Il presente come autosabotaggio

Tutto va male, dalla società alla politica, dalla cultura all’economia. Ed è colpa della generazione che ci ha appena preceduti. È uno dei refrain più diffusi in Italia. Ma non lo è soltanto ora, succede da secoli. Prova ne sia quanto scriveva Francesco De Sanctis sul Seicento. E così il nostro Paese si continua a crogiolare nel sabotaggio di se stesso.

Gian Maria Tosatti, Tetralogia della polvere, 2012

Attraversare l’ultimo decennio è stato
come vivere in casa di genitori alcolizzati.

Nicola Lagioia

La continua, ossessiva insistenza sulla “peculiarità italiana”, sul nostro essere “unici” in tutto e per tutto, sempre e comunque diversi dagli altri (nella politica, nell’economia, nelle mutazioni sociali ma soprattutto in campo culturale) rappresenta forse, paradossalmente, l’ultima eredità del Rinascimento. Un’eredità pervertita e distorta, certo, ma pur sempre un’eredità.
Inoltre, uno dei nostri vizi più diffusi e pervicaci è quello di pensare, a ogni generazione, di essere i primi italiani a fronteggiare i problemi che abbiamo davanti, e che tutte le colpe ricadano sulla generazione precedente. Se ne era già accorto Francesco Arcangeli quando avvisava i suoi studenti ‘ribelli’ del 1970: “E certo voi giovani che contestate o che avete contestato siete subito pronti, ingenuamente e in genere senza malignità, a dar colpa di questo alla generazione che vi precede […]. Non riflettete però, perché non ne avete coscienza, che l’immobilismo culturale o certe negatività o certe forme autoritarie che riscontrate in noi hanno, se volete essere seri, delle ben più antiche radici, e sono la conseguenza, non la causa, d’una antica estraniazione della vita italiana rispetto ai grandi fatti del mondo moderno” [1].

Francesco De Sanctis
Francesco De Sanctis

Dunque i problemi, le criticità, i paradossi, le contraddizioni e le paralisi tutte speciali, tutte particolari, possono essere fatte risalire indietro, indietro, e indietro. Giusto a titolo di esempio, Francesco De Sanctis nella sua Storia della letteratura italiana (1870), riferendosi allo spirito del Seicento scriveva: “Ora ci è un mondo ipocrita e inquisitoriale, dove la vita religiosa e sociale fuori della coscienza è meccanizzata e immobilizzata in forme fisse e inviolabili. L’arte intisichisce, priva di un mondo libero intorno a sé” [2]. Del resto, è proprio tra secondo Cinquecento e Seicento che si avvia quel famoso “declino italiano”, tornato di gran moda negli ultimi anni e negli ultimi mesi. Anche qui, le radici affondano nei secoli, e non a Wall Street o negli Anni Settanta del Novecento. E ancora: “Questa è la vita morale, religiosa e nazionale italiana a quel tempo: un mondo tornato in moda, favorito dagl’interessi, mantenuto nelle sue apparenze, rimbombante nelle frasi, non sentito, non meditato, non ventilato e rinnovato, non contrastato e non difeso, non realtà e non idealità, cioè a dire non praticato nella vita, e non scopo o tendenza della vita. Il tarlo della società era l’ozio dello spirito, un’assoluta indifferenza sotto quelle forme abituali religiose ed etiche, le quali, appunto perché mere forme o apparenze, erano pompose e teatrali. La passività dello spirito, naturale conseguenza di una teocrazia autoritaria, sospettosa di ogni discussione, e di una vita interiore esaurita e paludata, teneva l’Italia estranea a tutto quel gran movimento d’idee e di cose da cui uscivano le giovani nazioni di Europa; e fin d’allora ella era tagliata fuori del mondo moderno, più simile a un museo che a società di uomini vivi” [3].

Aldo Moro (1978)
Aldo Moro (1978)

Nulla di familiare, in queste frasi? “Più simile a museo che a società di uomini vivi” è una descrizione perfetta anche per l’Italia degli ultimi decenni, e soprattutto di oggi: di “quel processo di autosabotaggio che è il presente italiano”, come scrive Giorgio Vasta [4]. Un museo tutto scorticato e rattoppato, in cui l’assurda e pericolosa condizione collettiva sembra essere quella del silenzio, della scomparsa, dell’eclisse: “Tacere, o meglio ammutolire, addestrarsi alla sparizione, sembra la colonna vertebrale delle generazioni tra i venti e i quarantacinque anni.”
(Auto)sabotaggio e sequestro sono le idee-chiave che catturano l’immaginario condiviso da almeno due o tre generazioni – perseguitandolo e ossessionandolo come fantasmi attitudinali – sotto la pelle luccicante dell’infantilizzazione coatta e della nostalgia per le cose inutili e di nessun valore: l’Italia dell’ultimo trentennio inaugura se stessa proprio con le due figure della costrizione in spazi claustrofobici, Aldo Moro (1978) e Alfredino (1981). Il loro impatto si riverbera lungo gli anni e i decenni, fino a informare di sé la nostra percezione dello spazio (italiano) e del tempo storico (italiano) in cui viviamo.

Christian Caliandro

[1] F. Arcangeli, Dal Romanticismo all’Informale. Lezioni Accademiche 1970-71, Minerva, Bologna 2005, p. 22.
[2] F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana [1870], Salani, Firenze 1965, pp. 509-510.
[3] Ivi, p. 514.
[4] G. Vasta, Le scritture che traboccano, in “minima&moralia”, 11 febbraio 2013, http://www.minimaetmoralia.it/wp/le-scritture-che-traboccano/.

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #12

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Questo testo è confluito in forma diversa nel libro “Italia Revolution” (Bompiani, collana Agone).

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Mi permetto di segnalare questo mio recente post nel quale, sulla scorta di alcune considerazioni di Carlo Tullio-Altan, ho tentato un’analisi delle più evidenti anomalie nel processo di costruzione dell’identità collettiva italiana:
    http://vincenzomerola.blogspot.it/2013/06/una-dissonante-polifonia-identitaria.html

  • Tutto può essere, ed è veramente difficile generalizzare. I giovani di oggi sono inevitabilmente i primi che possono godere dell’ammortizzatore sociale fornito dalla Nonni Genitori Foundation…ma la domanda è “che fare?” o meglio “come fare?”…su questo punto ogni considerazione, anche intelligente, si congela…ed è meglio mantenere la mediocrità generale come ombrello sotto cui tutti sono al sicuro….ed ecco che ognuno pensa solo a se stesso, ed è molto meglio l’avanzamento di uno straniero rispetto ad un connazionale….

    Come scrisse Ichino in un bel libro, il bene e il male dell’italia risiede nel concetto di famiglia, che genere sempre figli viziati e lamentosi, incapaci di collaborare fra loro e spesso mantenuti in ostaggio da nonni e genitori…

    Criticare e analizzare è fin troppo facile, bisogna passare al fare e al come fare.

    • christian caliandro

      Veramente un po’ prima di Ichino – nel 1958 – Edward C. Banfield aveva coniato ila nozione di “familismo amorale” (ne “Le basi morali di una società arretrata”), da allora in poi divenuta quasi proverbiale; per non parlare della frase leggendaria e fulminante di Leo Longanesi: “La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: ‘Ho famiglia’” (1945).
      Comunque.
      Meno male che ci sei tu che passi al fare e (soprattutto) al come fare – mentre tutti gli altri restano ‘congelati’.

      • manlio

        ma infatti
        il familismo c’era pure quando gli artisti italiani erano i migliori in circolazione

        @whitehouse, l’arte NON ha i tempi della televisione, del costume e della moda!

        periodi sottotono (anche più lunghi di 20-30 anni) sono sempre capitati nella storia dell’arte
        l’arte non ha i tempi delle collezioni prêt-à-porter

  • Egregi Christian Caliandro, Vicenzo Merola e whitehouse,
    ringrazio per l’articolo e i commenti, intento se ne parla e poi è a ognuno di noi trovare soluzioni che pian piano verranno comunicate sotto forme scritte e orali.
    Vivo nel mondo dell’arte italiano da due anni e indagando intorno a me nel mondo dell’arte veronese su cosa si fa e cosa si potrebbe fare insieme, per fare di Verona una città europea di arti contemporanee e design, mi sono sentita rispondere da più di trenta persone dell’ambiente: “ah ma sai (o sa) Verona è una città chiusa, è una città difficile, è difficile fare. Io ho provato ma poi, ormai, me ne sto fuori o faccio tutto da solo(a), ecc.” e Io , ancora piena di entusiasmo (l’ho trasformato in una missione alla mia eta :) ), rispondo: “bene, siccome sei o (è) l’ennesima persona a Verona che s’interessa di arti contemporanee e dici così, allora d’ora in poi, dici: “Verona è una città aperta, si può fare, mi posso mettere in relazione con altri per fare e fare di Verona, una città europea di arti contemporanee e design.” Cosi oltre a degli eventi già esistenti organizzati da associazioni locali, ci stiamo riunendo in questi giorni per unire le nostre azioni durante le due fiere ArtVerona (10-14/10) e Abitare il tempo (13-15/10) (che mi è sembrato capire dagli interessati, per il momento lavorano ognuno per conto suo senza condivisione di comunicazione) affinché pian piano Verona diventi un salotto europeo di arti contemporanee e design. Solo unendo le nostre forze (e non fuggendo all’estero) potremo valorizzare l’Italia al livello locale, regionale e nazionale, e fare evolvere le leggi (alcune obsolete), nel campo dell’arte.
    Arts and Design in Verona http://www.facebook.com/groups/arteaverona

  • TheStylist

    E i politici hanno trovato, su tutto ciò, terreno fertile su cui attecchire.

    • SAvino Marseglia (artista invisibile)

      Non solo i politici ! C’è anche l’attuale casta dell’arte e della cultura italiota che in questo declino sociale, politico e culturale, attecchisce più con lo stomaco che con la testa…Più del 90% degli italiani ha molte difficoltà a comprendere il linguaggio visivo, dell’informazione scritta e parlata…

  • Caro Christian, il mio commento non voleva essere polemico ma uno stimolo.

    L’arte può essere una grande opportunità per scardinare e rivitalizzare un struttura culturale che va ben oltre l’arte. O quanto meno per avere consapevolezza delle cose.

    Non bisogna dimenticare che l’arte ha molto a che fare con l’idea di religione. Se domani il Sacerdote Gioni organizza una mostra in un autogrill, questa diventa un ‘interessante sede della Biennale di Venezia. Tutti ci credono, e aumentano i “fedeli”. Cosa succede se lo fa il Sig. Rossi? Il mio “fare” esiste ma non sono toccato o battezzato, nè da San Maurizio nè da Don Gioni….

    La mia proposta è questa: proporre un progetto negli Autogrill italiani. Dove si ferma sempre tanta gente per i bisogni primari, ma anche tanti stranieri. Ci staresti Cristian? Parliamone.

    • christian caliandro

      Ti ho già detto più volte che per parlare a un certo punto bisogna vedersi di persona guardarsi negli occhi, e tu questo (per motivi a me ancora ignoti) non sei interessato a fare: la conversazione non è un’arte che si può praticare (solo) al computer. detto questo, anche il mio commento era uno stimolo. E onestamente, l’aspetto che risulta più evidente guidando nelle autostrade italiane è che LE AUTO, E GLI AUTOMOBILISTI, sono diminuiti vertiginosamente, paurosamente a a causa della crisi: la gente non ha più soldi per muoversi (e dunque anche per sostare in autogrill: evidentemente, i ‘bisogni primari’ in questi anni e in questi mesi sono tornati a essere molto rapidamente altri, che esulano dai viaggi in autostrada…), e guidare per queste strisce deserte, piene di cantieri vuoti, è un’esperienza quanto mai istruttiva. Che penso ci dica molto sull’Italia del presente.

      • Io non ho mai detto che non voglio, o non posso, incontrare le persone dal vivo….se la finalità è il dialogo finalizzato ad un’eventuale progettualità. Scriviamoci.

  • Angelov

    “Divago ergo sum”

    Mi ha sempre lasciato un po’ perplesso quella parabola che racconta di Maometto e della Montagna, dove si narra del grande Profeta che per provare la forza della sua fede, dichiara che quella montagna che si vede dall’accampamento di tende, si muoverà e verrà in sua presenza.
    La notizia fece presto il giro del mondo, e fedeli da ogni parte venivano per poter assistere al grande miracolo; si radunavano accampandosi nelle vicinanze.
    Tutti erano in attesa di un segno, e continuavano ad osservare l’immensa mole, che sembrava però indifferente ed immobile.
    …………………………………………………….
    …………………………………………………….
    Trascorsero giorni, poi settimane ed anche qualche mese finché, proprio mentre iniziavano a serpeggiare i primi dubbi tra i seguaci del profeta, e l’attendibilità stessa della sua parola incominciava ad essere messa in dubbio, Maometto in persona apparve fuori dalla sua tenda, e rivolto alla folla, pronunciò la famosa frase, e cioè:” E se la Montagna non va da Maometto, allora sarà Maometto che andrà alla Montagna”, e tra il tripudio e la gioia della folla, si avviò seguito dai suoi fedeli seguaci alla volta delle pendici dell’immobile e maestosa montagna.

    Solo qualche giorno fa,e non so per quale coincidenza, il sottile significato, o forse uno dei tanti, che nasconde questa parabola, mi è parso chiaro: si tratta in una specie di Elogio del Buon Senso, dove anche lo stesso Maometto, anche a rischio di apparire banale o ridicolo, riconosce pubblicamente e umilmente l’ineluttabilità dello stato e del divenire delle cose, e sceglie l’Azione come principale mezzo per gestire la responsabilità e le conseguenze dei propri progetti.

  • Siamo certi che il problema sia esclusivamente legato all’operatività? Indubbiamente è giusto cercare strategie concrete per creare nuove opportunità di arricchimento culturale. Ma più che di eventi o di “progetti” (con o senza raddoppiamento della palatale) credo si senta la mancanza di una solida base teorica su cui fondare sia l’operare artistico, sia l’apparato critico. Si tratta di ritrovare-ridefinire l’identità dell’intellettuale-artista attraverso percorsi di studio, di riflessione e di crescita mirati a sviluppare consapevolezza storica, a maturare capacità di indagine estetica e a individuare precisi ancoraggi filosofici.
    Invece si studia molto poco, si fa ricerca ancora meno e si pretendono risultati al primo schiocco di dita. Non si può fare senza conoscere: ogni competenza deriva dalla piena acquisizione di conoscenze e abilità. L’approssimazione e la superficialità degli operatori generano nel pubblico quel senso di vuoto che vanifica una pur sempre ricca offerta di eventi, manifestazioni, concorsi, mostre, premi, aperitivi, progetti e progettini. Ma ancora più grave, a mio parere, è la sconcertante ignoranza di tanti artisti. Va bene denunciare la scarsa trasparenza nei processi di selezione, l’assenza di investimenti, lo sperpero dei (pochi) fondi pubblici, le logiche clientelari e familistiche, le responsabilità della politica… Ogni tanto, però, anche gli artisti dovrebbero fare autocritica e impegnarsi per dare spessore e autorevolezza al proprio lavoro.

    • Angelov

      …”e si pretendono risultati al primo schiocco di dita”…
      Questo implica anche una incapacità a reagire di fronte ad un ostacolo, o ad alzare bandiera bianca alle prime avvisaglie di conflitto.
      La mancanza di fiducia nelle possibilità di riequilibrio naturale delle situazioni; la “soglia di sofferenza”, purtroppo necessaria in ogni processo creativo, tenuta ai minimi storici.
      La sensazione di discesa infinita, senza mai toccare il fondo: condizione necessaria, per poter risalire.

      • C’è anche chi, toccato il fondo, preferisce non risalire, come quei pesciolini da fondale, in grado di scovare il cibo nelle acque più torbide, grazie a sviluppati barbigli. La bocca insaziabile, che li induce a rovistare tra la sabbia e i detriti, è anche l’organo che funge da ancoraggio in caso di forte corrente: sembra proprio che non ci sia modo di condurli in acque più limpide.

        • Angelov

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