Un futuro c’è stato. La Biennale secondo Laura Iamurri

Si è scritto molto sulla Biennale inaugurata qualche settimana fa, molte espressioni di plauso e consenso, e poche manifestazioni di segno contrario. Soprattutto, riflessioni e note a margine condotte con serietà e senza polemica, come da tempo non si vedeva. Fin qui tutto bene…

Album fotografico dalla collezione di Cindy Sherman - Selezione di fotografie e album trovati - Arsenale - Biennale di Venezia 2013 - photo Francesco Galli - courtesy la Biennale di Venezia

Il progetto di Massimiliano Gioni si presentava come seducente, ambizioso, serrato: un progetto forte che, nonostante il poco tempo a disposizione, si è tradotto in una mostra coerente, destinata – a giudicare da molti commenti letti e ascoltati – a lasciare un segno. Finalmente, verrebbe da dire, un’edizione della Biennale che suscita un interesse diffuso, e persino un sentimento di ammirazione, in Italia e all’estero.
In effetti, l’allestimento è impeccabile nel ritmo e nella leggibilità da ordinamento museale. Vagando nell’Arsenale mi chiedo se era proprio necessario cancellare l’unicità e il respiro delle Corderie con pannelli di cartongesso per dare forma al “museo temporaneo” evocato nella presentazione della mostra; ma riconosco che l’isolamento spaziale contribuisce alla chiarezza del percorso: tutto in ordine, pareti immacolate e non “sporcate” da didascalie verbose (confinate nei punti di passaggio, con inevitabile ressa nei giorni di affollamento), le tavole, gli oggetti, i lavori in mostra messi adeguatamente in risalto dalla loro stessa rarefazione sullo spazio bianco.
Ma appunto quali oggetti, opere, lavori? Una combinazione, secondo quanto era stato annunciato da Gioni, di “opere d’arte contemporanea, reperti storici, oggetti trovati e artefatti”, prodotti da “professionisti e dilettanti, outsider e insider”, verso i quali adottare – ça va sans dire – “un approccio antropologico allo studio delle immagini”. Il risultato è una Wunderkammer dilatata ed espansa, che trova un suo momento di concentrazione altissima nella sala allestita da Cindy Sherman, e che poi riprende il ritmo disteso e piacevole nella successione delle sale. Dove trovano posto estasi, visioni sciamaniche, tormenti vari provenienti da luoghi di internamento immaginari e reali (carceri, ospedali psichiatrici) secondo un disegno di esplorazione della conoscenza, di progressiva evanescenza dei margini, di espansione di quanto una volta si sarebbe definito il campo dell’arte contemporanea, con tutte le implicazioni del caso.
Dopo due mezze giornate tra Padiglione Centrale e Arsenale, esco frastornata da questo inventario di ossessioni private, di utopie maniacali, di isolamenti più o meno forzati; di conflitti interiori anche laceranti che lasciano accuratamente fuori gli attriti e gli antagonismi urticanti del mondo contemporaneo.

When Attitudes Become Form, Bern 1969-Venice 2013, Fondazione Prada, Ca’ Corner della Regina, Venezia
When Attitudes Become Form, Bern 1969-Venice 2013, Fondazione Prada, Ca’ Corner della Regina, Venezia

La metafora del Palazzo Enciclopedico, questo “sogno di una conoscenza universale e totalizzante [sic]”, continua a suscitarmi domande. Un’opera enciclopedica raccoglie e ordina una sintesi delle conoscenze umane; in generale, il suo fine è trasmettere i dati e le riflessioni più significative accumulate su un certo ambito del pensiero e dell’agire umano; per quanto utopisticamente aperta all’infinito procedere del sapere, deve presentarsi come completa (salvo “supplementi”: ma sono per l’appunto appendici, integrazioni, corpi aggiuntivi; o, nell’epoca delle enciclopedie digitali, che non è quella del Palazzo Enciclopedico di Auriti, di revisioni periodiche). È dunque, costitutivamente, un resoconto chiuso di ciò che è già stato, compiuto, repertoriato. Un’operazione interamente rivolta al passato, e in questo caso a un passato che rimonta all’inizio del XX secolo scartando i più ovvi beaten paths e addentrandosi in sentieri laterali, di direzione incerta. È la necessità di risalire il XX secolo per mettere in scena una storia alternativa, ovviamente non lineare e tutta da scrivere, che mi lascia perplessa; e la questione mi pare cruciale perché, se è ovvio che alla Biennale – almeno da quando si è abbandonata la consuetudine delle retrospettive – non si scrive di storia dell’arte, è indubbio che la contemporaneità agisce sempre sul nostro sguardo e sulla nostra scrittura della storia, aprendo nuove strade e ridefinendo margini e discorsi. Sarà interessante, nei prossimi tempi, vedere gli effetti di un percorso enciclopedico così definito sulla storia dell’arte.
Per il momento, lontano dai Giardini, la storia scritta da Harald Szeemann con le sue mostre continua a esercitare un richiamo potente. E ci si sottopone alle interminabili file fuori da Ca’ Corner della Regina e agli obblighi degli itinerari di visita per ritrovarsi travolti da un’energia che nemmeno l’artificio della copia in scala 1:1 riesce a contenere: rifatte, rimontate, evocate con il gesso per terra come cadaveri dopo un omicidio in strada, le opere e le installazioni messe in scena nel 1969 a Berna restituiscono un’atmosfera di quieta effervescenza, di scoperta e di invenzione, di sperimentazione continua, e saldamente ancorata nel presente quando non proiettata in avanti, in qualche futuro tutto da immaginare. Come diceva Lucio Fontana, “Un futuro c’è stato…”.

Laura Iamurri

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Laura Iamurri
Laura Iamurri è ricercatrice di storia dell'arte contemporanea all'Università Roma Tre. I suoi interessi di ricerca vertono sulle relazioni Italia-Francia nel periodo tra le due guerre (Lionello Venturi e la modernità dell'impressionismo, Quodlibet, Macerata 2011), sulla memoria della Shoah e dell’antifascismo negli anni centrali del secolo, e sulle reti di artisti, riviste, critici e gallerie negli anni ’60 e ’70 del XX secolo. Ha organizzato il convegno Taci anzi parla. Carla Lonzi e l’arte del femminismo (con M.L. Boccia, M. Fraire, M. Palazzesi, Roma 2010); ha pubblicato diversi saggi su Carla Lonzi, di cui ha curato la nuova edizione di Autoritratto (et al. edizioni, Milano 2010) e la raccolta degli Scritti sull’arte (con L. Conte e V. Martini, et al. edizioni, Milano 2012). Recentemente ha partecipato al gruppo di lavoro coordinato da Uliana Zanetti per Autoritratti. Iscrizioni del femminile nell'arte italiana (Bologna, mamBO).
  • Il ra make della mostra di Berna, anche solo nella parola re make, esprime bene la situazione di stallo. E quindi Gioni diventa anche lui una sorta di archeologo, una sorta di “giovane indiana jones”. Tutto normale, se non fosse che questa indole museografica rischia di essere un fallimento, ma anche una bella presa di coscienza. Forse una fase di passaggio dopo aver assimilato la saturazione post-2001. Ma continua ad esserci una strada subita, ma che non riesce ad essere individuata come presa di coscienza.

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’arte sui Generis)

      Così come gli impressionisti-avevano lanciato la parola d’ordine di abbandonare gli ateliers, le gallerie, le fiere d’arte ed altri eventi addomesticati (al servizio dei poteri forti dominanti).per operare nella vita all’aria aperta, allo stesso modo i curatori -imbalsamatori di feticci di oggi, dovrebbero avere il coraggio di uscire fuori dal Palazzo Enciclopedico e dai salotti mondani, per andare a vivere (in diretta) la vita dei cittadini: la disperazione di gruppi sociali, le ingiustizie, l’esclusione sociale e culturale.

      In breve per conoscere in profondità il malessere economico, esistenziale di tutte le realtà sociali.

      In parole diverse, portare l’arte fuori da questi padiglioni chiusi, asfittici, addomesticati al potere dominante, per scandagliare il pensiero dell’artista a confrontarsi in profondità con la vita tangibile del sincolo e dell’intera comunità.

  • sergio

    Ma Gioni che c’entra con il remake della mostra di Berna? E’ a cura di Germano Celant e quindi…

    • Fausto

      Perchè c’è differenza tra questi due curatori-imbalsamatori di arte addomesticata?

      • sergio

        non è che puoi partire da Celant e finire su Gioni in un “quindi”. Ed alla fine anche il primo commentatore appartiende alla stessa schiera

  • ida

    Cara Laura concordo completamente con le tue riflessioni. Sono perfette.
    Ho trovato interessante questa Biennale, nel suo complesso. Anche se non mi è piaciuto il Padiglione Italia. Ancora una volta troppo vecchio.
    Questa Biennale ha, però, messo in luce opere innovative proposte da diversi Padiglioni. Opere affascinanti, forse sorprendenti.
    Parlerei con entusiasmo di opere nuove. Come il coinvolgente Padiglione Corea. Un ambiente asettico, lontano dal mondo. Forse alla prima impressione freddo e distante, ma capace di trasmettere emozioni profonde da assaporare, da ascoltare, emozioni che componevano nel pensiero visioni di altri mondi sconosciuti. Forse la visione di un’ascesa verso alti strati, quasi per salire verso il cielo. Suoni leggeri, respiri, avvolti da luci opache iridate, proiettate su pareti opaline.
    Inoltre fammi dire che il Padiglione Cinese, sempre costruito con cura, ha presentato dei video affascinanti. Ai quali avrei dato un Premio.
    Video che hanno dimostrano una perfezione assoluta.