Dipingere con il vetro: Delphine Lucielle a Venezia

Nella mostra “Glasstress”, ormai un appuntamento fisso tra gli eventi collaterali della Biennale, al fianco di autori come Joseph Kosuth e Tracey Emin c’è Delphine Lucielle, artista dal curriculum brevissimo ma sorprendente. Una breve mostra da Saatchi e subito dopo lo sbarco a Venezia, con i suoi dipinti “vetro su vetro”. L’abbiamo incontrata per conoscere meglio il suo lavoro.

Delphine Lucielle, The process (Weaving)

L’elemento forse più interessante nella tua produzione artistica è il metodo di lavorazione, estremamente complesso e innovativo: ce lo potresti descrivere in poche parole?
Immagina il magma che si muta in lava: io ho voluto ricreare lo stesso processo. Tutto il mio lavoro mostra l’interno delle pietre, e i segni che esse nascondono. Ma per farlo non posso servirmi dei comuni oli e acrilici. Voglio sperimentare materiali che non sono mai stati usati prima in arte, e spingere i confini di quanto è lecito. Anche perché, quando conosci bene i materiali con cui stai lavorando, non puoi fallire! Se pensi ai pigmenti, nessuno sa dire cosa gli potrà accadere fra secoli, o millenni… Questi miei lavori invece dureranno in eterno! Non potranno mai sbiadire o consumarsi.

Da dove nascono le tue opere?
Principalmente dalle pietre che colleziono. In ogni caso io non interpreto. Cerco di rispettare il più possibile i colori e le forme che vedo osservando le pietre al microscopio. La soddisfazione maggiore è nel confrontare l’immagine che ho visto con i pezzi che espongo, e scoprire che sono simili al 99%. Ho dovuto passare in rassegna centinaia di migliaia di esemplari, prima di trovare quelli giusti. Perché non tutti sono belli, anzi la maggior parte non lo sono affatto. Io ho scelto solo le composizioni più mozzafiato.

Chi ti ha aiutata nel tuo lavoro?
Nella scelta delle pietre sono stata supportata da Bill Larson, che è forse il più grande collezionista al mondo. Mi ha aiutato a raccogliere dei buoni esemplari di minerale, cose che in genere non puoi più trovare in giro. Ad esempio la mica che ho usato per questa esposizione a Palazzo Cavalli-Franchetti ha inclusioni di metalli veramente rare. Poi ho avuto il supporto della Stanford University, nella Silicon Valley, che ha la più grande collezione di pietre al mondo.

Delphine Lucielle, Uninhabitable Joy, 2010
Delphine Lucielle, Uninhabitable Joy, 2010

Dalla scelta delle pietre, come passi alla realizzazione?
Il passaggio non è così semplice: in primo luogo, bisogna renderle analizzabili con un microscopio petrografico, quindi ridurle a una sezione sottile. A Stanford, poi, non avevano il corretto microscopio per fare le foto dei minerali. Mentre io avevo bisogno di foto ad alta risoluzione. Gli scatti risultavano sempre sfocati o imprecisi, quindi ho dovuto costruire un nuovo microscopio, appositamente per questo progetto, in modo da avere immagini pressoché perfette.

E hai scelto di rappresentarle usando soltanto vetro. Per quale motivo?
Non avevo mai fatto questo tipo di lavoro in precedenza. Ma mi sono chiesta: di cosa è fatta quest’immagine? Evidentemente di silice, che è vetro. Quindi, se volevo rispettare la purezza della roccia, dovevo utilizzare il vetro per rappresentarla. Le rocce poi sono fatte di minerali, e i minerali di cristalli, allineati in forma di griglia. Quindi ho pensato: devo riprodurre anche questo processo! E l’unico modo per farlo era di tessere il vetro per riprodurre la griglia e imitare la luminescenza dei minerali.

È una tecnica che si usa ancora?
Oggi nessun artista intesse più il vetro. A Murano utilizzano uno stampo per creare le griglie, che però risultano molto rigide. Quindi ho pensato di usare la fibra di vetro. Ho contattato tutti i maggiori fornitori del mondo, mi sono fatta arrivare dei campioni e li ho testati. Il tutto mi ha occupato otto mesi (senza contare i sei mesi nella scelta e ispezione dei minerali!). Ce n’era uno solo che funzionava, senza assorbire o emettere troppa luce, e derivava dall’industria spaziale.

Delphine Lucielle, The process (Weaving)
Delphine Lucielle, The process (Weaving)

Ora avevi la tua “tela”: ma come l’hai “dipinta”?
Il mio problema era con cosa dipingere. A Murano, come sai, usano pigmenti di vetro, ma io decisi di dipingere con silice pura, con i puri minerali dalla roccia. Dovetti trovare da sola le composizioni: la produzione di un singolo colore mi occupava almeno tre giorni di ricerca. Era una vera ossessione, ma anche un atto d’amore. Perché se avessi scelto carta o tela per rappresentare il vetro non avrei eseguito per bene il mio compito. La vera innovazione è che l’immagine è inclusa nel materiale, ma anche il materiale è incluso nell’immagine.

Nella tua presentazione sintetica ti definisci appunto “pittrice, scultrice e innovatrice”. Quali sono, a tuo avviso, gli elementi di innovazione nella tua arte?
In primo luogo c’è il recupero di tecniche che stanno scomparendo, come la tessitura del vetro su telaio. Il vetro che ho scelto, poi, è ben più resistente di quello che usano a Murano: resiste a temperature elevatissime, quindi per la fase in cui il “dipinto” viene fuso assieme alla “tela”, ho dovuto creare dei forni appositi, che raggiungono temperature di 1.400°. Ma poi, soprattutto, il soggetto stesso è innovativo. Generalmente le persone hanno visto l’interiorità attraverso il corpo umano. Ma c’è un altro modo per farla vedere: l’interno della materia, l’interno dell’universo… Anche perché la vita viene da lì. La mia arte mostra la vita, ma senza guardare dentro a un corpo vivente.

Ora parliamo un poco di te. Da dove provieni?
Io sono originaria della Francia: ho vissuto lì fino a 16 anni, e poi sono arrivata in America. Sono un’autodidatta completa. Quindi mi piace sperimentare con i materiali, e ho interessi nell’arte e nella scienza. Prima di fare questo dipingevo già, ma questa è la prima volta che espongo i miei lavori. La mia prima personale è stata da Saatchi di Londra, lo scorso aprile.

Delphine Lucielle, The process (Knitting)
Delphine Lucielle, The process (Knitting)

E come sei arrivata qui a Venezia?
James Putnam, il curatore di Glasstress, vide la mia esposizione da Saatchi e chiamò immediatamente Adriano Berengo: “Dobbiamo avere subito quest’artista!”. Ed eccomi qui.

Che cos’è per te l’arte?
È la ricerca della verità. Ma è anche un modo per esprimere il proprio amore per la vita. Penso Leonardo Da Vinci abbia detto la cosa migliore: “La vera arte è la scoperta di un nuovo mondo”. Ma anche: “Il vero artista è lo specchio della natura”. Quello che voglio mostrare qui è che queste opere d’arte sono state create dalla natura: io mi limito a presentarvele.

Ma quindi come ti definiresti? Artista o scienziata?
Non amo le categorizzazioni. Anche perché questo lavoro non può essere ridotto entro categorie fisse. Io penso che, come ogni essere umano, posso essere diverse cose allo stesso tempo. Quindi sono un’artista, una scienziata, una geologa e una poetessa. Sono una ricercatrice, perché questo è necessario per creare i miei lavori.

E cosa vai cercando?
Quello che mi piace di questo lavoro è la sua relazione con il cosmo allargato: è la ricerca di un’estetica preesistente, di prima che l’uomo arrivasse qui. Noi comprendiamo la Terra studiando la mineralogia. Ma scopriamo che è anche parte della nostra estetica. Per questo credo che alcune cose ci piacciano senza una precisa ragione: perché sono già dentro di noi. E proprio se t’interessi allo studio dei minerali, alla lenta formazione della terra, potrai ottenere alcune risposte fondamentali.

Delphine Lucielle, Solitary, 2011
Delphine Lucielle, Solitary, 2011

Ma nel tuo lavoro c’è comunque una presa di posizione estetica. Se non altro nella scelta delle immagini da riprodurre.
Io sono un’artista in cerca della purezza, e queste immagini sono molto pure. Ed è splendido perché il vetro è fatto di pietra, e la pietra è fatta di vetro, il che, per me, è una forma di purezza. Io sono in cerca dell’essenza delle cose e della verità. Ma come mi è già stato fatto notare, questi dipinti con colori così intensi rappresentano bene anche la mia personalità, la mia energia vitale. Ci sono forti connessioni, in ogni parte del mio lavoro.

Ma ci sono anche forti contrasti interni.
Esatto! Perché l’idea alla base è riprodurre tutti gli aspetti, anche contrastanti, della natura. La natura può essere tutto questo: molto sensuale e femminile, ma anche rude e mascolina. Voglio mostrare la natura per come è realmente. Ma i contrasti sono anche nel processo di creazione: da un alto recupero le tecniche più antiche, che stanno scomparendo rapidamente, e allo stesso tempo uso le tecnologie più all’avanguardia, per mostrare le immagini più antiche del mondo.

E nel mondo dell’arte contemporanea, come ti collocheresti? Ci sono artisti o movimenti con cui senti legami particolari?
Fu piuttosto divertente quando Luca Beatrice venne a vedere la mia mostra, e mi disse di non conoscere proprio nessun artista che facesse un lavoro come il mio, dipingendo con vetro e pietre. Quindi è difficile trovare dei collegamenti. Ma la cosa non m’interessa, perché non sento proprio il bisogno di collegarmi con nessuno. A un primo sguardo, il mio lavoro si potrebbe definire una forma di astrazione. Ma se ci pensi bene, l’arte astratta nasce in genere da un dialogo creato dagli uomini. Questa mia astrazione, invece, è un dialogo creato dalla natura stessa.

Simone Rebora

Venezia // fino al 4 novembre 2013
Glasstress: White Light/White Heat

a cura di James Putnam e Adriano Berengo
PALAZZO CAVALLI-FRANCHETTI
Campo Santo Stefano 2842
041 2407711
[email protected]
www.glasstress.org

Venezia // fino al 31 luglio 2013
Delphine Lucielle – Through the Stone

VENICE PROJECTS
Dorsoduro 868
041 2413189
[email protected]
www.veniceprojects.com

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Simone Rebora
Laureatosi in Ingegneria Elettronica dopo una gioventù di stenti, Simone capisce che non è questa la sua strada: lascia Torino e si dedica con passione allo studio della letteratura. Novello bohémien, s’iscrive così alla Facoltà di Lettere a Firenze, si lascia crescere i capelli, cambia guardaroba e conclude il suo percorso con una tesi sul Finnegans Wake e la teoria della complessità. Perplesso e stranito dal gravoso delirio filosofico, precipita nel limbo del mondo giornalistico, impiegato presso una piccola agenzia di stampa. È qui che inizia suo malgrado a occuparsi di arte, trovando spazio su riviste quali “Artribune” ed “Espoarte”, e scrivendo per l’inserto culturale del (defunto) “Nuovo Corriere di Firenze”. Attualmente vive a Verona, per un PhD in Scienze della Letteratura. Non vede l’ora di lasciarsi tutto ciò alle spalle.
  • Affascinante relazione tra opere di natura e opere d’arte, tra forme sedimentate e primigenie e pensieri, materie e strumenti creati per rivelarne essenze e figure.

  • ella wilson

    La signora Lucielle non dice le cose come stanno. L’accordo con Berengo c’era prima della sua mostra a Saatchi, (avendola vista non poteva comunque essere fonte di entusiasmo) Essendo una rispettata collezionista di opere in vetro, non la ritengo una artista del vetro e sicuramente non autorevole ne meritevole di essere inclusa in glasstress. Il che mi porta a porre una domanda. Che il signor Berengo abbia preso in considerazione altri contenuti per accettarla nell’olimpo???????

    Anche l’articolo mi sembra lungo, poco rilevante e direi troppo di parte????
    mahhhh non ci si puo’ piu’ fidare nemmeno di artribune?

    • Ciao Ella,
      su Biennale e dintorni abbiamo pubblicato decine di articoli, anzi, contando la diretta, centinaia. Se la lunghezza di uno ti fa incrinare la fiducia nella testata, me ne dolgo, ma credo sia eccessivamente severo come giudizio. Poi siamo tutti liberi di leggere i giornali che desideriamo, questo va da sé.