Vicente Todolí all’Hangar Bicocca. Programmi e desideri

Come preannunciato, da ottobre 2013 ad aprile 2015 Vicente Todolí supervisionerà la programmazione artistica dell’Hangar Bicocca a Milano. In esclusiva per Artribune, l’ex direttore della Tate Modern svela i suoi nuovi piani come Artistic Advisor.

Vicente Todolí - photo Agostino Osio - Courtesy Fondazione HangarBicocca

Il programma delineato da Vicente Todolí prenderà avvio il 20 settembre con The Visitors, un’installazione di Ragnar Kjartansson costituita da nove proiezioni video che disegnano una grande performance musicale corale; il 31 ottobre si inaugura Islands, una grande retrospettiva di Dieter Roth che comprende le sue più importanti opere installative, dipinti, stampe, video e film realizzati – spesso con la collaborazione del figlio Bjorn – tra gli Anni Settanta e i Novanta. Il programma espositivo continua nel gennaio 2014 con una personale di Micol Assaël, che proporrà installazioni basate su dinamiche fisiche che coinvolgono lo spettatore in modo percettivo e mentale; nella primavera del 2014 è prevista la mostra personale di Cildo Meireles, iter che – anche grazie alla collaborazione con il Museo Reina Sofia di Madrid e il Serralves di Porto – presenta alcune installazioni fondamentali del suo percorso, tra cui A Traves e Babel.
Nel maggio del 2014, poi, HangarBicocca ospiterà la mostra antologica di Pedro Paiva e João Maria Gusmão, mentre a giugno è prevista la prima retrospettiva italiana di Joan Jonas, iniziatrice della pratica artistica della performance; a settembre si succederà la personale di Céline Condorelli, mentre a ottobre lo spazio ospita Juan Muñoz con un progetto che comprende le sue più importanti installazioni, tra cui Double Bind. Il 2015, infine, si aprirà con Damian Ortega, le cui opere e installazioni ambientali hanno trasformato l’idea tradizionale di scultura. Tutto il resto lo abbiamo chiesto a Todolí, in questa intervista e nel video che a breve sarà pubblicato da Artribune Television.

Qual è il motivo fondamentale per il quale hai accettato la carica di direttore dell’Hangar Bicocca e quale altro ruolo svolgerai in parallelo?
Ho accettato perché finalmente la posizione che mi si offriva come Art Advisor mi permetteva di avere un ruolo più artistico, collaborando con maggiore prossimità nei confronti degli artisti selezionati, e seguendo in prima persona il loro percorso allestitivo. Era il ruolo che cercavo. Come direttore, tanto al Museu Serralves quanto alla Tate Modern, sono sempre stato a capo di un team manager, all’interno del quale dovevo occuparmi di supervisionare diverse attività complementari agli spazi: da quelle educative a quelle amministrative. Qui all’Hangar, invece, sono più concentrato. Il mio programma prevedere una visione totale, a lungo termine, e, allo stesso tempo, puntuale, in continua progressione. Restano dunque assolutamente esclusi altri progetti o ruoli similari, da svolgere in parallelo.

HangarBicocca - photo Agostino Osio - Courtesy Fondazione HangarBicocca
HangarBicocca – photo Agostino Osio – Courtesy Fondazione HangarBicocca

Che cosa pensi e che cosa hai pensato degli spazi dell’Hangar la prima volta che li hai visitati? E com’è cambiata la tua opinione sulla loro particolarità nel tempo?
La prima volta che ho visto gli spazi tutto mi è parso cupo, misterioso. C’erano poche opere che parevano voler insistere nell’instaurare un dialogo con le torri di Kiefer. Nelle visite successive mi stupii della grande discontinuità tra eventi, programmazione e opere che questo spazio offriva, anche a causa della imprevedibilità nella destinazione dei budget. Poi, la grandezza degli spazi e il loro particolare senso del vuoto hanno continuato a impressionarmi, anche a distanza, offrendomi numerose possibilità di riflettere.
Prima ancora di accettare questo ruolo, avevo già in mente quattro progetti che avrei voluto realizzare. Non ho, infatti, dovuto meditare a lungo per scoprire quali mostre, inserite nella programmazione dell’Hangar, avrebbero potuto conferire una certa fluidità, una continuità e soprattutto una visione completa, a lungo termine; rappresentando un’opportunità culturale unica in Europa. Se è vero, infatti, che la mia collaborazione partirà ufficialmente il prossimo settembre, è anche vero che già da molti mesi ho cominciato a invitare gli artisti a visitare gli spazi, di modo da avere almeno un anno di preparazione, un anno di tempo per impostare ciascuna mostra.

Anche perché, in alcuni casi, le mostre verranno realizzate grazie alla collaborazione con diversi musei europei…
Anche se sarà possibile visitare ogni mostra solo e soltanto così come verrà esposta all’Hangar Biocca, e, dunque, solamente a Milano, diventando progetti realizzati per la prima volta, appositamente per questi spazi, ho intenzione di collaborare con diverse istituzioni museali europee. Per la mostra di Meireles, ad esempio, il Museo Reina Sofia di Madrird e il Museu Serralves di Porto presteranno due installazioni. Ma le due opere inserite all’Hangar diventeranno una nuova opportunità per acquisire un ulteriore significato all’interno di un percorso più ampio, che deve far comprendere fisicamente ai visitatori l’iter culturale, estetico e formale di ciascun artista; autori presentati, di volta in volta, in maniera museale.
Per Dieter Roth, invece, la lista di opere che avevo in mente di portare qui ha Milano è venuta a coincidere, inaspettatamente, in maniera totale con l’elenco stilato dal figlio Bjorn per un’altra istituzione di New York. Con il tempo, però, ci siamo accorti che saremmo addirittura riusciti a ricostruire qui a Milano lo Schimmelmuseum e le sue sculture in cioccolato, proponendo una collezione di lavori riproposti in un dialogo diacronico.

Quanto la caratteristica degli spazi dell’Hangar ha influenzato la scelta degli artisti con i quali lavorerai?
Anche la musica d’avanguardia e i nuovi suoni digitali rappresenteranno un collante, una grande opera performativa e interattiva d’eccezione che però, come in una ragnatela in cui ogni filo è interconnesso, verrà intersecata con diverse estremità all’interno della programmazione. Mi riferisco, ad esempio, all’installazione di Kjartansson, ma anche a diversi eventi che organizzeremo in questi mesi. Vero è che lo spazio centrale dell’Hangar e il Cubo, ora che sono stati separati come ambienti, a sé stanti rispetto alle torri di Kiefer, sembrano aver raggiunto maggiore uniformità. Ora diventa più semplice ricreare una visione d’insieme. È così infatti, a mio parere, che bisogna gestire l’immensità di questi spazi: con interezza, senza ricreare tanti piccoli spazi. Gli artisti devono potersi trovare a loro agio nel buio dell’Hangar, abitandolo e, viceversa, attivandolo. Ci deve essere uno scambio continuo tra le parti, senza sezioni o argini contenitivi.

Ragnar Kjartansson, The Visitors, 2012 - Sammlung Migros Museum für Gegenwartskunst - photo (Installation): Stefan Altenburger Photography, Zurich - © the artist
Ragnar Kjartansson, The Visitors, 2012 – Sammlung Migros Museum für Gegenwartskunst – photo (Installation): Stefan Altenburger Photography, Zurich – © the artist

Potresti svelarci una piccola sorpresa che caratterizzerà il programma degli artisti 2013/2014?
Con Kjartansson, ad esempio, abbiamo scoperto quasi per caso che il nonno dello stesso artista aveva supportato Dieter Roth, durante il suo viaggio in Islanda, non solo aiutandolo a sopravvivere ma dandogli un aiuto reale nella produzione delle opere. Questa è stata una vera, inaspettata sorpresa che si è venuta a svelare proprio durante l’organizzazione di due mostre apparentemente differenti e senza sovrapposizioni volute.

La selezione degli artisti che stai presentando ha un tema, un fil rouge?
Il solo “tema” che legherà questa programmazione, da Dieter Roth a Meireles, passando attraverso Condorelli e Muñoz (verrà installata una delle sue ultimissime opere, Double Bind, oltre 60 metri di lunghezza), sarà lo spazio dell’Hangar Bicocca. Io sono contro i temi, che a mio modo di vedere cercano sempre di comprimere troppo le singolarità, rappresentate in potenza da ciascun elemento e non dalle forzature create a posteriori. Spesso è innaturale assegnare un tema senza guardare a come ciascun artista veicola il proprio messaggio, al di là delle connotazioni imposte. Io credo che sia sempre lo spazio, alla fine, a decidere i propri artisti. L’Hangar, ad esempio, poco si presta alla pittura e alla fotografia, prediligendo, nel buio, installazioni, ambienti, proiezioni e rappresentazioni materiche. L’Hangar è uno spazio che non accetta le decorazioni e l’arte, a sua volta, deve emergere come risultato di una selezione, non come mero orpello. Vorrei cercare di creare un circuito calibrato dell’arte, caratterizzato da scelte che illustrino visioni di ampio respiro.

Qual è il budget che gestirai lungo il tuo mandato?
Come Artistic Advisor, fortunatamente, non dovrò occuparmi dei budget, anche se conosco molto bene i prezzi necessari a realizzare una mostra in Italia. Devo solo sottolineare che, per ciascun percorso, verrà realizzata una pubblicazione che verrà presentata successivamente a ogni inaugurazione, per lasciare il tempo all’impianto grafico di poter mostrare le immagini delle opere allestite all’Hangar. Cercherò infatti di rendere ogni evento, ogni iter formale, un momento in cui il corpo fa esperienza dell’arte, al di là delle rievocazioni digitali. Comunque, tornando alla tua domanda, preferisco professarmi totalmente against number. Se si bada troppo alle cifre si finisce per ammazzare la cultura.

Björn Roth / Oddur Roth / Einar Roth, Roth New York Bar, 2013 - Photo: Bjarni Grímsson - © Dieter Roth Estate - Courtesy Hauser &Wirth
Björn Roth / Oddur Roth / Einar Roth, Roth New York Bar, 2013 – Photo: Bjarni Grímsson – © Dieter Roth Estate – Courtesy Hauser &Wirth

Come Andrea Lissoni si interfaccerà con te e quale ruolo assumerà?
Con Andrea abbiamo già instaurato un rapporto di completa e aperta collaborazione. Devo dire che, fin da subito, abbiamo notato moltissime aree di interesse comune, dalla musica d’avanguardia al cinema. Delle nove mostre che abbiamo in programma, ne abbiamo condiviso assieme tutti i punti e le scelte ricadute sui singoli artisti. Anche se lui curerà interamente quattro progetti e a me resterà firmare gli altri cinque, saremo sempre in dialogo costante.

In Europa, a tuo parere, quali altri musei o istituzioni potranno diventare guida, modello per il nuovo corso dell’Hangar?
A causa delle caratteristiche uniche dello spazio, forse solo la Malmö Konsthall potrebbe essere equiparata, ma non credo che raggiunga, comunque sia, questi volumi. Purtroppo, o per fortuna, credo che si possa diventare pionieri importanti nel proporre un certo tipo di programmazione sul contemporaneo. Non solo per la città di Milano, alla quale manca un centro forte, rappresentativo per l’arte contemporanea, ma anche per l’Europa. Se è lecito essere ambiziosi.

Un augurio, un desiderio in merito a questo tuo nuovo, grande inizio all’Hangar.
Una volta nel 1996, quando ero a Valencia, dove addirittura avevo a disposizione gli spazi di un convento per portare avanti la mia agenda dedicata all’arte contemporanea, seppi che visitavano le mie mostre soprattutto giovani artisti. Dodici anni dopo, due di quegli stessi artisti vennero alla Tate e mi dissero che avevano deciso fino in fondo di diventare artisti dopo aver visto una delle mie mostre a Valencia. Io spero che le mostre qui all’Hangar rappresentino una motivazione, un indirizzamento, non solo per collezionisti, galleristi e professionisti del settore, ma anche per gli artisti. Vorrei che ogni progetto realizzato qui a Milano diventasse come la propagazione infinita di un’onda, causata dal lancio di un primo sasso.

Ginevra Bria

www.hangarbicocca.org

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.