Esiste un’arte italiana?

Mai come in questo particolare momento storico sarebbe utile e quindi auspicabile riprendere il dibattito sul sistema dell’arte in Italia (anche se, a dirla tutta, la parola ‘sistema’ non è che mi convinca molto, in quanto sembra escludere qualsiasi realtà al di fuori dello stesso). Qualche riflessione sorge, come dire, spontanea. Quelle che seguono ce le consegna Paola Di Giammaria, responsabile della Fototeca dei Musei Vaticani.

Maurizio Cattelan, Il Bel Paese, 1994
Maurizio Cattelan, Il Bel Paese, 1994

Proprio in questo momento storico in cui, per quanto riguarda l’arte contemporanea, l’apporto curatoriale diventa sempre più preponderante e i confini nazionali si rivelano sempre più inconsistenti e in cui il linguaggio dell’arte è diventato omnicomprensivo e fagocitante, mi pare necessario meditare sul valore identitario dell’arte.
È vero che la forza espressiva dell’arte supera ogni barriera, ma allo stesso tempo appare opportuno in un mondo sempre più globalizzato riscoprire una sorta di cemento culturale che identifichi la storia e la tradizione del nostro Paese. Anche per questa ragione nasceva nel 1895 la Biennale di Venezia a ridosso dell’appena raggiunta unità nazionale: per essere riconoscibili, per avere i propri contorni ben delineati e chiari. Il retaggio ottocentesco dei Padiglioni nazionali, seppure può sembrare oggi anacronistico e fuori moda, è una vera e propria ricchezza, nonché una risorsa, in quanto i padiglioni stessi si sono rivelati in molti casi una fucina di sperimentazione che va al di là di nazionalismi e campanilismi acritici. Riscoprire l’identità non significa infatti a tutti costi storicizzare. A questo sono deputati i musei. Occorre invece trovare contesti e ritrovare un senso di appartenenza che non ci limita ma ci distingue. Occorre tornare a riflettere su ciò che l’Italia da sempre rappresenta per il mondo intero in fatto di cultura, di arte, di storia, di tradizione. Qualcosa di unico. Ciò significa non tornare indietro, ma guardare avanti e tuffarsi nel mondo globalizzato a occhi aperti e consapevoli.

Filippo Tommaso Marinetti - Guido Guidi - 1916 - inchiostro su carta - coll. privata
Filippo Tommaso Marinetti – Guido Guidi – 1916 – inchiostro su carta – coll. privata

D’altronde, la storia dell’arte di questi ultimi due secoli parla per noi. Il problema non è nuovo. La necessità di riaprire la discussione nell’arte sulla questione identitaria riappare con il Futurismo ma con esiti totalmente opposti, vista la vocazione prettamente internazionalista del gruppo che pubblica il proprio Manifesto a Parigi, seppure con un’impronta fortemente nazionalistica, soprattutto nei confronti dell’arte francese. Dello stesso argomento ne discutono due grandi ideologi nella prima metà del secolo: Margherita Sarfatti, convinta sostenitrice di un linguaggio artistico che non perdesse di vista la forma classica, e Lionello Venturi, per il quale l’arte non ha frontiere, è figlia del proprio tempo ma è cittadina del mondo, linea quest’ultima che prevarrà nel secondo dopoguerra, per ragioni ovviamente più ideologiche che artistiche. Negli Anni Sessanta si continua a discutere dell’idea nazionale ma in un contesto completamente cambiato, del tutto concettuale e alle soglie della contestazione, che sfocerà nel testo di Germano Celant, fondatore dell’Arte Povera nel 1967, Per un’identità italiana, pubblicato nel 1981 come prefazione del libro Arte nell’Italia. Proprio negli Anni Ottanta la Transvaguardia di Achille Bonito Oliva con il suo ritorno alla pittura sembra opporsi alla linea di Celant, per cui un’arte che voglia dirsi italiana non può essere solo decorazione ma deve rivendicare la propria funzione destabilizzante e denunciataria.
Cosa sia successo dopo dell’identità artistica italiana non è chiaro. Nessuna delle due linee ha vinto. Anzi, si può dire che l’atteggiamento nei confronti della questione è piuttosto oscillante tra una posizione negativa rispetto all’identità nazionale e al tempo stesso una latente aspirazione, carica di spunti politici ed etici, a ricostruirla dal profondo. Dunque, sono pochi gli artisti che oggi si pronunciano esplicitamente in merito.

L'Italia in croce di Gaetano Pesce - Padiglione Italia - Biennale di Venezia 2011
L’Italia in croce di Gaetano Pesce – Padiglione Italia – Biennale di Venezia 2011

Mi vengono in mente due esempi. Il Bel Paese di Maurizio Cattelan, anno 1994, un tappeto che riproduce la forma tonda del formaggio omonimo che notoriamente reca l’immagine dell’Italia, dunque un’opera calpestabile, sotto la quale è la terra, il suolo italiano, la nazione. Uno sguardo ironico sulle sorti del nostro Paese e sul ruolo dell’arte. L’altra è L’Italia in croce di Gaetano Pesce, datata 2011, un’installazione forte, un’Italia scarnificata e messa in croce: si tratta di un invito a riflettere, a voltare pagina, a ripensare il passato senza atteggiamenti nostalgici ma prendendo esempio da un’Italia che realizzava e guadagnava in prestigio internazionale e quindi anche dal punto di vista economico. E anche l’arte, che da sempre tende a dare forma a desideri e modelli, che spesso è veicolo di suggestioni ideologiche e politiche, che suggerisce contenuti e spunti, può fare la sua parte.
Dunque, il discorso si apre ad altre interessanti domande, ormai sempre più inevitabili e fatali nel panorama artistico nazionale. Una fra tutte: è ancora possibile parlare di arte italiana o di artisti italiani? Solo tentando un approccio alla risposta di questa domanda ci si potrà interrogare anche sulle modalità per sostenere e rilanciare le nostre istanze, anche sul piano internazionale.

Paola Di Giammaria

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Paola Di Giammaria
Paola Di Giammaria, storica dell’arte romana, dopo la maturità linguistica ha conseguito la laurea in Lettere con indirizzo storico-artistico presso l’Università “La Sapienza” di Roma dove ha proseguito gli studi in storia dell’arte conseguendo il diploma della Specializzazione in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Dottorato di Ricerca in “Strumenti e Metodi per la Storia dell’Arte” con una tesi sui due scultori lombardi Valsoldo e Valsoldino, attivi a Roma tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento. Dal 2005 insegna a contratto nel trimestre autunnale presso la John Carroll University (Ohio, USA), sede di Roma, materia “Sixteenth Century Art in Rome” (Arte del Cinquecento a Roma). E’ cultore della materia presso la cattedra di “Storia dell’Arte Moderna” della prof.ssa Silvia Danesi Squarzina, Università “La Sapienza”, Facoltà di Lettere e Filosofia. Ha alle spalle diverse pubblicazioni che riflettono i suoi interessi orientati sull’arte a Roma nella seconda metà del Cinquecento, nella delicata fase di passaggio dal Manierismo alla Controriforma e poi al Barocco, quando l’influsso della cultura settentrionale esercita un notevole influsso. E’ appena uscito un suo contributo sull’attività romana dello scultore Valsoldo nel volume Scultura a Roma nella seconda metà del Cinquecento: protagonisti e problemi. Frequenti sono le incursioni nell’arte contemporanea, altra sua area di interesse. Ha curato mostre di artisti contemporanei, collaborando con gallerie d’arte romane e con la Fondazione Franz Ludwig Catel che supporta i giovani artisti. Recentemente ha curato il volume di Antonio Paolucci “Pensieri d’arte. Dentro e fuori i Musei Vaticani” (edito dalla LEV) che raccoglie tutti gli articoli scritti dal Direttore dei Musei Vaticani su “L’Osservatore Romano” dal 2008 al 2011. Lavora ai Musei Vaticani dall’aprile 2009: da giugno 2010 le è stata affidata la responsabilità della Fototeca dei Musei Vaticani.
  • Contemporary Icon by Matragrano http://slide.ly/view/e5bce63fe822f4aacf2079111d3db253

  • Helmut

    Meglio non saperlo.

  • ornella f

    di artisti e correnti artistiche ce ne sono,

    sarebbe meglio chiedersi se esiste una vera critica in italia !!
    o se esiste qualcuno che si prenda veramente cura facendo uno studio vero analitico sull’arte italiana oggi.

  • DSK

    >>>parafrasando Fiedler “l’arte non rappresenta il contenuto di un’epoca, dà un contenuto a un’epoca” direi: l’arte non rappresenta il contenuto di una nazione, dà un contenuto a una nazione

  • Riflessione molto ritardataria, rispetto questi articoli, apparsi su Flash Art, e rispetto l’azione di whitehouse:

    http://www.whlr.blogspot.it/2011/11/question-time-flash-art-italia-ottobre.html?m=1

    L’arte italiana è rappresentata dagli ultimi tre padiglioni Italia (2009, 2011, 2013). Fate prima a dire gli artisti o il curatore??? La risposta è il curatore. E quindi un grande caos da cui emerge solo il curatore, che è un non-artista che gioca da autore e regista. E quindi un vuoto…per poi mettere in copertina la solita foto di Cattelan…che è gli anni 90 ed è simbolicamente assente nei padiglioni Italia degli ultimi anni…

    • Cristiana Curti

      Forse è assente nel padiglione Italia, ma è presentissimo nella mostra curatoriale. Nelle scelte degli artisti, nell’impostazione della mostra e delle sue linee guida, nella scelta addirittura di alcune opere. Ci sono molti modi per far sentire il peso di un linguaggio artistico in un contesto indicativo come la Biennale. Che, fra l’altro, è ben internazionale.

  • Il problema dell’identità italiana va ben oltre l’ambito artistico: l’assenza di coesione sociale, lo smarrimento culturale, la penuria di riferimenti politici e il clima generale di cinismo e disillusione sono sotto gli occhi di tutti. La risposta italiana alla crisi è stata, come era prevedibile, individualistica: la natura sospettosa ed egoista del nostro popolo ha inibito ogni progettualità solidaristica. L’incapacità di collaborare, fare gruppo, lavorare insieme è particolarmente evidente nei percorsi di ricerca artistica, che seguono strade solitarie. Per questo motivo non si riesce a individuare, a partire dagli anni Novanta, una “scuola”, un “gruppo”, una “corrente” che possa reggere il confronto (in termini di notorietà e di incidenza sugli sviluppi della storia dell’arte) con la Transavanguardia o con l’Arte Povera. Questo non vuol dire che non si producano opere interessanti o che non si faccia ricerca: semplicemente manca la condivisione e prevalgono la contrapposizione, l’ansia di distinguersi, la chiusura, l’assenza di confronto (e talvolta anche le invidie, i rancori, la competizione più becera). Se l’arte italiana non è riconoscibile, non possiamo addossare le colpe né agli artisti, né alla critica, se prima non ci rendiamo conto che il principale ostacolo è di tipo culturale e comportamentale. Solo superando gli atteggiamenti egoistici e l’individualismo si può costruire un’identità condivisa.

  • Non esiste più un’arte italiana perché non esiste più una cultura italiana

    e non penso che valga solo per il nostro paese,

    basta vedere le opere degli artisti italiani della biennale, nessuna ha una sua forma italiana, parlano dell’italia, ma la struttura artistica è di formazione inglese, quella che oggi condiziona maggiormente il mercato.

    la tradizione italiana è stata negata in quanto non spendibile (secondo alcuni …) sul vasto sistema dell’arte italiana, ovviamente fa poi ridere vedere la ricerca di arte di paesi emergenti (che ovviamente non è la loro ma è quella in voga cucita con elementi folcloristici …)

  • Il problema, in Italia, come al solito sta nelle parrocchiette… Se vi va potete dare un’occhiata alla mia piccola vicenda… L’immagine in questione verrà esposta a New York in occasione della commemorazione dell’11 settembre.

    http://guidofabriziraccontibrevi.wordpress.com/mindset/

  • Cara Paola Di Giammaria,
    i primi a porsi il problema identitario furono i Macchiaioli e lo fecero in modo sbagliatissimo, rifacendo la predella quattrocentesca, la sezione aurea, ecc. cioè
    assumendo in modo puramente culturale la loro cultura d’appartenenza. Il primo a porsi il problema identitario in modo intelligente fu invece Medardo Rosso che finì per ritrovare d’istinto l’arte di Donatello. Rosso lo fece scavando in se stesso la propria autenticità, cioè la sua sensibilità espressiva più profonda. I futuristi non si posero realmente il problema identitario, volevano solo costruire in modo volontaristico l’immagine di un’Italia industriale e moderna respingendo con violenza l’immagine tradizionale del bel paese. Nel febbraio 1944, quando l’Italia era in sfacelo e si respirava ovunque la morte, Marinetti scrisse il Manifesto della Patriarte in cui non parlava più della modernità industriale, ma proprio del “bel paese” che fu la formula di Dante e di Petrarca. Si dice la bella Italia, come si dice la douce France e la caliente Spagna. La sezione Italia curata da Pietromarchi all’ultima Biennale mostra l’inspienza dei nostri giovani o meno giovani artisti contemporanei. Non si pongono minimamente il tema della propria identità, riflettendo alla loro visione del mondo, scimmiottano solo un certo linguaggio alla moda, cedono all’insopportabile e enfatica velleità di fare dell'”arte” (laddove gli artisti stranieri si esprimono e basta) e ci attaccano sopra il riferimento all’Italia come si fa con un francobollo. L’ultimo momento di grazia dell’identità italiana fu l’Arte Povera, ma non nel senso in cui se lo poneva Celant, con la retorica maggiosessantottesca, ma solo perché i poveristi hanno rifiutato più o meno coscientemente l’Italia della Fiat e dell’Arte programmata sostenuta da Olivetti e da Umberto Eco, ritrovando la sensibilità francescana del rispetto e dell’autosignificazione del materiale, cioè mettendosi in sintonia con una delle fibre più profonde della nostra sensibilità di italiani.
    Saluti Cordiali
    Giovanni Lista

    • Vivo negli USA; sono un artista nato in un paesino abruzzese. Ho studiato in Italia. I miei colleghi americani vedono nella mia arte, astratta, ma con tradizioni chiaramente italiane.

    • Angelov

      Scusi, ma vorrei intervenire per una piccola precisazione.
      Vedo citato Olivetti, e l’arte programmata…

      In quel periodo, definito come Miracolo Economico, venivano da tutto il mondo per visitare gli impianti della Olivetti; tra i molti, anche un ragazzo americano, dalla presenza molto sportiva e disinvolta, di nome Bill Gates, che trasse ispirazione dal contatto con l’azienda che in quel momento era all’apice nel mondo nella ricerca sui computers.
      Ricerca che venne abbandonata, anche per merito dell’allora direttore della Fiat, Valletta, che giudicò “obsoleto” tutto ciò che riguardava l’elettronica.

      Olivetti è stato un esempio ed un modello di eccellenza, (purtroppo non più ripreso), per chiunque non voglia vedere la società divisa in compartimenti stagni, dove Cultura, Lavoro, Industria, Organizzazione Sociale etc. siano prigioniere ognuna delle proprie specializzazioni.

  • Pingback: Zaha Hadid buys The Design Museum for an estimated £10 million(13-14 / 07 2013) | aaaaarte()

  • >>>ricco di spunti l’articolo di Paola Di Giammaria

    >>>è difficile dire quanto le opere di Cattelan e Pesce manifestino tematiche identitarie riconoscibili giacché sembrano attinenti all’immagine del Paese riproduzione di “confini” geografici riproposti in chiave di icona pop

    >>>ricordo qui che l’unicità della Biennale d’Arte va situata in contesto ancora più articolato in cui la vocazione prettamente internazionalista dell’istituzione veneziana trovava a farle da contrappeso la missione radicata alla funzione di volano di sviluppo nel territorio della Bevilacqua La Masa, anch’essa assolutamente originale (quanti altri spazi pubblici d’arte italiani presentano nel cda una rappresentanza sindacale?) – doppio binario come sappiamo quasi del tutto azzerato per favorire gli appetiti delle solite lobby. E non a caso anche in questa occasione, benché le reali motivazioni fossero chiaramente l’arrivismo della nomenclatura, nelle pretestuose motivazioni da loro addotte ricompare la retorica dei “confini” intesi non come contenitore di valori collettivi condivisi e punto di mediazione, ma ridotti a scatola da dover rompere con coraggio per superare la “marginalità”

  • Angelov

    Anni fa, leggendo un brave saggio dal titolo: “Introduzione alla Massoneria”, forse di Thomas Cleary (?), mi imbattei in un pensiero molto profondo: “Nonostante molti siano i sentieri, e diversi tra di loro, e le vie per scalare una montagna, tutti comunque si incontrano sulla cima”; ovviamente la montagna vista come simbolo.
    E così anche negli altri ambiti, come la cultura e l’arte; dove sarebbe da ritenersi che, anche se i mezzi e i linguaggi o le nazionalità siano diversi, la finalità è comune a tutti, nonostante l’apparente disomogeneità.
    E alla domanda, se “Esiste un’Arte Italiana?”, la mia risposta è: “Speriamo di no”.

    • Pneumatici michelin

      Quindi artisti cinesi (sia della campagna che
      delle cittá, indiani (sia del bihar che del kerala)
      sudafricani bianchi e neri, tibetani buddisti e atei,
      Spagnoli catalani compresi , italiani e anarchici
      livornesi, iirlandesi cattolici e protestanti,portoghesi ,
      birmani , thailandesi ed eschimesi ecc ecc
      Tutti tutti questi mirano alla vetta
      Dove dimora l’architetto dell’universo?
      Anche i satanisti californiani?:)

  • piero

    bravo angelov…

  • non credo esista un’arte italiana, l’arte non ha certo nazionalità. se poi ci riferiamo ad una corrente, ad una tradizione allora sì esiste un’arte italiana ma che ormai è morta, relegata ad un lontano passato
    ho avuto modo di visitare villa Panza in questi giorni e riesco solo in parte ad apprezzare queste nuove forme d’arte prevalentemente americane http://arkitalker.wordpress.com/ post sul mio blog se vi va di leggere

  • Io spero di Si

    che esista un’arte italiana, come di altre culture, perché se non esiste più la differenza, le storie, le tradizioni, vuol dire che esiste una sola cultura e questa sarà la fine della creatività…

    e infatti …

  • Si