Agostino Osio e la persistenza della bellezza

A partire dal 2004, Agostino Osio indaga la natura, e il paesaggio, attraverso il linguaggio fotografico. Attualmente lo scopo, anche etico, della sua ricerca è ricucire la frattura sempre più profonda tra l’uomo e il mondo naturale, via privilegiata per l’osservazione di noi stessi. Inoltre ha recentemente iniziato a interessarsi al paesaggio artificiale, quello creato dall’uomo, ponendo il suo sguardo sulla città. È lui il protagonista della rubrica Fotografia del nuovo numero di Artribune Magazine. E qui potete leggere l’intervista che ha realizzato con Angela Madesani.

Parlaci del progetto del quale ti sei occupato nel sud dell’Europa.
È un progetto intorno al tema del Mediterraneo, che presento all’interno di Concret Unit 2013, una mostra indipendente patrocinata dalla Biennale di Istanbul. Il tema della Biennale turca di quest’anno mi ha fatto profondamente riflettere. Il titolo è: Mamma, sono io un barbaro?. Ho posto tale quesito in relazione ai miei percorsi e di primo acchito ho pensato di non essere un barbaro. Poi, ripensandoci, ho iniziato a mettere in dubbio quelle che mi parevano certezze. Forse anche io sono un barbaro, come quasi tutti. Così ho deciso di fare un progetto itinerante che ho presentato sotto forma di diario scritto a mano da me.

È un diario di lavoro che hai compilato durante il tuo lungo viaggio?
Sì, utilizzo per questo dei quaderni che si aprono a leporello. L’ho compilato giorno dopo giorno. Ho portato con me anche una stampante per stampare le immagini e attaccarle sulle pagine. Ho fatto un grande lavoro di raccolta dei materiali che ho riposto all’interno di grandi cartelle, costruite come classificatori.

Qual è stato il tuo percorso?
Sono partito da Milano, sono andato a Genova e poi in Sardegna, dove ho partecipato a una festa dedicata ai sardi, ambientata in una grotta antichissima, la Grotta del Turco, dove è iniziato il mio lavoro. Ho quindi raggiunto Cagliari. Ho attraversato il Mediterraneo e sono arrivato a Trapani, dove ho trovato la Scala dei Turchi, un masso calcareo che si inabissa nel mare. Pare che qui si rifugiassero dai venti i pirati turchi. Sono poi passato dall’Etna, dove vi sono monumenti naturali straordinari, e quindi sono arrivato in Calabria, in Lucania, in Puglia, dove mi sono imbarcato per Patrasso. Ho fatto il giro del Peloponneso, passando da Delfi, da Atene. Ho toccato importanti luoghi della storia, della classicità. Ho percorso il Dodecaneso per arrivare in Turchia, a Istanbul, per fare poi ritorno a Venezia.

Agostino Osio, Mare Nostrum, 2013

Agostino Osio, Mare Nostrum, 2013

È un viaggio omerico… Cos’hai fotografato?
Ci sono sette quaderni che si sviluppano su 25 pagine, ognuno dei quali racconta un tema diverso e sono esposti in riga uno sopra l’altro. Mi sono complicato la vita, perché ho voluto far sì che si potessero leggere cronologicamente in orizzontale e verticalmente per luogo. Mi piacerebbe riuscire a trasmettere una vertigine tra il luogo attuale e la sua dimensione storica.

Dunque, quale il collegamento con il tema della Biennale?
Siamo dei barbari che sfruttano oltremisura questo povero pianeta. Distruggiamo il paesaggio per fini economici e speculativi. L’uomo capitalista si è smarrito perché ha smesso di guardare alla natura come madre, di avere rispetto di essa, delle sue leggi, della sua intrinseca armonia. Pensa di essere al centro di tutto e di essere legittimato ad assecondare ogni propria ambizione. Tuttavia, non si può essere anti-storici e bisogna ripartire da lì e prendere una misura diversa nei confronti del futuro.

La natura è stata sempre un punto nodale della tua ricerca. Nel 2008 hai fatto un lavoro sugli alberi.
Il tema dell’albero è l’inizio di un percorso che mi porta a riflettere anche sullo spazio e sull’uomo. Dall’analisi visuale di un albero si aprono molteplici direzioni di ricerca verso l’alto e verso il basso. Movimenti che mi hanno suggerito di indagare l’orizzonte come punto di contatto. Mi affascina il fatto che gli alberi e gli uomini siano figurativamente perpendicolari all’orizzontalità della terra e che siano allineati geometricamente tra il nucleo e il cosmo.

Agostino Osio, Venezia, 2013

Agostino Osio, Venezia, 2013

Quei lavori erano costituiti anche da acquerelli. Uno per ogni foto, situato sotto l’immagine, come la predella in un dipinto antico.
La fissità della fotografia mi ha sempre creato un certo disagio, per cui ho cercato di dare vita a meccanismi alternativi per tenere alta la soglia di vitalità dell’immagine.

Sei tu l’autore degli acquerelli?
Sì, li ho realizzati con gli stessi colori che vedevo nella scena fotografata, subito dopo aver scattato la foto. La presenza dell’acquerello scatena il vero immaginario, la fotografia è solo una possibilità.
Ho declinato questo stesso ragionamento anche in un altro progetto che ho fatto un anno dopo, per cui ho utilizzato un banco ottico da 20 x 25 cm, uno strumento in pieno declino. Si trattava di un lavoro sul paesaggio, che ho intitolato 1:1_20x25. Il lavoro si presenta sotto forma di lastre originali, accanto alle quali c’è un lentino che offre la possibilità alle persone di guardare la qualità delle immagini. Ho quindi disegnato e costruito dei lightbox ultra sottili. Ho cercato di offrire l’immediatezza, la purezza dell’immagine in presa diretta. Sono, al tempo stesso, la celebrazione e l’addio, un omaggio, insomma, a qualcosa che da lì a poco sarebbe scomparso. Mi pare una soluzione per tenere viva la fotografia con tutte le sue implicazioni.

Quali sono i soggetti delle immagini?
Sono immagini della Grecia, della Bulgaria, della Romania, dell’Ungheria. È stato molto complicato. Non potevo utilizzare le polaroid per la corretta esposizione, fuoco e inquadrature, e ho dovuto fare tutto a occhio.
Poco dopo ho cercato di dare una risposta contemporanea a tutto questo e ho ripreso a fotografare gli alberi, questa volta in digitale, dando vita a un lavoro dal titolo Gloria. Sono foto stampate in grande formato su plexiglas diasec. Mi interessava fotografare le forme degli alberi nel bianco dell’inverno e immaginarli come cavalieri solitari e paladini del paesaggio… Sì, lo so, è un po’ ingenuo, ma una volta che li vedi prova a ricordarti questa immagine e forse te ne compiacerai anche tu. Al di là degli scherzi, quella visione ha una certa sacralità.

Agostino Osio, Pergamo, 2013

Agostino Osio, Pergamo, 2013

Il lavoro con il lentino è stato un lavoro chiave?
Mi ha aperto a uno scenario contemporaneo. Così ho capito che non mi interessava fotografare i paesaggi con il grandangolo. Oggi faccio una serie di foto e poi ricompongo l’immagine. Lo faccio perché così posso usare un teleobiettivo che avvicina tutti i piani all’osservatore.
È importante sentirsi vicino al paesaggio, avere confidenza con esso, esserci dentro, avere la stessa architettura dello sguardo. Mi piace usare lo sguardo della tradizione e riprodurlo con la tecnologia moderna. Qualche anno fa, quando ho iniziato a farlo, non lo faceva nessuno; oggi questo tipo di lavoro è più comune. Oggi è anche più facile farlo.
Poi, legati a questo modo di procedere si sono associati altri significati, come l’utilizzo del formato quadrato che è, a mio parere, il più significativo quando ci si relaziona al paesaggio. Questo formato potrebbe apparire più rigido, in realtà è più giusto per il paesaggio perché è equidistante tra il sopra il sotto, la parte destra e la parte sinistra. In questo modo si può porre il paesaggio al centro del proprio sguardo e il cielo è importante quanto la terra. Mi emoziona molto sapere che la linea di contatto è il punto di massima vertigine. Quanto oltre la soglia è il punto più alto rispetto al paesaggio. L’ultima declinazione di quel progetto è una linea curva bianca.

Perché questa linea curva bianca?
Ci sono due significati: uno è quello di rompere la fotografia, l’altro è quello di accompagnare lo sguardo verso un altrove. Non in tutte le foto è possibile. Il lavoro si intitola Tra te e me.

Non potrebbe apparire eccessivamente didascalico?
Sì, diciamo che questo recente lavoro è nato non tanto sul significato del titolo, che nel caso da te citato è volto a un particolare scopo – l’inizio di un progetto a distanza -, ma sul gesto di aggiungere o sottrarre qualcosa alla fotografia innescando una riflessione di tipo trasversale.

Agostino Osio, Marsala, 2013

Agostino Osio, Marsala, 2013

Vogliamo parlare del lavoro che hai fatto nel 2011 alle Canarie? Sono immagini perfettamente equilibrate che tuttavia trasmettono un senso profondo di inquietudine, o almeno così accade a me.
Sì, hai ragione, ed è esattamente nell’ordine di questa scelta che sono stato lì a lavorare. Avevo bisogno di totale incontaminatezza, di luoghi dove nessun essere umano avesse cambiato l’ordine naturale delle cose. Ho avuto bisogno di questo per cogliere al massimo il tema dell’orizzonte, senza edifici, senza flora, senza limitazione alcuna alla purezza della forma e alla potenza sublime della terra. Mi piace pensare che non siano più fotografie di spazi ma di spazi mentali. Forse per questo sono vagamente inquietanti.

Nell’estate dello scorso anno hai lavorato in Scozia…
In Scozia ho cercato una continuità con le Canarie, cercando di reintrodurre nel paesaggio un elemento alla volta e, naturalmente, iniziando con il verde della flora.

In quell’occasione sono nati i lavori dove hai creato dei cerchi attraverso piccole stampe.
Inizialmente volevo appendere tutte le immagini in sequenza per creare una linea di continuità ideale tra gli orizzonti di tutte le fotografie. Pur stampandole in piccolo formato, avrei avuto bisogno di una parete infinita. Allora ho capito che se “curvavo” questa ideale linea di continuità veniva fuori un cerchio. La figura del cerchio mi ha subito convinto per il suo equilibrio, per l’eguaglianza di importanza che ogni foto ha rispetto al centro, per l’identificazione di un dentro e di un fuori e per il senso di continuità che si viene a stabilire tra le immagini…
Da una parte ho capito che questo cerchio fatto orizzonti, e che ho intitolato Spazio x Tempo, rappresenta un “mondo” fatto di visioni e per certi versi un mio mondo ideale. Dall’altra ho capito che potevo lavorare sul tempo e sullo spazio contemporaneamente, così è nato Luce x Tempo. Circa ogni mese ne realizzo uno. Si tratta di fotografare lo stesso punto nell’arco delle 24 ore.

Agostino Osio, Methoni, 2013

Agostino Osio, Methoni, 2013

Cosa significa un lavoro di questo tipo?
Significa contemplare il paesaggio con i diversi mutamenti di luce. In passato cercavo di avere sempre la stessa luce con paesaggi diversi, qui è il contrario: ho cercato di annullare una tipicità data dalla luce per fare emergere la morfologia dei luoghi. La notte, che in fotografia non è così scontata, è entrata in un bilanciamento dei diversi momenti e si è creato un equilibrio. Per fare un cerchio di 96 momenti produco circa 700 fotografie. È un lavoro di ampie proporzioni.

In tutto questo è portante la parte di calcolo, di progetto.
La parte progettuale è determinante. Mi affascina il fatto che, se opportunamente preparata, la macchina continua a lavorare anche mentre io dormo.

Qui emergono i concetti di inconscio ottico di Walter Benjamin e di inconscio tecnologico di Franco Vaccari.
Il lavoro, Luce x Tempo, nasce anche da una riflessione sul giorno e sulla notte, che in qualche modo vengono “ancorati” a un paesaggio. Mi spiego meglio: partiamo da noi e dal concetto che l’io, attraverso il risveglio mattutino, si interpone tra la nostra pelle e la pelle del mondo, regola le nostre funzioni e il nostro essere qui e ora. All’addormentarsi, al contrario, l’io si ritrae dentro di noi, si allontana dal mondo, di cui non ha più diretta esperienza. L’io si rigenera vivendo intimamente il nostro corpo.
Ma cosa succede in nostra assenza nel mondo? Non ne abbiamo esperienza né memoria. In questo senso il progetto mi interessa: mi dà la possibilità di vedere ciò che per me, presente e assente, è invisibile. In questo senso cerco di cogliere la lezione di Vaccari.

Agostino Osio, Mazzara del Vallo, 2013

Agostino Osio, Mazzara del Vallo, 2013

Sei stato invitato a fare una residenza all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi nel novembre di quest’anno. Che lavoro farai?
Vorrei prendere alcuni dei meccanismi delle grammatiche di linguaggio che uso per guardare il paesaggio naturale e applicarli al paesaggio artificiale, alla città. Cercare di guardare il paesaggio creato dall’uomo con la stessa modalità con cui ho sempre guardato il paesaggio. È la prima volta che affronto la città, sinora mi sono tenuto lontano dall’umanità, pur riempiendo di umanesimo le mie fotografie.

Mi pare di scorgere nel tuo lavoro un’aura malinconica, poetica. Spesso gli artisti contemporanei la rifiutano.
Sono contento di quanto mi dici. Corteggio la bellezza, l’armonia, l’equilibrio delle cose. Il concettualismo che indaga su se stesso più o meno profondamente è una dimensione che mi appartiene di meno. Forse sono un po’ all’antica, ma questa è la dimensione nella quale mi riconosco.

Angela Madesani

http://www.osio.it/

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Angela Madesani

Angela Madesani

Storica dell’arte e curatrice indipendente, è autrice, fra le altre cose, del volume “Le icone fluttuanti. Storia del cinema d’artista e della videoarte in Italia”, di “Storia della fotografia” per i tipi di Bruno Mondadori e di “Le intelligenze dell’arte”…

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