Lo Stato dell’arte. In declinazione slovena

Quale influenza ha lo Stato nella creazione di una cultura nazionale? Il Padiglione sloveno ospita l’artista Jasmina Cibic, che ha trasformato gli spazi espositivi in un edificio statale, esplorando la questione della specificità politica della Biennale. La terza intervista ai protagonisti delle partecipazioni nazionali balcaniche.

Jasmina Cibic, Framing the Space, 2013 - photo Pete Moss

Quando e come è nato il progetto Per la nostra economia e cultura?
Il progetto è nato riflettendo su quali esportazioni culturali una nazione decide di mostrare in eventi come la Città Europea della Cultura, o come i soldi pubblici vengono spesi per altri scopi, maggiormente legati all’economia e al cosiddetto potere morbido, come la presidenza dell’Unione Europea. In passato ho presentato miei lavori all’interno o simultaneamente a eventi come questi e penso che l’unica posizione impegnata assumibile dall’artista sia quella di mettere in discussione anche le politiche statali che traspaiono dalle pubbliche relazioni che accompagnano questi eventi d’arte.
Dato che la situazione attuale lascia molte pratiche artistiche impegnate politicamente senza il sostegno economico pubblico – pratiche che non sono facilmente inseribili in un contesto imprenditoriale come quello di una galleria commerciale – i finanziamenti e gli stessi enti finanziatori dovrebbero essere affrontati dagli artisti. Perché è stato finanziato un progetto e quale ruolo ricopre questo per il potere morbido?

Quali sono le conseguenze di questo atteggiamento delle istituzioni statali per le pratiche degli artisti?
Non si tratta di un atteggiamento specifico, ma del fatto che gli investimenti di soldi pubblici o privati sono scarsi e vengono fatti su altri campi. Preso atto della crisi globale e dei suoi effetti, gli artisti devono comportarsi più strategicamente; non voglio dire che ogni pratica criticamente impegnata dovrebbe necessariamente andare contro lo stato attuale dell’economia, ma dovrebbe sicuramente prenderne atto e comportarsi sapendo che esiste. Il risultato dovrebbe anche proporre nuovi paradigmi all’interno di questo nostro capitalismo culturale.

Biennale di Venezia 2013 - Padiglione Slovenia - veduta dell'installazione di Jasmina Cibic presso l'A+A
Biennale di Venezia 2013 – Padiglione Slovenia – veduta dell’installazione di Jasmina Cibic presso l’A+A

I tuoi lavori sono profondamente connessi con il concetto di spazio fisico quanto immaginario. Quanta importanza ha questo argomento per te?
Stai parlando della nozione di specificità di un sito e di un contesto. Dato che il mio lavoro investiga le interpretazioni contemporanee del dibattito dell’arte e della vita, è naturale che mi sforzi di capire non solo concetto di un sistema artistico autoritario (il contesto della mostra) ma anche l’autorità più ampia, il contesto dello spazio, l’architettura e la società che circonda e interagisce con l’opera. Quando un lavoro finito è presentato all’interno di una location diversa, sarà sempre re-immaginato, fondamentalmente rilanciato seguendo la specificità della nuova posizione e dei significati che ne seguono.
Il valore concettuale più intimo del lavoro deve rimanere lo stesso, quindi è solitamente necessario vanificare la sua specifica energia all’interno di un diverso insieme di parametri esterni. Se il valore concettuale dell’opera non cambia, questo viene adattato anche all’interno della circoscrizione più ampia della nuova fusione (il lavoro all’interno dei parametri della sua nuova posizione e del nuovo pubblico). Credo che sia della massima importanza per qualunque pratica artistica munirsi di una serie di parametri e metodi che proteggano le sue posizioni e orientamenti centrali.

Parliamo dell’installazione che hai presentato alla Biennale. Hai preso possesso dello spazio del Padiglione per trasformarlo in una sorta di casa privata: com’è nata questa idea?
Come ho detto poco fa, il mio lavoro parte dalle specificità del luogo e del contesto di una specifica mostra. La Biennale di Venezia mi ha portato a due riflessioni diverse: la condizione attuale dietro all’idea di rappresentazione nazionale, l’elemento del potere morbido dell’esportazione culturale preconfezionata di una nazione e l’apparato architettonico in cui viene presentata da una parte; e dall’altra il modo in cui quest’ultimo garantisce allo spettatore di osservare le opere nella maniera più consona (e con l’effetto migliore). La Biennale di Venezia presenta una situazione in cui i poteri individuali di ogni Stato hanno già gareggiato con la tipologia e la spettacolarità dell’architettura delle mostre (i padiglioni ai Giardini) ed è della massima importanza politica che noi prendiamo atto non solo di come e quando le nazioni si sono armate con grandi cannoni, ma anche di quali sono gli spazi delle proprie diplomazie culturali che i loro padiglioni, sparsi per tutta la città, promuovono.
Il padiglione sloveno fa parte della categoria delle abitazioni private riutilizzate e, in quanto tale, ho pensato che sarebbe stato interessante portare avanti l’idea di come l’ideologia ufficiale di Stato (e le tattiche di appartenenza nazionale) permea un luogo privato. Studiando l’architettura ufficiale di stato, utilizzata per promuovere l’idea, la specificità e l’iconografia di un’intera nazione, mi è sembrato naturale espandere questa riflessione nella discussione sulle modalità in cui tutto ciò risuona nella sfera privata di una dimora. Ho quindi imitato le strategie architettoniche degli edifici statali della Slovenia che, paradossalmente, hanno trasformato gli spazi del padiglione nell’atmosfera intima di un boudoir, uno degli spazi storicamente più privati e intimi di una casa, contaminato com’è con la questione di jouissance, in termini di godimento lacaniano. Tutto ciò ci riporta all’idea di godimento che giace all’interno dei limiti posti dall’autorità (dello Stato).

Jasmina Cibic
Jasmina Cibic

Nel Padiglione i visitatori possono guardare due video.
I due video presentati nel Padiglione mostrano due approcci differenti alla rivisitazione della storia: uno presenta, parola per parola, la rievocazione di un dibattito parlamentare del 1957 riguardo a quale artista fosse abbastanza adatto per rappresentare la nazione, mentre l’altra è un’intervista del capo architetto di Tito che, all’epoca, stava ridisegnando l’architettura nazionale per il nuovo Stato, e Linda, una giornalista occidentale. Solitamente realizzo installazioni, ma per questo progetto l’inclusione di una componente narrativa era della massima importanza. Il formato delle immagini in movimento era identificato come la controparte adatta per aiutare a raggiungere l’effetto desiderato di sovrapposizione di documenti storici rivisitati e ridiscussi.

Nel 2003 ti sei laureata all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Com’è stato per te tornare in Laguna nei panni di un’artista selezionata per rappresentare la propria nazione?
La Slovenia è uno dei Paesi che lasciano davvero poco tempo agli artisti per sviluppare i propri progetti (con il museo e le gallerie di Lubiana e la Škuc Gallery abbiamo avuto a disposizione appena tre mesi) e il fatto di aver studiato a Venezia mi ha aiutato molto. È una città estremamente difficile e provare a realizzare un progetto che si affida a tattiche di produzione tipiche della guerriglia è un compito complesso. Non sono stata spesso a Venezia dopo che mi sono trasferita a Londra, quindi è stato un grande piacere tornarci e lavorare a fianco di Aurora Fonda e Claudia Zini della Galleria A+A, ambedue assolutamente meravigliose. Abbiamo anche organizzato una piccola conferenza allo IUAV ed è stato interessante incontrare ragazzi che hanno posto domande e commenti eccellenti.

Jasmina Cibic, Framing the Space, 2013 - photo Pete Moss
Jasmina Cibic, Framing the Space, 2013 – photo Pete Moss

Quali sono i tuoi piani per il futuro?
Attualmente sto lavorando a un progetto a cui sono stata invitata per la 30esima Biennale di Grafica di Lubiana. Sto costruendo un’installazione performativa in grande scala, Constructing a long passageway, che ha a che fare con la storia dell’idea di responsabilità sociale e con il processo di acquisizione di opere d’arte che le compagnie nazionali stanno portando avanti sin dagli Anni Novanta. In autunno realizzeremo un evento speciale durante Frieze Art Fair ai Weddington Studios di Londra e sto lavorando a un nuovo progetto per l’Oktobarski Salon di Belgrado.

Filippo Lorenzin

http://slovenianpavilion.net/en/

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Filippo Lorenzin
Filippo Lorenzin è un critico d’arte contemporanea e curatore indipendente. Si interessa principalmente del rapporto tra arte, tecnologia e società, seguendo un percorso in cui confluiscono discipline come l’antropologia, la psicologia e la storia. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Venezia e allo Iuav, sviluppando un interesse nelle ricerche artistiche che si confrontano con le problematiche derivanti dalle modalità di interazione tra individui, contesti culturali e strumenti. Ha realizzato numerosi studi riguardanti il rapporto tra arte contemporanea, Internet e pubblico online, affrontando casi come il crowdfunding e le mostre d’arte virtuali. Affascinato dal confronto diretto, predilige la forma dell’intervista in quanto occasione per discutere e imparare.