Inchiesta. Gli Scavi Scaligeri e le mostre “chiavi in mano”

Quando un “Centro internazionale di fotografia”, sostenuto dal Comune di Verona e da una big agency come Magnum Photos, presenta una retrospettiva su un autore del Novecento, ci si aspetterebbe alta qualità. Ma le cose non vanno sempre come dovrebbero. Ecco il resoconto di una nostra visita agli Scavi Scaligeri.

René Burri, Che Guevara al Ministero dell’industria, L’Avana, Cuba, 1963 © René Burri - Magnum Photos

Il luogo è tra i più suggestivi e ricchi di potenzialità. A due passi dalla frequentatissima Piazza Erbe di Verona, ospitato all’interno di un sito archeologico che raccoglie antichità romane e medievali, nasce nel 1996 il Centro internazionale di fotografia Scavi Scaligeri. Negli anni ha ospitato retrospettive dedicate a grandi fotografi e movimenti (citiamo solo, tra gli ultimi, Henri Cartier-Bresson, Robert Capa e il Neorealismo in Italia 1932-1960). E noi abbiamo pensato di andare a vedere cosa offre per questa estate, mentre nella vicina Venezia impazza la 55. Biennale d’Arte. La proposta non è forse di altissimo profilo, ma stimola comunque una certa curiosità: René Burri (Zurigo, 1933; vive a Zurigo e Parigi), fotoreporter noto soprattutto per il (secondo) ritratto più famoso di Che Guevara, frequentatore degli studi di Picasso, Yves Klein e Giacometti, ma anche promotore di una ricerca formale autonoma, percepibile pure, e con particolare genuinità, nella sua fotografia “sul campo”.
La mostra si presenta come una Retrospettiva, e quindi ci si aspetterebbe se non altro un percorso esaustivo e aggiornato. Ma una prima nota stona subito all’ingresso. Superato l’impatto suggestivo della splendida ambientazione, letteralmente “immersa” tra gli scavi archeologici, s’iniziano a osservare le foto esposte. E, prescindendo dalla qualità degli scatti in sé, si resta un poco perplessi di fronte a stampe decisamente consumate, non di rado spiegazzate o con i bordi sbrecciati. Insomma, anche ignorando completamente la storia di questa mostra, non si può non costatare che è giusto un poco “vissuta”. Ma veniamo allora alla sua storia.

René Burri - Retrospettiva - veduta della mostra presso gli Scavi Scaligeri, Verona 2013
René Burri – Retrospettiva – veduta della mostra presso gli Scavi Scaligeri, Verona 2013

Su questo, almeno, il direttore del museo Gabriele Ren non fa misteri. La mostra fu inaugurata per la prima volta alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi nel 2004. Un decennio è passato. Lungo il quale ha girato attraverso 18 musei in tutto il mondo. E il direttore si affretta ad aggiungere: “Ma mai in Italia!”. Ora, sorvolando sul fatto che Ren avrebbe forse dovuto sapere che, nel 2005, questa stessa mostra era stata ospitata presso il Palazzo dell’Arengario a Milano, viene pure da chiedersi fino a che punto una retrospettiva vecchia di dieci anni (su un autore ancora vivente!) possa conservare una qualche attualità.
A risolvere la questione ci pensa il curatore Hans-Michael Koetzle, che porta con sé nella sede veronese, in esclusiva assoluta, le cartoline-collage che Burri “realizzava per trascorrere il tempo durante i lunghi spostamenti aerei e che gli spediva dalle più varie località del mondo”. Insomma, per farla breve, la mostra sembra un tipico esempio di “pacchetto chiavi in mano” che, previa una veloce spolverata e l’aggiunta di qualche curiosità posticcia, viene girata alla nuova sede di turno. Solo che qui la sede non è un circolo amatoriale di provincia, quanto piuttosto un “centro internazionale di fotografia” che risponde direttamente alla gestione del Comune di Verona.
Gabriele Ren (che è anche direttore dell’Area Cultura del Comune) mette però le mani avanti, ammettendo che la mostra è stata scelta anche in base a ragioni di economicità e a seguito di un “rapporto piuttosto fiduciario” che negli anni si è stabilito con l’agenzia fornitrice, la storica Magnum Photos. Sul costo complessivo dell’operazione non si sbottona, ma conferma che è all’incirca lo stesso (se non qualcosina in più…) rispetto alle precedenti mostre di Capa e Cartier-Bresson, e indica un break-even point sui 10mila visitatori.

René Burri, Parata dell’esercito, Alkantara, Egitto, 1974 © René Burri - Magnum Photos
René Burri, Parata dell’esercito, Alkantara, Egitto, 1974 © René Burri – Magnum Photos

Alla luce di questi fatti, sorge insomma il dubbio se alla piuttosto discutibile gestione del museo non si accompagni un circolo vizioso di interessi economici che, remando contro l’inevitabile svalutazione di un pacchetto-mostra, crea pericolose bolle di sapone, pronte a scoppiare nelle mani degli sventurati amministratori che le abbiano afferrate senza le dovute precauzioni. Si parla tanto di crisi e di mancanza di fondi, ma a volte è proprio un “giocar troppo facile” (difetto squisitamente italiano) ciò che ci precipita in una spirale di depressione sempre più irrecuperabile.
Andare più a fondo nella questione significa poi imbattersi nell’agenzia Magnum, nata nel 1947 come cooperativa di fotografi, volta a proteggere l’autonomia e i diritti dei propri soci, nell’indagare attraverso le immagini un mondo in continuo cambiamento. A una realtà che oggi vanta una copertura globale (con uffici editoriali a Londra, Parigi, New York e Tokyo) verrebbe da chiedere in che modo operazioni come questa di Verona rispondano ancora ai suoi principi originari. E soprattutto: fino a che punto tali manovre rappresentino un valore aggiunto, non tanto per un sistema culturale non proprio baldanzoso, ma anche per gli autori (ipoteticamente) promossi.

Simone Rebora

Verona // fino al 22 settembre 2013
René Burri – Retrospettiva
a cura di Hans-Michael Koetzle
CENTRO INTERNAZIONALE DI FOTOGRAFIA SCAVI SCALIGERI
Piazza Francesco Viviani
045 8007490
scaviscaligeri@comune.verona.it
www.comune.verona.it/scaviscaligeri

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Simone Rebora
Laureatosi in Ingegneria Elettronica dopo una gioventù di stenti, Simone capisce che non è questa la sua strada: lascia Torino e si dedica con passione allo studio della letteratura. Novello bohémien, s’iscrive così alla Facoltà di Lettere a Firenze, si lascia crescere i capelli, cambia guardaroba e conclude il suo percorso con una tesi sul Finnegans Wake e la teoria della complessità. Perplesso e stranito dal gravoso delirio filosofico, precipita nel limbo del mondo giornalistico, impiegato presso una piccola agenzia di stampa. È qui che inizia suo malgrado a occuparsi di arte, trovando spazio su riviste quali “Artribune” ed “Espoarte”, e scrivendo per l’inserto culturale del (defunto) “Nuovo Corriere di Firenze”. Attualmente vive a Verona, per un PhD in Scienze della Letteratura. Non vede l’ora di lasciarsi tutto ciò alle spalle.
  • Alf

    Molto bravo, era ora che si cominciasse a ragionare criticamente sulle programmazioni di facile consumo delle nostre città. Analoga operazione andrebbe fatte sul monopolio culturale (interessato) delle Fondazioni Bancarie.

  • Daniele De Luigi

    Condivido pienamente la polemica, assai garbata peraltro, dell’autore. Alcuni mesi fa contattai il Sig. Ren per una proposta di fotografia contemporanea internazionale ma, rispondendomi molto gentilmente (va detto, perché in Italia spesso non ti rispondono proprio) mi disse che la linea era quella di fare solo mostre che garantissero il rientro delle spese, a scapito della ricerca, come “strategia di sopravvivenza”. Ci sarebbe da aprire un capitolo sul senso di questa sopravvivenza: se si deve sopprimere preventivamente la ricerca, il nuovo, mostrare solo cose viste e riviste senza offrire stimoli di crescita intellettuale ai visitatori e ai cittadini, non stiamo più parlando di cultura, per cui, visto che ci si va in pari e di certo non si intascano dei gran quattrini, viene da chiedersi chi glielo fa fare. Certo l’atteggiamento opposto va poi sostenuto adeguatamente anche al di là dell’attività espositiva: tra il circolo vizioso e quello virtuoso non vedo molte vie di mezzo.

  • valentina

    Grazie Simone,
    finalmente qualcuno che parla chiaro e ci evita di essere presi in giro dopo magari avere fatto chilometri per andare a vedere una mostra.
    Io amo la fotografia e mi sposto volentieri se ne vale la pena. A verona non andrò. Invece sono stata a Siena a quella di McCurry, sapendo che era una tappa di quella di Genova che avevo visto. E ci sono tornata proprio perchè mi era piaciuta moltissimo. E ho trovato che l’installazione è stata quasi completamente rifatta. Una sorpresa piacevole.
    Adesso le chiedo. Ho visto che il Forte di Bard fa una mostra di Magnum che si chiama contact sheets, la presentano come una anteprima MONDIALE. E’ uscito un grande inserto sulla Stampa.
    Io ne ho vista una che sembra essere esattamente la stessa a Milano al centro Forma. Carina, una curiosità più che una grande mostra.
    ma negli articoli che ho letto invece sembra che quella di Bard sia una cosa nuova e fatta per la prima volta e anche i curatori sono diversi.
    Mi aiuta a capire? E’ un altra presa in giro?
    Fondiamo un tripadvisor delle mostre, così che tutti sappiano bene cosa aspettarsi?
    Grazie mille
    Valentina

    • Questo articolo vuole anche essere un appello a Magnum Photos. Se avranno la buona volontà di leggerlo e magari mandarci una replica, allora staremo a vedere!

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  • A estrangeira

    Grazie. Davvero. E’ ora che si cominci a parlarne. Adoro Verona e le sue potenzialità, ma purtroppo l’ufficio culturale troppo spesso ripiega su scelte facili, a discapito della qualità. Vi chiedo una cortesia: spingete di più. Criticate e punzecchiate di più. La città ha bisogno di risvegliarsi. Grazie