L’invisibile reso visibile. La Biennale secondo Letizia Ragaglia

La 55. Biennale d’Arte cambierà il mio modo di vedere le cose e penso che questo capiterà anche a molti visitatori. Una cosa non da poco. Ho trovato il Palazzo Enciclopedico una mostra coerente, mai banale, ma nemmeno noiosa, perché anche le ripetute ossessioni dispiegate nelle due sedi costituiscono delle affascinanti avventure immaginarie.

Biennale di Venezia - Arsenale - Rosemarie Trockel

Di questa Biennale ho apprezzato il tentativo (secondo me molto riuscito) di voler riportare l’arte contemporanea nell’avventura esistenziale, di “non consegnarla alla dimensione dell’intrattenimento, lasciarla preda del mercato, ridurla alla tautologia del capolavoro”, come scrive Massimiliano Gioni nell’introduzione al catalogo. Questo non vuol dire che sia una Biennale fuori dal mondo: è visionaria, ma con i piedi per terra, con il giusto equilibrio tra outsider e insider.
Il fatto è che gli outsider, i cosiddetti dilettanti con le loro ossessioni, ci danno modo di riposizionare anche la creatività di artisti affermati: penso per esempio a Rosemarie Trockel, il cui lavoro è stato scelto da Cindy Sherman nella propria sezione. L’opera di Rosemarie è internazionalmente acclamata, ha indubbiamente un suo mercato, ma proprio in virtù della sua posizione Rosemarie può permettersi di rinnovare incessantemente il suo gusto per il surreale, la sua visionarietà, includendo nel proprio lavoro un artista “dilettante” e marginale come James Castle.
L’anno scorso ho avuto modo di lavorare con un altro artista visionario come Pawel Althamer: il ritratto corale installato all’Arsenale, emblematico del suo modo di lavorare collettivo e della sua estrema fiducia in un potere “magico” dell’arte, riceve linfa da tante altre posizioni, a me per lo più sconosciute, che però trasudano una vera e propria fede nel potere carismatico di oggetti e situazioni, al di là della loro funzionalità quotidiana. Penso in particolare ai dipinti tantrici di autori anonimi, alle bandiere vudù haitiane, che hanno una loro ragione d’essere nel percorso della mostra, così come al vigore espressivo delle opere grafiche del sudest asiatico e dalla Melanesia della collezione Hugo Bernatzik.

Biennale di Venezia - Arsenale - Rossella Biscotti
Biennale di Venezia – Arsenale – Rossella Biscotti

Attraversando l’Arsenale ho sentito qualcuno obiettare che la Biennale dovrebbe essere più radicata nel 2013: secondo me non è solo radicata nel presente, ma è una visione forte e significativa per il futuro. Come credo che il lavoro di Althamer riceva ancora più forza da posizioni storiche o “autodidatte” dispiegate in maniera calibrata lungo il percorso di mostra, così penso che anche altri giovani artisti già internazionalmente noti e assolutamente radicati nel 2013 abbiano un’affinità elettiva con le opere create in occasione di rituali o nell’ambito di percorsi ossessivamente individuali rimasti lontani dal sistema “ufficiale” dell’arte.
Mi riferisco, per esempio, al video “primitivo” e fantascientifico di Neïl Beloufa e al meritato Leone d’Argento di Camille Henrot, così come al tentativo di Rossella Biscotti di dar voce ai sogni di alcune donne recluse in un penitenziario. Sono stata davvero felice di trovare una selezione di sculture dell’altoatesino recentemente scomparso Walter Pichler quasi in apertura di percorso al Palazzo delle Esposizioni, condividendo la scelta di questo artista come emblematica di molti, che hanno operato lontano dall’attenzione della cronaca e creato meravigliosi microcosmi, che al contempo consistono in peculiari visioni del mondo.

Biennale di Venezia - Arsenale - Hans Josephsohn
Biennale di Venezia – Arsenale – Hans Josephsohn

Ho molto apprezzato infine l’inserimento di una scultrice come Phyllida Barlow e di aver potuto scoprire, grazie alla mostra, le creazioni in ottone di Hans Josephsohn così come i lavori eclettici di Jessica Jackson Hutchins: sono rimasta irretita nella carica energetica delle loro sculture, che mi rimandano a una frase di Rosemarie Trockel, citata anche nella scheda della sua opera, ovvero di pensare all’opera come “all’invisibile reso visibile”.
Ecco, di questa Biennale tanto ricca di stimoli, ho forse più di tutto apprezzato l’idea di ripensare l’immagine non come qualcosa che ci colpisce dall’esterno, ma come qualcosa che viene ricreato da noi sia consapevolmente che inconsciamente.

Letizia Ragaglia

  • E’ vero, anch’io ho apprezzato questa idea che le immagini siano “dentro di noi”, però devo dire che da Gioni, che sappiamo essere anche l’alter ego di Cattelan, mi aspettavo anche qualche guizzo in più, qualche episodio inaspettato, che in questo allestimento da museo non mi è arrivato. E soprattutto mi aspettavo anche delle risposte, o almeno delle suggestioni di risposte su dove sta andando l’arte oggi. Invece l’unico messaggio che ho avuto è quello che forse la Biennale, in quanto mostra come tutte le altre, non ha più senso di esistere in questa modalità. Forse davvero nel 2015 ci diremo tutti che la Biennale di Gioni era migliore, ma oggi (vedendo il meraviglioso intervento di Cindy Sherman) mi viene da pensare che siamo pronti per avere un’artista a dirigere la prossima. Con l’apostrofo, naturalmente.

  • Gioni ha presentato al meglio, con tanto di immancabile citazione per il titolo, una tendenza ormai molto consolidata. Ovviamente per non presentare un’archeologia troppo spinta, ha messo vicino al libro di Jung, il disegno del ragazzo autistico, il giovane indiana jones e qualche opere più fresca (Sehgal e Henrot). Dopo il 2001 c’è l’elaborazione di una saturazione, e ora si tenta di rifare il giro. E invece ci sarebbe ancora una via alternativa, oltre alla pittura ovviamente.

    Per potermi spiegare meglio suggerisco il secondo post di whitehouse sulla biennale e “ship for two japanese” nel primo post del blog.

  • Aggiungo, qualcuno ha il coraggio di parlare del progetto di Rossella Biscotti? Grazie

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  • Angelov

    Rossella Biscotti ha eseguito un’opera che si riallaccia al filone dell’arte minimalista di Nonas, Andre’, Shapiro, Judd etc

    Si tratta di lavori-istallazioni che dialogano con lo Spazio, per il quale in particolare sono stati realizzati, e che devono essere sperimentati e vissuti dallo spettatore, più che raccontati.

    Si tratta di esperienze di percezione molto individuali, poiché questi artisti rientrano nella categoria di quelli che non vanno in cerca del pubblico, ma piuttosto il contrario; e se alcuni di loro sono diventati famosi, lo sono solo in funzione delle scelte e dei tempi non sospetti in cui hanno incominciato a produrre queste particolari opere, che il tempo ha poi riconosciuto come seminali.

    Sono stati sostenuti inizialmente da altri artisti, e per mezzo del loro riconoscimento, la critica, in un secondo tempo, si è poi interessata a loro.

    Questa arte non parla alle masse, ma a ciascun individuo, preso singolarmente, di cui le masse sono composte.