La storia rivista da Rachel Libeskind

Il nuovo progetto espositivo romano Alludo Room inaugura il suo ciclo di mostre con “Rich, White Men”. Una personale di Rachel Libeskind, figlia del celeberrimo architetto Daniel. Con oli su carta allestiti fino al 28 giugno.

Rachel Libeskind, Ronald Reagan visiting Chernobyl, 2012 - Courtesy Alludo Room, Roma 2013

Figlia del grande architetto Daniel, Rachel Libeskind (Milano, 1989; vive a New York) espone a Roma cinque dipinti a olio su carta nei quali affronta, attraverso accostamenti bizzarri e incursioni in epoche storiche diverse, i paradossi della società contemporanea. L’abbiamo incontrata insieme alle curatrici della mostra – Mariachiara Di Trapani e Ludovica Rossi Purini – alla viglia dell’inaugurazione della mostra presso Alludo Room.

Mariachiara Di Trapani e Ludovica Rossi Purini, come nasce Alludo Room? Qual è la sua vocazione?
Alludo Room nasce dalla volontà di mostrare e seguire percorsi di giovani artisti emergenti nel panorama dell’arte contemporanea, con la prospettiva di creare un dialogo espositivo con i maestri.  La curatela si propone di alternare mostre personali a collettive su temi che continuano ad avere un’urgenza sociale collettiva, con la volontà di accostare il lavoro “storicizzato” dei maestri – dell’arte figurativa così come della fotografia – con gli artisti più giovani. L’obiettivo di questo confronto tra linguaggi artistici lontani nel tempo è stimolare una riflessione su evoluzioni e similitudini, mostrando differenze e continuità nell’esigenza di confrontarsi e interpretare le stesse tematiche.

Cristiana Falcone Sorrell e Rachel Libeskind
Cristiana Falcone Sorrell e Rachel Libeskind

Come s’inserisce la poetica di Rachel Libeskind all’interno del ciclo di mostre che porterete avanti?
I valori espressi dalla sensibilità artistica di Rachel ben esprimono la nostra idea progettuale, poiché espressione di un momento di riflessione che supera e trascende la dimensione temporale già nella scelta del linguaggio. Infatti Rachel alterna, senza riserve e con sapienza, l’uso di tecniche e materiali del passato e del presente: performance, olio, collage, carta fotografica, plexiglas… Un lavoro che induce a meditare sul futuro e che intreccia con naturalezza e maturità la memoria di eventi storici e la recente attualità, attraverso l’uso di un’iconografia contemporanea che possiede un’eleganza della compositiva che richiama le tipologie umane ben descritte da Bosch e Brueghel. Credo che questo sia il ruolo dell’arte e dell’artista, senza esprimere alcun giudizio morale, il saper raccontare storie che hanno una continuità universale e senza tempo.

Rachel Libeskind, come dialogano i tuoi lavori con gli spazi di Alludo Room?
I cinque quadri nella mostra inaugurale di Alludo Room compongono un corpus di lavori che si adattano a un salone artistico privato, sia per quanto riguarda la dimensione e il medium usato, sia per il tema scelto. La maggior parte dei quadri che faccio sono molto grandi e realizzati con l’acrilico, mentre i lavori esposti da Alludo Room hanno una dimensione più intima (che dialoga bene con il contesto di uno spazio privato) e sono realizzati a olio su carta (un’altra qualità che li rende unici rispetto alla maggior parte dei miei lavori).
Questa è la mia prima mostra a Roma, la mia prima mostra in un salotto artistico e la prima in cui espongo lavori a olio. Il titolo della mostra, Rich, White Men, si riferisce ai vari temi affrontati e invita i visitatori a considerare la fine di una lunga era dominata da uomini bianchi e ricchi.

Rachel Libeskind, At the Counter (Burrito King), 2012 - Courtesy Alludo Room, Roma 2013
Rachel Libeskind, At the Counter (Burrito King), 2012 – Courtesy Alludo Room, Roma 2013

Chi è l’uomo nel dipinto At the Counter (Burrito King)?
È eccezionale il fatto che tante persone che hanno visto questo quadro mi abbiano fatto questa domanda. È un signor nessuno, un uomo americano senza faccia in un fast food sconosciuto, da qualche parte nel paesaggio desolato del consumismo americano. La sua semi-deificazione in questo dipinto porta le persone a credere che sia qualcuno che dovrebbero conoscere. Non è la prima volta che utilizzo un volto maschile anonimo in un dipinto e le persone credono che io stia rappresentando qualcuno di conosciuto. Non mi sorprende, utilizzo molte immagini familiari e iconiche nei miei collage. È uno strumento potente, specialmente nel momento in cui dà notorietà immediata a immagini sconosciute.

Che significato ha per te lavorare con un’iconografia storica? Sto parlando dei due dipinti Rhapsody of Heads (Stalin’s Family) e Rich White Men.            
La storia è sempre presente nei miei lavori. Lavorare con l’iconografia di temi e volti storici mi dà l’abilità di indirizzare la storia in un modo visualmente diretto. Comunico la mia intersezione con la storia attraverso l’appropriazione di icone storiche.

La cultura pop è molto presente nel tuo lavoro. Secondo te, quali sono i suoi simboli oggi?
Il cellulare, come mini computer. La nostra ossessione per i crolli delle celebrità, il party continuo di Lindsay Lohan fino al rehab, Kim Kardashian che sta ingrassando (è incinta), l’esaurimento mentale di Amanda Bynes su Twitter, i reality in tv (specialmente Real Housewives Franchise), la scimmia abbandonata di Justin Bieber.

Rachel Libeskind, Rich White Men, 2012 - Courtesy Alludo Room, Roma 2013
Rachel Libeskind, Rich White Men, 2012 – Courtesy Alludo Room, Roma 2013

Cosa ti ispira?
Gli aneddoti, le storie delle persone, i reality in tv, l’arte cristiana prerinascimentale, The Sexuality of Christ di Leo Steinberg, tutte cose che esercitano un fascino intellettuale su di me. Non sono interessata a fare un lavoro puramente estetico, ho bisogno che ci sia uno stimolo intellettuale.

Berlino e New York sono le tue due città. Come entrano nei tuoi lavori?
Dico spesso alle persone che tutto il mio lavoro è uno sforzo per sezionare e sbrogliare la mia complessa infanzia a Berlino. La mia infanzia lì è stata bellissima, ma fu segnata dall’oscurità di una consapevolezza precoce dell’Olocausto e di Berlino come seme geografico della Seconda guerra mondiale. Non avevo una comunità ebrea a Berlino, la mia famiglia non è religiosa, non siamo mai andati in una sinagoga… ma mi sono sempre identificata culturalmente come un’ebrea, come un’outsider.
Il trasferimento a New York fu uno shock culturale per me, non avevo mai visto così tanti ebrei vivere in un posto così liberamente. Entrambe le città sono case, per me. Berlino è il primo capitolo della mia vita, girato nel cemento e nei cieli grigi, e New York è il secondo, aperto e pieno di spazi di riflessione.

Che progetti hai per il futuro?
Sto sviluppando una grande installazione con performance itinerante in Polonia. Sto lavorando contemporaneamente ad alcuni dipinti e sviluppando nuove tecniche. Andrò ovunque mi porterà il mio lavoro.

Marta Veltri

Roma // fino al 28 giugno 2013
Rachel Libeskind – Rich, White Men
a cura di Ludovica Rossi Purini e Mariachiara Di Trapani
ALLUDO ROOM
Viale Mazzini 6
333 2591170
http://artsalonalludo.com/

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Marta Veltri
Marta Veltri (Cosenza, 1983) si è laureata in architettura a Roma con una tesi sull'allestimento museale delle Terme di Caracalla. Subito dopo ha fatto parte del team che ha dato alla luce UNIRE, progetto vincitore dell'ultimo YAP (Young Architects Programs) MAXXI, sempre a Roma. Ha collaborato con studi d'architettura italiani e stranieri, approfondendo il complesso rapporto tra architettura, design, arte e fotografia. Negli ultimi tempi si è avvicinata al mondo della comunicazione in ambito artistico e culturale. Dal 2012 scrive per Artribune.