Architettura nuda #5. Luca Galofaro

Luca Galofaro è autore di diversi libri: Artscapes (2008); Eero Saarinen, la forma della tecnologia (2001); Eisenman digitale (1999); Il concorso per il Chicago Herald Tribune (1998). Articoli e saggi di Galofaro sono apparsi nelle più importanti testate nazionali e internazionali. Attualmente Galofaro insegna a Londra alla Bartlett University. Ed è il protagonista del quinto invito a parlare dell’architettura nuda.

(c) Francesca Woodman

1. O troppi corpi o non abbastanza. Dall’epoca di Noè, il problema è tutto qui.
Forse il miglior modo per capire la nudità, la condizione dell’essere nudi, è leggere l’ultimo libro di Daniel Pennac, Storia di un corpo. La nudità come condizione temporale, non fisica, ma mentale, legata profondamente all’evolvere delle sensazioni corporee.
La nudità è un qualcosa che ci appartiene fin dalla nascita, la capiamo a età diverse, non sempre ha a che fare con il nostro corpo, perché è dentro di noi, è una condizione intima, appare talvolta guardandoci dall’esterno, spiandoci, a volte facendoci godere, e poi all’improvviso facendoci innamorare, vergognare, preoccupare, pensare, fino a farci paura.
La nudità è tutto questo.

Domenica 24 maggio 1964:
Divorato letteralmente Mona con le narici e con la lingua, stanotte. Infilato naso sotto l’ascella, tra i seni, le cosce, i glutei, annusato, leccato, gustato il suo sapore, il suo odore, come da ragazzi.

(c) Francesca Woodman
(c) Francesca Woodman

2. Di solito succede per i musicisti pochissime canzoni, una morte accidentale oppure tragica, poi il successo.
Per l’arte è un po’ diverso, 22 anni sono pochi per una maturità artistica.
Ma la bellezza delle foto della Woodman superano il limite della gioventù (molte delle foto sono state scattate quando era ancora una studentessa della Rhode Island School of Design) con il tempo le sue foto sono diventate un feticcio ideale per un discorso critico incentrato sullesposizione del corpo femminile nudo utile a decostruire lo sguardo maschile.
E qui c’è la parte più interessante del suo lavoro, questa idea semplice di modificare in qualche modo lo sguardo maschile, spostandolo in un’altra direzione o meglio accompagnandolo in un viaggio interiore, per farlo lo rende non spettatore ma parte della scena. Infatti, osservando le foto il corpo scompare perché è lo spazio fisico e mentale ad essere al centro della rappresentazione.

(c) Francesca Woodman
(c) Francesca Woodman

La Woodman ha sempre usato la pellicola in bianco e nero, con esposizioni lunghe o doppie esposizioni e con gli autoscatti che le permettevano di essere parte attiva e soggetto principale del suo lavoro. Raramente appaiono altri soggetti nelle fotografie.
Si è ritratta in ambienti vuoti e abbandonati, unico vero modello predominante è il suo corpo. Il corpo, e la sua nudità come strumento di connessione tra una realtà interiore e lo spazio, rappresentato con trasgressione, mimetizzato tra gli infissi di una porta, dentro un camino, che si con-fonde con la carta da parati, l’immagine è sfocata su muri screpolati quasi a scambiare la pelle con l’intonaco, il corpo, di cui Pennac registra le trasformazioni nella fotografa americana testimonia il dialogo aperto con un desiderio latente di sparizione e trasformazione.
È difficile a volte trovare le parole per descrivere le sue fotografie che richiedono uno sforzo di lettura e generano confusione e ambiguità come la forza dei sentimenti che hanno permeato il suo mondo interiore in contrapposizione alla spontanea e urgente curiosità di indagare la realtà che la circondava. Descrivendo il momento precario tra ladolescenza e letà adulta, tra lesistenza e la scomparsa definitiva, la morte.
Questa volontà di ricerca è testimoniata dalle lettere e dalle cartoline, che accompagnavano le sue serie di scatti, un esempio: “La cosa che mi interessava di più era la sensazione che la figura, più che nascondersi da se stessa, fosse assorbita dallatmosfera, fitta e umida.
Poche righe per riassumere un’ idea-chiave del suo lavoro, perché per la Woodman fotografare era un po’ come prendere nota, il testo, la foto e il contesto si traducono in “un’equazione” da risolvere.
La nudità è una condizione da esplorare ed uno strumento di ricerca, non un fine, un qualcosa di utile per entrare in contatto con ciò che ci circonda, non esiste nessuna relazione figura sfondo, il corpo nudo è assorbito, la nudità è un concetto spaziale.

Invito a una mostra di Francesca Woodman
Invito a una mostra di Francesca Woodman

Una cosa che avviene anche con i film di McQueen: Nelle fotografie il corpo nudo non è esposto in quanto sovrastruttura culturale; piuttosto, è utilizzato sempre e solo in relazione con l’ambiente naturale o architettonico circostante, che lo confonde o come lei stessa dice, lo assorbe.
Ma il tempo per far crescere queste sensazioni ed azioni non c’è Francesca si suicida… e la sua ricerca esile, raffinata, ingenua, commovente diventa un simbolo che si presta ad interpretazioni diverse. Che spiega una nudità interiore.
Ho dei parametri, scriveva, e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate.
Sublimazione dell’onnipotenza giovanile, paura o solo disperazione ci hanno privati di una giovane vita che prometteva un lavoro artistico molto stimolante e riflessivo sul corpo femminile come riassunto delle inquietudini contemporanee.

(c) Ettore Sottsass
(c) Ettore Sottsass

3. Altre foto quelle di Sottsass altre storie le sue, non un corpo ma corpi, oggetti, persone, città, ambienti, architetture isolate e messe a nudo.
Nudi essenziali decontestualzzati perché strumentali alla costruzione di una memoria.
Memoria che nel tempo riaffiora nei progetti dell’architetto.
Un altro tipo di nudità la sua, da una parte l’anima che si presenta di fronte alla realtà in una condizione per poter non ricordare il contesto ma per assorbirlo e in un certo senso per diventare lui stesso contesto.
Nudità necessaria per assorbire il mondo. Per reiventarlo, raccontarlo renderlo vivo attraverso il design e l’architettura.

(c) Ettore Sottsass
(c) Ettore Sottsass

Nella mia vita ho fatto molte fotografie, sopratutto da ragazzo, perché avevo molto tempo.
Però non ho mai pensato di fare fotografie come un fotografo. Ero orribilmente curioso, questo é tutto. Ero così curioso di tutto quello che vedevo ed era così tanto quello che vedevo, che non riuscivo ad archiviare tutto.
La memoria che abitava e abita il mio cervello non era e non è per niente affidabile; spesso si confonde e invece una polaroid o una fotografia, se usata come sostituto della memoria, forse può funzionare…In realtà il risultato è sempre disastroso perché la vita fissata dalla polaroid diventa sempre una strana cartolina plastificata, senza neanche francobolli che la possano spedire da qualche parte.
È così
“.
(dal catalogo della mostra)

Steve McQueen, Shame
Steve McQueen, Shame

4. La nudità dello spazio utilizzata per raccontare quella dei personaggi, non è un caso che il regista sia prima di tutto un video artista.
Un’idea di nudità estrema è già racchiusa nei titoli dei suoi due film Hunger e Shame, titoli essenziali Fame e Vergogna, secchi precisi argomenti essenziali, istinti basici. Come il film essenziale e scarnificato fino a mettere i brividi e a rizzare i peli sulla nuca.
La prima storia semplice, un uomo di successo: posseduto da una compulsione insopprimibile, a stento nascosta tra le pieghe della vita quotidiana, che finisce per consumare ogni lato della sua esistenza. Ha bisogno di sesso sempre, un ossessione normalizzata da un desiderio cronico, in ufficio di giorno, nei locali di sera, utilizza qualunque spazio, ogni tipo di materiale pornografico, l’ossessione per il sesso è la sua routine.
Gli fa da contrappunto la giovane sorella, la quale sembra aver proiettato verso l’esterno quel conflitto quei fatti mai detti, mai svelati mai messi a nudo, della loro infanzia che Brandon continua a proiettare all’interno. Lui nasconde lei rende pubblico, lei si lascia andare, lui si trattiene e fa esplodere tutto dietro una maschera di normalità che il protagonista rende in modo sublime.

Steve McQueen, Hunger
Steve McQueen, Hunger

È lo spazio attorno al quale si muovono i due protagonisti a raccontare la nudità, l’architettura di Shame è gelida; dal minuscolo appartamento di Brandon fino all’impersonale trasparenza delle superfici vetrate e New York che diventa un fondale di congiunzione, un piano sequenza straordinario dipinge la corsa notturna del protagonista tra le vie di Manhattan, la città è nuda distaccata impassibile, il fallimento fisico e comunicativo di un appuntamento romantico mancato, è sospeso nel vuoto di un hotel le cui pareti vetrate sospendono i protagonisti nel vuoto facendoli galleggiare nello spazio, il fiume Hudson è uno sfondo lontano, poi il fallimento l’incomunicabilità, il fare sesso schiacciati sul vetro nudi agli sguardi del mondo, un trip di devastazione sessuale concluso sulla maschera trasfigurata di Fassbender in un bordello di un altro tempo, lì è l’anima ad essere nuda, un testo drammatico sempre e solo dipendente dal corpo del suo protagonista.
Un autore liricamente brutale come lo era stato nella sua opera prima che raccontava, anzi mostrava quasi da un punto lontano l’autodistruttivo martirio fisico dell’attivista irlandese Bobby Sands, morto d’inedita dopo 66 giorni di sciopero della fame atto politico ed intimo, di resistenza, di protesta, di rifiuto, il corpo nudo come strumento di dissenso.

Steve McQueen, Shame
Steve McQueen, Shame

Si succedono: radicali dimostrazioni di protesta fisica attraverso la protesta dello sporco, i muri imbrattati di escrementi, un action painting che mette a nudo gli istinti più bassi, l’urina che scorre sotto le porte delle celle, le mani del secondino segnate dai pestaggi, lo scheletrico scorrere dei corpi dei detenuti.
E poi lui, Bobby Sands ancora Fassbender, il fulcro e il perno della storia deperito di oltre venti chili solo per restituirci la nudità spettrale del combattente che ci trascina nelle pieghe remote di un inferno sospeso tra la morte e la vita di pari passo col suo sguardo denudante e provocatorio.
Il dissolvimento di Bobby, i corpi diventano un solo corpo, consumato che trasuda su un lenzuolo sindone contemporanea, metafora della società di cui il corpo è prima (hunger) strumento di lotta e poi (shame) simbolo del disfacimento interiore.
Lo stesso lenzuolo che chiude hunger apre shame, le parole di Bobby Sands e il suo corpo martoriato risuonano attraverso il tempo e la storia. “Il nostro giorno verrà“.

Valerio Paolo Mosco - Nuda Architettura
Valerio Paolo Mosco – Nuda Architettura

5. Architettura Nuda, la parola nuda in italiano mi fa venire in mente il vetro, sì, un’architettura di vetro.
Naked in inglese invece mi fa pensare a un altro tipo di nudità una parola dura, riesco a vedere la struttura, il cemento con la sua materialità.
Vetro e cemento il resto è noia. Due tipi di nudità due corpi astratti a confronto tutto il resto è a contorno.
Nelle prime pagine del suo libro, Valerio Mosco convince, la sua linea è precisa, il suo scrivere colto, interessante, cerca uno sguardo altro, non parla di lingua, ma di spazio.
La nudità è una condizione dell’anima, come ho elencato nei punti precedenti,e l’architettura si fa specchio di un esigenza intima, oltre i linguaggi, ne è l’inevitabile riflesso.
…La nudità in architettura è dunque una metafora, un immagine mentale che non identifica la cosa in sé, ma la descrive attraverso un traslato che ha la capacità di essere facilmente percepibile e comunicabile. In altre parole la nudità è una rappresentazione dell’immaginazione (Kant) capace di definire non tanto un aspetto quanto un carattere…
Poi succede qualcosa di inaspettato, che non capisco, l’autore cercando i progetti si perde dietro una voglia recondita di ricoprire quella nudità che cerca con tanta forza di descrivere. Mosco si riveste e inizia l’elenco ed è proprio nello scorrere la lunga lista di edifici, divisi per categorie, ma si può categorizzare la nudità? (la mia è una domanda non una polemica) perché la nudità che io ho immaginato leggendo il testo è qualcosa che si può trovare in qualsiasi architettura, è una condizione intima.
La nudità in architettura una volta classificata diventa pornografia, perchè il nudo diventa ostentato, quindi accende la morbosità del lettore, c’è chi lavora con il vetro chi con le strutture in ferro, chi poeticamente con la nudità dei muri, io così non la capisco la naked architecture.
La linea che seguendo le parole del bel saggio di Mosco mi ero formato si perde ed è sfocata. Certo i progetti presi singolarmente sono belli davvero, ma è questa cacofonia di rumori che producono se accostati l’uno all’altro che mi da fastidio. Allora faccio una cosa semplice semplice, fotocopio il saggio iniziale, spillo i fogli tra di loro, ripongo il libro, mi metto comodo, (non proprio nudo magari in mutande) e ricomincio a leggere queste fotocopie per il puro piacere della lettura e dell’immaginare attraverso le parole di Valerio la nudità dell’architettura, solo l’idea che si forma nella mia mente.
Ora fatelo anche voi.

Luca Galofaro

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Luca Galofaro
Luca Galofaro è uno dei fondatori dello studio di architettura IaN+. Docente in urban design alla Confluence di Lione, ha insegnato a The Bartlett School of Architecture di Londra, alla Ecole Spéciale d’Architecture di Parigi e alla Kent State University di Firenze. Autore di numerosi libri, tra cui “Artscapes. Art as an approach to contemporary landscape” (Gustavo Gili, 2003 / Postmediabooks, 2006) e “Aristide Antonas” (Libria, 2015), scrive per Arte e Critica, Domus e Abitare. È autore di due blog di architettura: The Booklist e The Imagelist.