Architettura nuda #4. Baukuh

Per il quarto appuntamento del ciclo “Architettura nuda” ospitiamo il gruppo Baukuh, che interpreta la nudità come essenzialità estrema, in definitiva un appello a resistere, astenendosi, allo scorrere del tempo e alle sue vanità contingenti. Un resistere che forse è il senso intimo dell’architettura classica.

Paul Rudolph, parcheggio multipiano in Temple Street, New Haven (1965-1963). Fotografia di Andrea Zanderigo

L’architettura nuda non è architettura scarnificata, non è lo scheletro dell’architettura. L’architettura che espone il suo scheletro non è un’architettura più onesta, semmai è solo più sfacciata, pretende di essere meno complessa. Per altro, ha senso cercare di applicare il termine onestà all’architettura? L’architettura include comunque la finzione, anche nella sua forma più scarnificata. Insistendo con il discorso metaforico, l’architettura, per essere completa, necessita di ogni sua parte, dallo scheletro all’epidermide, a una pletora di sistemi circolatori. A volte, può rinunciare a qualcuna delle sue parti. A volte, una qualche sua componente ne assorbe in sé un’altra. Forse l’architettura nuda è quella che rinuncia a qualcosa nell’aspirazione a essere oltre la contingenza, i. e. l’architettura classica.

Paul Rudolph, parcheggio multipiano in Temple Street, New Haven (1965-1963). Fotografia di Andrea Zanderigo
Paul Rudolph, parcheggio multipiano in Temple Street, New Haven (1965-1963). Fotografia di Andrea Zanderigo

Talvolta l’architettura coincide con il suo scheletro. Talvolta l’architettura non deve creare un clima artificiale o è sufficiente che ripari dalla pioggia. A volte non deve proteggere la dignità della vita che vi trova luogo da sguardi indiscreti o dalla bruttezza che la circonda. A volte l’architettura serve solo a moltiplicare lo spazio. In questi e altri casi, l’architettura può ridursi alla sua struttura. Non per questo, ci troviamo necessariamente di fronte ad un’architettura che elude la complessità, che si esaurisce nelle sue ragioni strutturali. Semplicemente la struttura si incarica di rappresentare la totalità dell’architettura, finanche la sua sproporzionata opulenza.

Baukuh, padiglione italiano per l’expo 2010, Shanghai (2008), esploso assonometrico
Baukuh, padiglione italiano per l’expo 2010, Shanghai (2008), esploso assonometrico

A volte la pelle è così sottile, quasi diafana, che la tensione sottostante affiora sulla sua superficie e le dà forma. Ciò non significa che la verità della struttura tenti di mostrarsi al mondo, come fosse rivestita di organza. La sua nudità semmai consiste nell’esibizione sfacciata della sua pelle in quanto tale. Dentro si mostrano i feticci di altre nudità, strutture che non portano più nulla, nemmeno loro stesse. Eppure nude, eppur tutte uguali nell’essere nude. Strutture di cui non rimane più nulle se non la pelle, superficie di contatto e definizione dello spazio. Pelle infeltrita dallo scorrere del tempo.

Baukuh, chiesa, Alesund (2009), sezione
Baukuh, chiesa, Alesund (2009), sezione

L’architettura monomaterica non è necessariamente un’architettura nuda, né essenziale. Pelle, ossa, cavità interne, il medesimo materiale può di volta in volta sostenere, delimitare, conformare, decorare. Nude forme, un tempo dettate dalla coincidenza di struttura e forma, sopravvivono immodificate alla moltiplicazione delle unità che la compongono. Decorazioni necessarie affiorano alla superficie nuda, più strutturali all’espressione architettonica della struttura stessa. Architettura che finge di essere massiva, in realtà fatta di vuoto, d’aria, come d’acqua il corpo umano.


Baukuh