE LOMBARDO, IN QUESTA VALLE DI LACRIME, DI ILLUMINARCI E FARCI RIFLETTERE SUL SIGNIFICATO ED UTILITA’ DELL’ARTE ED INSEGNARCI A DISCERNERE. UN GRANDISSIMO ARTISTA INTELLETTUALE CON UN LINGUAGGIO INTERNAZIONALE NON RICONOSCIUTO E LETTO DAI NOSTRI CRITICI NOSTRANI, CHE HANNO ALTRO A CUI PENSARE….

  • Non ha proprio detto “Luca Rossi sei paranoico”, ma invece “… quello che lei chiama “dittatura del critico e del curatore” mi sembra un’illusione leggermente paranoide, usata forse per alleviare le delusioni di qualche sedicente artista.”

    Però il titolo così è molto più figo, lo ammetto.

    E temo invece che oggi tenda ad esistere questa dittatura del curatore, spesso, mi auguro, anche NON VOLONTARIA da parte del curatore.

    E’ normale, assistiamo ad una sovraffollamento di artisti, ed è il curatore che è chiamato a mettere ordine. Questo fà sì che l’artista per esserci, per essere invitato-partecipare, tenda a omologarsi e proporre una moda, e che quindi il curatore diventi il regista-autore-regista che deve rendere il suo progetto-mostra-installazione interessante. Gli artisti (più i giovani che i valori consolidati) tendono ad essere sfumature di un quadro dipinto dal CURATORE. Non c’è nulla di male, basta averne consapevolezza.

    Il nuovo Michelangelo è Cattelan, Gioni o Steve Jobs? E’ una domanda interessante per i futuri libri di arte.

    Basti pensare che si parla della Biennale di Gioni e della mostra di Gioni, e quasi mai (direi mai) delle singole opere, che tendono a perdersi in un calderone.

    L’artista è chiamato a fare un passo indietro, e diventare uno “spettatore attivo” in cui tendono a fondersi e confondersi tutti i ruoli del sistema. Per poter portare un esempio concreto invito al nostro ultimo progetto, in prima pagina su Whitehouse.

    LR

    • urs

      perché dovrebbe necessariamente comparire un nuovo Michelangelo in un lasso di tempo (anche volendo allargarci: trenta-quarant’anni) che per la storia dell’arte è un battito di ciglia, questo non è dato sapere!

  • pneumatici michelin

    si Whitehouse d’accordissimo !
    ma andiamo oltre !

  • Ma infatti non credo che la cosa interessante sia rilevare questa “sorta di dittatura del curatore”, quanto chiedersi cosa sia oggi il “ruolo di artista”.

    Subito, i rituali del sistema chiedono una cristallizzazione precoce del giovane artista. Nico Vascellari penso abbia fatto in due anni 20 personali in Italia, qualche anno fà. Questa sovraesposizione precoce, è come l’eiaculazione precoce. Poi l’artista vivacchia, fino a perdersi delle pubbliche relazioni intessute durante la sovraesposizione.

    Di queste cose tutti ne parlano, ma poi nessuno scende nella pratica delle cose. Nessuno fa niente. Mentre il mio interesse è quello di “fare”, anche a costo di essere emarginati rispetto al solito modo di fare.

    • manlio

      marò, ma la faccenda che la bellezza è nel processo e non nell’esito è acquisita da cent’anni! è vecchia come il cucco!

      è così non dico da Pollock, MA DA SEURAT!
      è l’abc del ventesimo secolo!

      possibile che passi per fresca un’affermazione che è una verità acquisita da cent’anni???
      e che sanno a memoria pure i bambini????!!?
      poveri noi

  • Gabriele Simongini

    Gran bella testa, indipendente e solitaria, incurante delle mode, anticonformista, quella di Sergio Lombardo. Lavorare con lui, per una collettiva nel 2007 e per una personale qualche anno dopo, mi ha insegnato molto, soprattutto sulla necessità ineludibile di unire nell’opera d’arte teoria e prassi, vita ed immaginazione. Sarebbe l’ora di dare a Lombardo ed al suo percorso la visibilità che merita.

  • Molto interessante davvero.

  • roberto pace

    Sarebbe necessario allestire una mostra al MAXXI ( non al macro!) allestita da Sergio Lombardo senza interferenze. La teoria eventualista alle prese con il delirio architettonico, curatoriale e predatorio della fondazione. Una mostra che mostra cosa ci tocca sopportare e come funziona questo tormento..
    con stima.

  • Credo che la dittatura curatale esista ormai da parecchio tempo, semmai oggi si è potenziata con il circuito curatore – galleria – museo, creando un vero e proprio monopolio nel mondo dell’arte, e chi vuole visibilità non deve far altro che salire su questo carro adeguandosi alle direttive imposte; forzature in questo senso non ne mancano e non c’è bisogno di elencarle e di cui ci si rende conto sempre più giorno dopo giorno. Purtroppo a rimetterci in termini di identità sono spesso le giovani generazioni. Penso che come risposta a questo situazione imperante e stagnante l’artista dovrebbe creare più “da se stesso e per se stesso ” e fregarsene di tutto e di tutti, perchè come diceva Gino De Dominicis l’arte è soprattutto creazione, mistero, magia e perfino la fruizione da parte del pubblico è un aspetto nettamente marginale rispetto all’opera d’arte .

  • Segio Lombardo è una mente brillante, una fonte inesauribile di stimoli, una tra le persone più interessanti che io abbia mai conosciuto. Ogni volta che ho la fortuna di poter conversare con lui, conservo per settimane spunti di riflessione e materiale teorico da rielaborare. Complimenti a Luca Rossi per questa intervista, anche se avrebbe potuto sfruttare meglio l’opportunità focalizzando la sua attenzione sul mirabile percorso di ricerca del Maestro, che invece, rappresentando uno splendido esempio di autonomia intellettuale, non mi è sembrato particolarmente interessato a rispondere sulle questioni legate alla presunta “dittatura del critico e del curatore”.
    Per chi volesse approfondire, segnalo il link a questa intervista realizzata in occasione della personale di Lombardo presso l’Officina Solare a Termoli (CB):
    http://vincenzomerola.blogspot.it/2013/05/tre-domande-sergio-lombardo.html

  • LGG

    Intervista molto interessante! Grazie Luca!
    Ma visto che, a te, non piacciono i “mi piace” ma preferisci le “argomentazioni” permettimene, dopo, averti detto bravo, una critica : concordo con Vincenzo questa tua intervista sarebbe stata ancora più interessante e godibile se tu avessi “interrogato” più profondamente la ricerca del Maestro anziché, come ti capita spesso nelle tue interviste, perseguire il tentativo di fargli esprimere giudizi e riflessioni su quelli che sono i tuoi “tipici” argomenti (… e in questo si, sei un po’ “paranoico” :-) ).
    Comunque, ancora grazie e complimenti!
    Per chi abbia piacere di approfondire il pensiero di Sergio Lombardo, cosa che consiglio molto caldamente, segnalo che in una delle seIoni del suo sito web
    http://www.sergiolombardo.it/testi_consultabili.html
    Sono riportati i link a molti (quasi tutti) suoi scritti.
    Non ostante alcuni abbiano oltre trent’anni sono, a mio parere, tutti da leggere e meditare.

  • Angelov

    La scelta di intervistare un intellettuale Underground di questo calibro, penso che rappresenti una specie di giro di boa nella carriera di Luca Rossi, il quale dimostra di essere così la prova vivente di quel detto:”A grandi difetti, grandi virtù”; ed anche di fare un salto di qualità oltre la sua vocazione di gestire asili nido della Cultura o Fai da Tao…etc.
    A parte gli scherzi, grazie veramente per averne parlato.

  • Il Tao è anche la parodia di un certo modo di fare, fintamente colto e pretenzioso. Un “fast food della citazione” che, nell’era di Wikipedia, attanaglia tanti giovani e meno giovani: artisti e curatori.

    Se guardi bene il progetto, la scelta del titolo è volutamente casuale e parodistica (si dice parodistica??). Ma poi vedi che anche le casualità e la coincidenza possono portare cosa inaspettate.

    • Angelov

      Personalmente penso che la scelta di usare la parola Tao sia felicissima, essendo io stesso un costante lettore di testi taoisti, da molti anni ormai, e continuo a pensare che il libro di Lao Tzu sia fondamentale per la conoscenza ed il raggiungimento della saggezza.
      Ma al di la dei paroloni, è veramente un testo imperdibile, come la metafisica che riesce a divulgare in modo così semplificato e comprensibile a tutti.
      Quindi, good luck…

  • Dionigi Mattia Gagliardi

    I temi trattati da Lombardo nell’intervista sono quelli che da sempre espone a chi ha il privilegio di incontrarlo. Ricordo le sue lezioni all’Accademia di Belle Arti di Roma, erano le più seguite.. la classe stracolma e gli studenti nei corridoi. Le sue parole hanno lasciato una traccia indelebile nelle menti dei suoi studenti.
    Nel suo intenso lavoro ha prodotto più di 10 periodi di opere, alcuni ancora sottovalutati dalla critica e dai collezionisti.
    Io ho il piacere e l’onore da tempo di condividere con lui il privilegio della ricerca. Sergio è sicuramente un artista di rilevanza internazionale che si è sempre tenuto fuori dalle “pubbliche relazioni”, dedicando tutta la vita alla ricerca.
    Per chi volesse approfondire, sono moltissime le pubblicazioni a sua firma. Le trovate sul suo sito http://sergiolombardo.it/testi_consultabili.html in cui sono presenti altre interessanti interviste, ma anche testi critici e di ricerca a sua firma. Inoltre vi invito a leggere “Rivista di Psicologia dell’Arte “http://rivistadipsicologiadellarte.it/, periodico annuale di Psicologia dell’arte che Sergio dirige dal 1979.

  • “luca rossi” è una piacevole declinazione del confronto, che però dopo una buona iniziale fase sta rischiando una caduta d’impegno.

    Tante sono le figure che negli anni hanno “contestato/criticato” in modo stimolante il piccolo orto dell’arte contemporanea italiana, ottimo “zappatura” per dare nuova aria.

    “luca rossi” l’ha fatto con una certa disciplina e con osservazioni (e notizie) forti, ora dopo questo lungo periodo dovrebbe dare sviluppo e forma compiuta alle sue parole, cosa non facile,

    ma che dovrebbe realizzarsi per quel rinnovamento che tanto si sollecita …

    Penso che solo con un lavoro corale e avviando una partecipazione strutturata si possa trovare un’energia di rinnovamento e stimolo, ma ben sappiamo che il carattere italiano non è mai stato attivo sul fronte della collaborazione …

    Comunque incrocio le dita …

  • @doattime: da quando è partito whitehouse nel 2009 l’obbiettivo era quello di stimolare un senso critico rispetto a quello che vediamo. Le stesse dinamiche amicali (presenti e quasi inevitabili in ogni settore) venivano rilevate non tanto perchè eticamente scorrette, ma perchè controproducenti per tutti (ci sono gli articoli di flash che documentano le diverse fasi, li trovate nel blog sotto “summary”).

    Per tanto non si tratta di “rinnovamento” ma di consapevolezza critica. La novità è la consapevolezza, il museo di domani è “guardare diversamente”. A questo proposito sto preparando un nuovo articolo da proporre ad Artribune.

  • Cortese “luca rossi”, attendo con interesse il prossimo intervento su Artribune, sulla consapevolezza delle cose esposte, penso appartengano già a tutti, anche nelle diverse istituzioni (vedi Accademie, Iuav etc..) da anni si dibatte di questo grosso limite (penso al caso Italia) delle “relazioni interne”, infatti se guardiamo alla presenza di artisti (ma anche delle gallerie) vediamo che c’è uno “zoccolo” che perpetua se stesso, senza rinnovamento e “rischi” …

    • E’ vero, credo che il problema sia:

      – un grande sbilanciamento sull’estero, come se l’estero fosse la terra santa. Spesso si tratta di esterofilia. Se a Londra o New York fossero stati esterofili dopo il Rinascimento, avremo ancora il Rinascimento in Italia. Ogni luogo è internazionale per definizione.

      -assenza di un pubblico. Quindi pochissimi addetti ai lavori che se la cantano e se la suonano. Gli unici operatori rilevanti si sono fatti all’estero e costoro conservano un rapporto di amore-odio verso tutto ciò che è italiano.

      Faccio fatica a dialogare con Gioni, cosa che sarebbe impensabile in paesi esteri. Questo perchè si pensa al solito artista italiano frustrato ed emarginato. Cosa che fa parte del clichè esterofilo. Non si riesce a parlare di contenuti e quindi non si riescono a fare le differenze. L’italiano se non è Cattelan deve castrarsi e parlare come un inglese. E quindi scimmiottare quello che non è.

      Ma qualcosa si sta muovendo. In questi 5 anni il sistema è stato psicanalizzato. E il Sig. Rossi è ovviamente la vittima predestinata. Si è capito subito. :)

  • sim sala bim
  • Bha, secondo me l’operazione Luca Rossi è solo funzionale a un sistema che non ha più senso alcuno, un vero cambiamento è possibile senza Luca Rossi, serve solo a creare un poco di transiti in piattaforme come queste che sono diventate anacronistiche lo si voglia o no …

  • franco

    Lombardo e’ tosto e direi che ha scelto bene la sua strada,dice tante cose bellissime e condivisibili e a me piace qel che dice sopratutto riguardo al mondo dell’arte e quando spiega i perche’ del suo agire.Gli artisti sono la linfa il sangue insomma gli artisti sono l’arte in se’ e per gli altri,il fattto e’ che io non adoro le monografie ma le social-biografie o biografie contestuali.Ognuno si sviluppa nel suo periodo culturale e dopo cerca se vuole di cambiare qualcosa in questo puo’ perdere od acquisire ,vedi la posizione di Balla rispetto al futurismo.attraversare il mondo con la propria sensibilita’ o con il proprio pensiero mi sembra una bella cosa se si e’ impermiabili al mondo solo quando si esegue la propria arte.L’isolamento dell’atista puro e incredibilmente romantico ma direi poco veritiero secondo me bisogna aprirsi quando serve e chiudersi quando si deve,non stravolgersi ma arricchirsi,migliorarsi,studiare ed essere felici del nostro mondo.

    Il curatore non detta esegue od e’ in accordo con il suo tempo o con il suo committente.Il curatore farebbe meglio ad essere un critico d’arte e a sviluppare di piu’ le sue capacita’ intime d i connessione agli artisti e alle opere ,cosi’ dal diventare un artista a suo modo.Il curatore e’ essenziale,basilare ma dopo un po si scopre che non puo’ far molto per ‘artista lui deve curare cambiare ,presentare altre cose ,seguire le tendenze.Sopratutto perche’ essendo difficile tirare fuori qualcosa di molto importante seguono le ultime cose per agganciarsi ad un trend comunicativo che e molto vicino all amoda eall apubblicita’ ,diciamo che la loro mancanza di una visione sincera e profonda,sebben di superficie comunicativa,fa in maniera che perdono di vista non il senso morale della cosa in se che loro ovviamente rfiutano ma una minima ammissione di eticita’ che non li farebbe torto se ammettessero,scrivo su di te e ti mostro ti curo non perche’ funzioni bene o mi porti una certa notorieta’ ma perche’ donandooti il mio lavoro di curatore io acquisisco un senso di soddisfazione che deriva dal mio credere che il tuo lavoro sia bello ed intimamente connesso all’arte ed io amando l’arte rispetto e cerco tutto questo sebbene a volte mi perdo come tutti nel caos immanente delle cose,sprigionato dal loro svilupparsi in maniera esplosiva e susseguente a fatti e pensieri poco calcolabili e controllabili.Basterebbe sol un po’ d coraggio e di capacita’ dialogica.
    Io curo quindi sono
    Io curo quindi sbaglio perche’ a vlte seguo la tua malattia

  • mario

    ma lombardo ancora ci campa co sta robetta anni 60?? e parla pure……………….