Designed by nature. Alla Fondazione EDF di Parigi

E se una rivoluzione silenziosa nel campo del design fosse già in atto, sotto i microscopi e nei laboratori di biotecnologie oltre che sui tavoli da disegno o dietro i pc dei creativi? La Fondation EDF esplora le inedite interazioni tra designer e mondo organico con la mostra “En vie. Aux frontières du design”. A Parigi, fino al 1° settembre.

Vincent Fournier, Post Natural History, 2012

Fare design lavorando “a quattro mani” con la natura, utilizzandone i meccanismi perfetti come fonte di ispirazione, da riprodurre in laboratorio o in atelier, oppure intervenendo direttamente in questi meccanismi e orientandoli al conseguimento di un risultato. Manipolare organismi viventi come fossero strumenti o materie prime, per tradurre un concetto, un’idea, in prodotto finito.
Si tratta di pratiche innovative, già d’attualità sebbene considerate per certi versi “di frontiera”, al centro di ricerche condotte da artisti e designer di orientamenti e Paesi diversi.  L’esempio più famoso, anche per i non addetti ai lavori, è la serie degli Honeycomb Vases dello slovacco Tomáš Gabzdil Libertíny, un esemplare della quale (Made by bees, 2007) è esposto nella sezione dedicata al design del MoMA di New York. 40mila api hanno collaborato alla realizzazione del vaso con la cera, colonizzando una struttura preesistente, con una tecnica di prototipazione lenta più vicina all’artigianato che alla produzione di tipo industriale.
Le speculazioni condotte da una nuova generazione di creativi sul rapporto con la natura e le inedite possibilità di interazione con essa offerte dallo sviluppo delle biotecnologie sono al centro della mostra En vie, aux frontières du design, all’Espace Fondation EDF di Parigi.

Shamees Aden, Amoeba shoe, 2012
Shamees Aden, Amoeba shoe, 2012

Curata da Carole Collet, docente universitario e designer, l’esposizione propone una serie di progetti appartenenti ad ambiti diversissimi tra loro, che spaziano dall’architettura al disegno industriale, dall’arredamento alla moda e alla cucina. I loro lavori aprono scenari e prospettive nuovi, anche nella direzione dello sviluppo sostenibile. A seconda del tipo di approccio adottato, i designer presenti sono suddivisi in categorie: i “plagiari”, che praticano il bio-mimetismo cercando nella natura risposte a problemi concreti e soluzioni ingegneristiche da implementare sfruttando le tecniche digitali; i “nuovi alchimisti”, che creano nuovi organismi ibridi con l’aiuto delle biotecnologie; i “nuovi artigiani”, che creano oggetti avvalendosi di alghe, piante o batteri come collaboratori; i “bio-hackers”, che lavorano sulla riprogrammazione di alcune specie vegetali o animali; o ancora gli “agenti provocatori”, impegnati nello spingere alle estreme conseguenze l’interazione con la natura, con lo scopo preciso di suscitare nel visitatore una presa di coscienza, o una risposta emotiva forte.
Tra i lavori esposti, la madreperla artificiale di Emile de Visscher, prodotta con un procedimento mutuato dalle ostriche, conserva tutte le proprietà della materia prima naturale. Le superfici intelligenti ideate da Elaine Ng Yan Ling imitano i movimenti della pigna, dilatandosi e contraendosi in funzione delle variazioni di temperatura e umidità. Il collettivo danese CITA presenta The rise, un’architettura ottenuta traducendo gli algoritmi biologici che permettono alle piante di creare una struttura leggera ed efficace come la foglia, utilizzando una quantità minima di materia.

Terreform One, Fab Tree Hab Village, 2005-2012
Terreform One, Fab Tree Hab Village, 2005-2012

Suzanne Lee propone dei tessuti organici, coltivati in laboratorio a partire da batteri nutriti con zucchero e lievito, e presenta le sue ricerche, inedite, sulla fabbricazione di scarpe secondo lo stesso principio. I giardini di alghe della designer giapponese Marin Sawa sono collegati a una bio-stampante che permette di trasferire piccole quantità di alga su carta di riso, conservandone intatte le proprietà nutritive. Le fotografie di Vincent Fournier – autore anche del drone-medusa Robotic Jellyfish Drone – rappresentano animali immaginari quanto futuribili, riprogrammati in modo da adattarsi ai cambiamenti del loro ecosistema di riferimento, mentre lo sgabello di Terreform e Gen Space è stato prodotto con la cellulosa secreta da un batterio creato artificialmente. Dalla riflessione della curatrice della mostra, Carole Collet, emergono piante capaci di produrre contemporaneamente frutti ricchi di vitamine e tessuti, mentre il tavolo biofotovoltaico di Carlos Peralta, Alex Driver e Paolo Bombelli permette di alimentare piccoli apparecchi elettronici con l’energia prodotta sfruttando la fotosintesi di organismi vegetali come il muschio.

Giulia Marani

Parigi // fino al 1° settembre 2013
En vie. Aux frontières du design
a cura di Carole Collet
FONDATION EDF
6 rue Récamier
+33 (0)1 53632345
fondation.edf.com

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Giulia Marani
Classe 1983, genovese di nascita e di cuore. Dopo la laurea in comunicazione all’Università degli Studi di Milano, soccombe al fascino di Parigi, dove vive per sei anni, lavorando come ufficio stampa in ambito editoriale e nella redazione della rivista di architettura e design Architectures à vivre.