Do The Harlem Shake

“Con il terrorista!”: con questo grido inizia uno dei fad più travolgenti degli ultimi mesi su YouTube. Il sound nasce dalla cultura hip hop ma si riduce a un minimalissimo jingle ossessivamente ripetuto. È il modello del ritmo base che chiunque può utilizzare.

Il Gangnam Style di Ai Weiwei

Il fenomeno Gangnam Style è stato cliccato da milioni di persone. Ma qui si inserisce una variante linguistica. Ai Weiwei utilizza Gangnam Style per far conoscere le proprie condizioni di sorvegliato politico. C’è molta gioia e libertà nel video di Ai Weiwei che, vestito con colori violenti, balla con energia l’elementare passo di danza, circondato da giovani artisti e belle ragazze, molto simile a un video di MTV. Ma in una sequenza è ammanettato.
La struttura dei video di Do the Harlem Shake è sempre uguale: un personaggio inizia a ballare, o piuttosto a dare segni di “diversità” rispetto al contesto o al gruppo in cui si colloca. I video sono ripresi in modo amatoriale e in ambienti casuali. Di colpo e con un taglio netto di montaggio, il danzatore solitario è in mezzo alle persone prima distaccate e occupate in attività quotidiane, che ora si agitano vestiti o svestiti nei modi più incongrui. Numerose le maschere, elementari e quasi parodistici i movimenti, l’atmosfera giocosa e infantile sembra negare il grido terroristico della techno.

Ma il carattere “virale” del video lo porta nel mondo e appaiono Do the Harlem Shake girati in Egitto, appaiono le maschere portate durante Occupy Wall Street, in un liceo tunisino il carattere giocoso prende coloriture polemiche, ragazze in pantaloni e maglietta ballano con i lunghi capelli sciolti e senza velo in una piazza. In un video di una certa qualità formale, un plotone di soldati è sull’attenti, ma il comportamento da tarantolato di uno di loro contagia presto tutti.
Era questa l’intenzione iniziale? Rappresentare un individuo che si ribella all’ordine e sparge il contagio? L’uso di “correnti” nello spazio web per convogliare contenuti alti, culturali e politici è una tradizione della Net Art. In questo momento la diffusione di YouTube è capace di veicolare contenitori di messaggi che hanno il vantaggio di sembrare innocui ma si rivelano complessi. Stiamo per assistere alla nascita di nuove forme di contestazione “soft”?

Lorenzo Taiuti
critico di arte e media
docente di architettura – università la sapienza di roma

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #13/14

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Lorenzo Taiuti
Lorenzo Taiuti ha insegnato corsi su Mass media e Arte e Media presso Academie e Università (Accademia di Belle Arti di Torino e Milano, e Facoltà di Architettura Roma). E’ esperto delle problematiche estetiche dei nuovi media. È autore di video, installazioni e website, collabora con musicisti sperimentali in produzioni audiovisive. Ha collaborato sui temi di arte e media con vari periodici, tra cui "Giornale dell’Arte", "Virus", "Alias"", "Terzocchio", "Linea d'Ombra", "Repubblica", “Juliet”, “Exibart”, “Artribune”, “Arte e Critica”, “Digimag”, “Noema”, “D’Ars”. Ha pubblicato i seguenti testi sulle tematiche dell’arte e i nuovi media: Arte e media. Avanguardia e comunicazione di massa (Costa & Nolan 1996), Corpi Sognanti. L’Arte nell’epoca delle tecnologie digitali (Feltrinelli 2001), Multimedia. L’Incrocio dei linguaggi comunicativi (Meltemi 2005), I linguaggi digitali (per la serie XXI secolo - Enciclopedia Treccani 2010).
  • Mi fanno più paura quei paesi così pericolosi da non dare adito all’ennesimo Ai Weiwei che si immola per i diritti umani, in atmosfere retrò da guerrà fredda o da stasi. Il vero pericolo sta dove l’Ai Weiwei di turno, facendo quello che fa, non da fastidio a nessuno e non può nulla.