Europa e politica culturale

Ci lamentiamo del fatto che l’Italia non è capace di mettere a punto politiche culturali efficaci, e che questo valga anche, a volte soprattutto, con riferimento alla promozione della cultura italiana all’estero. Ma un problema simile esiste per l’Europa nel suo complesso.

L'EUNIC a Washington

Le principali nazioni europee possiedono una rete di promozione e diplomazia culturale. Queste reti agiscono sulla base di una visione strategica precisa e il paragone con la nostra rete di Istituti Italiani di Cultura è quasi sempre impietoso. Ma un effetto paradossale del livello e della qualità di queste reti è proprio la difficoltà di mettere in piedi strutture analoghe capaci di rappresentare l’Europa, per quanto un ruolo importante venga ricoperto da Eunic, la rete degli istituti nazionali di cultura europei.
Questa lacuna produce un danno importante per l’Europa: in molti Paesi emergenti extra-europei, il modello culturale americano tende a essere accettato con difficoltà, se non esplicitamente rifiutato. Vi è in genere una forte spinta all’elaborazione di un modello culturale proprio, che può essere coltivato come forma più o meno sofisticata ed esplicita di “ingegneria culturale” secondo la logica del soft power. In questo sforzo di mettere la propria nazione sulla mappa del sistema globale di produzione culturale, i Paesi con meno esperienza nel campo tendono a cercarsi dei referenti.

Botto&Bruno all'Istituto Italiano di cultura di Madrid
Botto&Bruno all’Istituto Italiano di cultura di Madrid

L’Europa avrebbe un potenziale eccezionale da sfruttare, che produrrebbe conseguenze importanti non soltanto sul piano culturale, ma anche su quello della cooperazione economica e sociale. Ma, allo stato attuale delle cose, la speranza di assistere alla nascita di una vera politica culturale “estera” dell’Europa è destinata a rimanere un pio desiderio. E così la maggior parte dei sistemi culturali dei Paesi emergenti finirà per muoversi autonomamente o inserirsi in altri network.
Sarebbe quindi il momento di dotarsi almeno di una rete nazionale di diplomazia culturale all’altezza di quelle degli altri Paesi europei. Servirebbe alla crescita, a dare spazio a quelle generazioni che a parole si intendono sostenere e promuovere. E semmai si arrivasse un giorno a una rete comune, servirebbe ad avere un peso adeguato alla nostra rilevanza economica e culturale.

Pier Luigi Sacco
docente di economia della cultura – università iulm di milano

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #13/14

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Pier Luigi Sacco
Preside della Facoltà di Arti, Mercati e Patrimoni della Cultura e professore ordinario di economia della cultura presso l’Università IULM di Milano. Professore di imprese creative presso l’USI di Lugano. Direttore di candidatura per Siena 2019 Capitale Europea della Cultura. Scrive per il Sole 24 Ore, per Saturno, per Arttribune e per Flash Art. Presidente dell’Osservatorio regionale della Cultura della Regione Marche. Autore di più di cento articoli pubblicati su riviste internazionali e su volumi collettanei peer reviewed con i principali editori scientifici internazionali sui temi della teoria economica, della teoria dei giochi, dell'economia della cultura e delle industrie culturali, del cultural welfare. Referee per varie riviste internazionali. Keynote speaker in convegni e simposi internazionali sui temi dello sviluppo a base culturale e delle industrie culturali e creative. Consulente di istituzioni e aziende a livello internazionale sui temi delle politiche culturali e delle industrie creative. Ha pubblicato di recente, con Christian Caliandro, il libro”Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino, Bologna), che è stato recensito e presentato presso molte delle principali testate giornalistiche e radio-televisive italiane.
  • Molto condivisibile. Come associazione culturale abbiamo attivato progetti proprio con gli Istituti Italiani di Cultura (Lubiana e Zagabria). Poi abbiamo stoppato tutto perchè ci hanno tolto i contributi, nemmeno ammessi alla valutazione cioè. Così segnaliamo anche un altro errore UE, prontamente ripetuto in terra indigena -dove appunto abbiamo subito l’esclusione a priori- ovvero la necessità di avere un “cash” del 50% pena la non ammissibilità. Il lavoro culturale prestato e prodotto come dono non conta niente. Non vale! Cosicchè i soggetti collettivi che si rifanno a forme di volontariato culturale vengono discriminati ed esclusi a priori non perseguendo aspetti numerari nè di lucro. . Non è una gran novità o creatività. Dispiace che la valutazione progettuale non concepisca altri parametri… a proposito di cultura.
    augusto debernardi (Trieste)