Il Marca raccontato da Alberto Fiz

È ormai uno dei centri culturali più importanti della Calabria. Il Marca riveste oggi un ruolo fondamentale per lo sviluppo della cultura al Sud. Diventato ormai punto di riferimento per la città, della sua nascita e della sua storia, ricca di successi e non solo, ce ne parla direttamente il direttore Alberto Fiz.

Alberto Fiz

Partiamo da Bookhouse. La forma del libro, una mostra che, soprattutto per il tema, ha riscontrato un notevole successo di pubblico. Alla luce di questo e del lavoro fatto fino a oggi, com’è secondo lei lo stato dell’arte e il livello di comprensione in Calabria?
Il Marca è diventato un luogo fortemente identitario con cui riconoscersi; un po’ la carta d’identità artistica del territorio. C’è un gran desiderio da parte del pubblico di esserci, di partecipare ai nostri appuntamenti, siano essi le mostre o gli incontri. Anche la didattica ha avuto una grande eco e solo ai laboratori organizzati in occasione della mostra di Angelo Savelli hanno preso parte oltre 1.000 bambini esclusivamente tra Catanzaro e provincia.
Mancava un polo culturale e il Marca è andato a colmare questa lacuna, diventando, appunto, il primo riferimento della città, un luogo di cui andare orgogliosi in grado di ospitare una mostra come Bookhouse, dove sono presenti opere monumentali di Oldenburg, Kounellis, Kiefer, Pistoletto, Isgrò. Ma anche progetti site specific di Peter Wüthrich, Alicia Martín e Matej Krén. Bookhouse è giunta dopo un programma di rassegne che ha coinvolto, tra gli altri, Alex Katz, Antoni Tàpies, Alessandro Mendini, Enzo Cucchi…

Questo riconoscimento arriva anche dagli artisti locali?
Il Marca ha linee strategiche ben precise che ci permettono di lavorare sia sui nomi di respiro internazionale sia valorizzando le risorse del territorio. Lo abbiamo fatto, per esempio, attraverso un programma di residence d’artista organizzato in collaborazione con la Dena Foundation, che quest’anno ha premiato Laura Stancanelli. Non manca, poi, un altro progetto destinato a evidenziare la ricerca di artisti che hanno già un notevole bagaglio alle spalle, come Luigi Magli o Mario Parentela.
La capacità del Marca è quella di sapersi integrare al territorio evitando ogni forma di localismo. L’attenzione a questo patrimonio ci ha permesso di realizzare, per esempio, la più importante mostra dedicata ad Angelo Savelli, con il coinvolgimento delle più significative collezioni pubbliche e private, dalla Fondazione Prada al Museo del Novecento di Milano, passando attraverso la Fondazione VAF e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.
Questo è stato un passaggio fondamentale, dal momento che Savelli, dal 1995, proprio l’anno in cui morì, quando venne celebrato in contemporanea dalla Biennale di Venezia e dal Museo Pecci, era stato ingiustamente accantonato per ragioni che certo non dipendono dalla qualità del suo lavoro. Non dimentichiamo, poi, che il Marca ha iniziato la sua attività con una personale dedicata a Mimmo Rotella, l’artista catanzarese più celebre.

Bookhouse. La forma del libro - veduta della mostra presso il MARCA, Catanzaro 2013 - photo Antonio Renda
Bookhouse. La forma del libro – veduta della mostra presso il MARCA, Catanzaro 2013 – photo Antonio Renda

Un’attività così intensa e costante ha abituato la cittadinanza al linguaggio dell’arte contemporanea o siamo ancora lontani dalla sua comprensione?
Il territorio è stato estremamente ricettivo e, direi, persino umile, con un forte desiderio d’immergersi in una realtà nuova. In passato erano nate iniziative estemporanee, soprattutto negli Anni Settanta e Ottanta, ma nulla che potesse incidere in maniera così determinante come il Marca. Al contrario di quanto succede in altre realtà più rigide e istituzionali, penso per esempio a Firenze, dove c’è una sorta di contrapposizione al contemporaneo con pregiudizi spesso difficili da superare, Catanzaro ha recepito molto bene l’attività del Marca. Questa risposta positiva trova conferma nel Parco della Biodiversità dove, attraverso il progetto di Intersezioni, si è costituito il Parco Internazionale della Scultura che possiede in permanenza una collezione di 23 opere che sono diventate parte integrante del territorio e oggetto di tutela da parte dei cittadini stessi, pronti a segnalare abusi e atti di vandalismo.

A proposito della collezione, Catanzaro ha il Parco Internazionale della Scultura e Cosenza il MAP. Siamo davanti rispettivamente a una collezione in corso d’opera e a una collezione acquisita in blocco (la collezione Bilotti). Il primo caso rappresenta senza ombra di dubbio un’operazione più complessa, che permette però alla città di innalzare il proprio livello culturale e artistico.
Il Parco Internazionale della Scultura è stato realizzato attraverso una lungimirante operazione di buona politica condotta dalla Provincia di Catanzaro, da cui dipende anche il Marca. Sì, proprio quelle famigerate province che oggi sembrano essere diventate la causa di tutti i mali, hanno condotto, se ben gestite, straordinarie operazioni culturali. Il Parco Internazionale della Scultura, infatti, è partito dall’esperienza di Intersezioni, ovvero dalle mostre temporanee all’interno del Parco archeologico di Scolacium.
Ciascuna esposizione temporanea ha lasciato una traccia permanente con le acquisizioni a prezzi estremamente favorevoli di una o più opere di tutti gli artisti che hanno preso parte a Intersezioni. Così al Parco di Catanzaro sono presenti Stephan Balkenhol, Tony Cragg, Wim Delvoye, Jan Fabre, Antony Gormley, Dennis Oppenheim, Mimmo Paladino, Michelangelo Pistoletto, Marc Quinn e Mauro Staccioli. In tanti altri luoghi, dove sono stati realizzati progetti di scultura all’aperto, la comunità è rimasta senza opere. Basti pensare a Villa Manin di Passariano o a Piazza del Plebiscito a Napoli.

Daniel Buren - Costruire sulle vestigia: impermanenze. Opere in situ - Parco Archeologico di Scolacium, Roccelletta di Borgia 2012
Daniel Buren – Costruire sulle vestigia: impermanenze. Opere in situ – Parco Archeologico di Scolacium, Roccelletta di Borgia 2012

Crisi e finanziamenti. Che impatto hanno avuto l’una e l’altro sullo svolgimento delle attività del Marca?
Il Marca è stato in controtendenza. I tagli operati hanno creato disagi notevoli ma, nonostante questo, non è venuta meno la qualità e la progettualità. Lo dimostra proprio Bookhouse, che si potrà visitare sino ai primi di ottobre: una mostra estremamente complessa e articolata che, nell’era degli ebook, ha affrontato il libro in chiave innovativa, considerandolo un’estensione dello spazio e del pensiero.

Alessandra Fina

www.museomarca.info

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Alessandra Fina
Vive a Roma. Ha conseguito la laurea magistrale in Curatore d’arte contemporanea presso l’Università La Sapienza. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati (Villa Torlonia, Caffè Letterario Roma ecc). Ha lavorato presso Palazzo delle Esposizioni come operatore didattico e addetta all’accoglienza. Ha partecipato alla redazione del testo Europa – America 1945 – 1985, una nuova mappa dell’arte a cura di Carla Subrizi e del catalogo della mostra Sguardi Multipli. Rassegna Nazionale di Arti Visive (Palazzo San Bernardino, Cosenza – Castello Estense, Ferrara). Ha collaborato con l’ufficio stampa Novella Mirri e Maria Bonmassar. Attualmente si occupa di comunicazione e public relation e collabora con importanti testate di settore: Artribune e Tafter.