Migranti d’avanguardia

Dal golpe che ha deposto per tre giorni Hugo Chavez alla Biennale di Venezia. Tra storia e arte, il percorso che porta Federico Luger a immaginare il progetto “The Immigrants”: un programma di mostre itineranti per raccontare, attraverso l’arte, l’evoluzione della geopolitica.

The Immigrants

Le bandiere. La folla. In terra una lingua di asfalto, palazzi sullo sfondo. La gente si raccoglie con ordine, la tensione è alta ma non lo si dà a vedere. Tutto è pronto perché il corteo parta. Incurante del fatto che quel giorno, a spiccare il volo, è anche un progetto d’arte in progress destinato a raggiungere Venezia, efficace pendant della Biennale ancora in corso. E poi Londra. Puntando oggi verso altre località ancora, in un rosario che sgrana mete potenzialmente infinite.
Comincia tutto da una fotografia scattata a Caracas nell’aprile del 2002, nei giorni caldissimi del golpe che per settantadue ore ha visto l’allontanamento di Hugo Chavez e il governo lampo di Pedro Carmona Estanga. Situazione confusa, convulsa e rovente: da un lato i sostenitori del leader socialista, dall’altro gli oppositori; in mezzo quanti volevano sì il ribaltamento dello status quo, ma per via democratica, senza il passaggio da una forma di autoritarismo a un’altra. Tra questi ultimi anche Federico Luger, padre di origini italiane e madre croata, artista e futuro gallerista in quel di Milano. Al centro della foto che mostra orgoglioso c’è lui, per le strade di Caracas, sorridente nella calca che sta montando per raggiungere il cuore della capitale.

Federico Luger a Caracas nel 2002
Federico Luger a Caracas nel 2002

Rivoluzione è stata, all’epoca. E rivoluzione è oggi. Da sovvertire c’è un sistema che vede il pubblico dell’arte “dimenticarsi il piacere di vedere e fare le cose”; da cancellare ci sono luoghi comuni, false aspettative, rapporti algidi. Ma soprattutto barriere, vincoli, legami. Identificati nell’immagine del confine, gabbia politica che frena la libera circolazione delle idee; aggirati attraverso l’elezione del migrante a nuovo eroe d’avanguardia, figura mitica per la capacità di “costruire il futuro nella propria mente”.
Si muove da queste basi The Immigrants: non una mostra in senso stretto, nemmeno un cartello di mostre. Semmai una dichiarazione filosofica – e politica – in forma di immagini, un modo per leggere il presente attraverso il filtro dell’arte. E dunque “non è un archivio, non ha la pretesa di esserlo. Si tratta di una cosa viva, da era post-Facebook”. Il check-in è avvenuto a Venezia, con la collettiva curata dallo stesso Luger e da Pasquale Leccese alla Giudecca: il catalogo ha il formato di un passaporto da timbrare sulla copertina, nelle ultime pagine c’è spazio per schizzi, pensieri e parole. “Così chiunque può scrivere quello che vuole… e dire di aver esposto!”: scherzo che ironizza, neppure troppo, sulle ansie da prestazione e partecipazione.

Igor Eskinja - Somewhere in East Europe
Igor Eskinja – Somewhere in East Europe

In mostra opere e artisti che indugiano sull’effimero, sullo sradicamento, sull’indagine di uno spazio e di un tempo a fisarmonica. Suonati dall’esperienza, compressi e dilatati a seconda dell’emozione. E così c’è Alighiero Boetti, chiaro: niente planisferi afghani, ma le sue Dodici forme a partire dal 10 giugno 1967, momento fondamentale per l’avvicinamento all’ambito della geografia politica; c’è il reportage fotografico che Gianni Pettena ha dedicato, nei primi Anni Settanta, all’America industriale delle assurde conurbazioni. Quella dove palpita disperata l’anima dei non-luoghi, quella incontrata a Minneapolis e dintorni, la stessa area dove – nello stesso periodo – è nato Jacob Hashimoto. Ci sono i fragili equilibri e le tensioni fisiche di Luca Pozzi e la critica di Igor Eskinja: assurda la banalizzazione di Europa dell’Est, concetto vaghissimo che mescola Baltico e Balcani, frullando in un unico preconcetto scuole, poetiche e sensibilità tra loro più che distanti.
Così l’Experiment 2 di The Immigrants, subito rinfrancato dall’episodio tre della saga, con i lavori (tra gli altri) di Luis Molina-Pantin portati nella puntata londinese di Pinta; ora si aspetta la puntata numero quattro, che potrebbe essere ospitata da uno degli spazi stranieri che, in occasione della kermesse lagunare, ha adocchiato con interesse il progetto. Eppure i conti non tornano: due, tre, quattro… che fine ha fatto l’Experiment 1? Ci siamo persi qualcosa? Sì e no. Tutto, in qualche modo è cominciato, chissà come e chissà quando; chissà se e dove spunterà fuori documentazione di quel primo sussulto. Magari da ricercare dalle parti di Caracas. In una fotografia…

Francesco Sala

http://www.federicoluger.com/the-immigrants.html

CONDIVIDI
Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.