“La pizza, mangiala!”. Intervista con Gianni Berengo Gardin (II)

Seconda parte dell’incontro con Gianni Berengo Gardin. Una intervista realizzata in occasione della mostra a Palazzo Reale a Milano. La prima parte e la recensione della rassegna la trovate sempre su Artribune.

Gianni Berengo Gardin - photo by Ferdinando Scianna

Vedo che ha sempre con sé la macchina fotografica…
Sì, giro sempre con la macchina fotografica, magari seminascosta per paura che me la rubino. E oggi che tutti hanno la macchina fotografica, mi secca essere preso per turista, allora la mimetizzo e la tiro fuori solo al momento del bisogno.

Lei ha scattato circa un milione e mezzo di fotografie, ma quanto di quello che vede è fotografabile?
Anche Ferdinando Scianna fotografa molto… Io direi che quasi tutto di quel che si vede è fotografabile. Dipende dal tipo di lavoro: Gabriele Basilico vedeva qualcosa e magari tornava a fotografarlo in un secondo momento, perché la sua era una foto più pensata. Alcune mie foto sono pensate, ma per altre all’improvviso ti trovi davanti una situazione eccezionale per cui scatti, e basta.

Bisogna anche essere fortunati…
Sì, anche noi cerchiamo un po’ il “colpo di culo”, che è molto importante nella fotografia di reportage. Io dico sempre che non sono un creativo. Se fotografo uno che si mette le dita nel naso, è lui il creativo, mica io… Io cerco solo di documentare fedelmente, anche se non ci si riesce quasi mai, perché si finisce sempre per tirare l’acqua al proprio mulino.

Sembra che sia più importante farsi trovare dalla fotografia piuttosto che cercarla.
Bisogna essere sempre pronti. È vero quello che dici: si deve girare molto. Come dice Scianna, “le fotografie si fanno con i piedi”: ciò che è importante per un fotografo è essere curioso.

Gianni Berengo Gardin - photo Michela Deponti
Gianni Berengo Gardin – photo Michela Deponti

Dicono che lei ha delle regole molto precise per fotografare. È vero?
Forse ho delle regole precise, ma non me ne accorgo. Vero è che rispetto dei canoni che non sono più rispettati, perché oggi si fotografa un po’ a caso, senza cercare che il contenuto si inserisca in una composizione.

Da cosa dipende questa sciatteria nel fotografare?
Molto dipende dalla fotografia digitale, che ha cambiato la mentalità del fotografo: si può fotografare a caso perché tanto poi si può eliminare la foto o ritoccarla con Photoshop. Io abolirei per legge Photoshop, se non in ambito pubblicitario. Nel documentare le cose, se si altera la realtà, taroccando la fotografia, si crea un’immagine, un disegno – e va benissimo – ma va dichiarato: è un’altra cosa. Pensa che in America stanno anche cercando un sistema che differenzi per legge la foto “vera” da quella ritoccata.

Ma davvero il digitale influenza anche chi, come i fotografi professionisti, ha sempre avuto a disposizione molta pellicola, senza doversi porre più di tanto il problema di sprecare degli scatti?
Io sono comunque stato abituato agli inizi con le macchine 6×6, che avevano solo 12 scatti, quindi anche psicologicamente ci dovevi pensare prima di fare una foto. Invece, adesso, pensi meno. Qualche tempo fa c’era una pubblicità che diceva: “Non pensare, scatta!”. Io ai miei studenti dico sempre: “Prima pensa, poi, semmai, scatta”. Oggi, invece, si scatta compulsivamente, specialmente i turisti. A Venezia, poi, si vedono cose assurde: ultimamente ho visto gente che fotografava le pizze, ma neanche l’ambiente col pizzaiolo, la farina, eccetera… proprio la pizza! La pizza mangiala, non fotografarla! Foto sceme, che non valgono nemmeno come documento da portare a casa, tanto che poi non le stampi…

L’importanza della pellicola è anche legata alla possibilità di conservazione?
Per me la pellicola è come un dogma per i credenti: ci credo all’infinito, anche perché, appunto lavorando in una prospettiva di documentazione, di archivio, ci si deve anche porre il problema del supporto elettronico che in breve tempo viene sostituito, cosicché le foto vanno perse.

Gianni Berengo Gardin - photo Colombo Dapolito
Gianni Berengo Gardin – photo Colombo Dapolito

A proposito di modifiche alla pellicola, cosa ne pensa dei tagli?
Qui il discorso è diverso: anche Cartier-Bresson diceva che le sue fotografie non dovevano essere tagliate, ma perché le aveva già tagliate lui… Voleva solo che fosse rispettata la fotografia per come usciva dal suo studio. Io lo trovo giustissimo: un fotografo può tagliare la foto come vuole. Anche se oggi, con le necessità di impaginazione, nessuno rispetta più i tagli tracciati dal fotografo.

Cosa la porta, invece, a scattare quasi sempre in bianco e nero?
Soggettivamente io sono nato con tv, cinema e libri dei miei maestri in bianco e nero. Fin da piccolo ho succhiato latte in bianco e nero, ma poi oggettivamente penso che sia graficamente più coerente e racconti meglio ciò che io mi propongo di fare: il colore distrae sempre. Un forte rosso oscura tutto il resto, mentre il bianco e nero mantiene l’equilibrio compositivo. Il colore serve per i libri botanici sui garofani, ma io non ne faccio, quindi non ne sento la necessità.

L’ultima foto che ha fatto?
L’ultima foto che ho scattato è in digitale, perché la Leica mi ha dato una macchina eccezionale, la Monochrom, da provare e io, essendo un fedele della Leica, non potevo dire di no. Andando in giro a provarla ho fatto una foto abbastanza interessante, qui a Milano, a due che amoreggiano mentre una signora passa con il cane. Ma l’ho fatta solo per provare, perché con il digitale non ho un buon rapporto, come con il computer: non sono buono neanche a scrivere una lettera. Ma io non capisco neanche la gente che passa le ore su Facebook: lo trovo tanto superficiale, inutile e vanesio che non ci spreco nemmeno un minuto.

Giulio Dalvit

Milano // fino all’8 settembre 2013
Gianni Berengo Gardin – Storie di un fotografo
a cura di Denis Curti
PALAZZO REALE
Piazza Duomo 12
02 88465230 
www.mostraberengogardin.it

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Giulio Dalvit
Nato nel 1991 a Milano, ha studiato Lettere e si è laureato in Storia dell’arte moderna alla Statale di Milano. Ha collaborato anche con alcuni artisti alla realizzazione di mostre milanesi tra Palazzo Reale, il Museo del 900 e Palazzo Ducale a Genova. Ha scritto per Flash Art e, ora, Artribune. Sempre in sospeso tra l’antico e il contemporaneo, studia al Courtauld Institute a Londra, dove attualmente vive.