Commons e occupazioni. Il duplice volto della rivolta culturale italiana

Dal 14 giugno del 2011 una rivolta culturale è in atto nel nostro Paese. Il Teatro Valle di Roma è stato occupato da un gruppo di lavoratori dello spettacolo, operatori culturali e cittadini. A innescare la mobilitazione, la profonda insofferenza che da anni esaspera i lavoratori del mondo della cultura e il rischio di vedere privatizzati gli stessi spazi in cui circa novant’anni fa debuttavano i “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello.

Il Teatro Valle occupato a Roma

Dalla Capitale – con l’esperienza del Teatro Valle – al nord e al sud d’Italia, l’occupazione dei teatri si è progressivamente diffusa, risvegliando gli animi e attirando l’attenzione dei media su quella che agli esordi è parsa la rottura di un sistema inefficiente e imposto dall’alto.
Al di là del clima di fermento ed entusiasmo che ha caratterizzato i primi tempi, non si possono però nascondere i limiti della situazione attuale, limiti che riguardano tanto il versante organizzativo e strutturale, quanto quello della legittimità di lungo periodo. Se al momento di rottura non seguirà una seria ridefinizione dei ruoli e della legalità, sarà a rischio il futuro stesso dell’operazione.
Dal punto di vista giuridico, i Commons, in italiano Beni Comuni, si pongono come una nuova possibilità, come l’alternativa alla pubblica amministrazione e alla privatizzazione. Molti vogliono vedere in questo nuovo approccio la strada per rivitalizzare il settore culturale e creativo e portare quella ventata di innovazione di cui tanto si auspica l’arrivo. Al di là dell’impressionante fermento sorto dal basso, il passaggio a un approccio gestionale basato sui Commons comporta la necessità di ridisegnare la struttura di governance delle organizzazioni culturali, operazione che implica un ragionamento sulla distribuzione del diritto, del potere e della responsabilità. Sono molteplici i dilemmi che si devono affrontare, dalla credibilità dei soggetti che decidono di assumersi l’impegno alla creazione di un’efficace sistema di monitoraggio, ma sopra ogni cosa bisogna prendere atto del ruolo centrale che i concetti di fiducia e legittimità sono destinati ad assumere nel sistema complessivo.
Tale cambio di prospettiva determina effetti economici e giuridici diretti e indiretti e richiede la soddisfazione di due condizioni chiave: la definizione di una forma giuridica rinnovata ed evoluta e la progettazione di un modello di business adeguato, condizioni fondamentali per lo sviluppo e la sostenibilità futura dell’intero settore culturale e creativo.
In questo senso è importante porre attenzione al lavoro di ricerca condotto dal collettivo del Teatro Valle per l’elaborazione di un nuovo modello giuridico, la Fondazione Aperta. Questi primi due anni di occupazione, infatti, sono stati accompagnati da un’attività di studio, incentrata sulla progettazione dello strumento, più volte al centro di preoccupazioni e timori.

Il Teatro Valle occupato a Roma
Il Teatro Valle occupato a Roma

A un’analisi dello Statuto del 2011, infatti, vi è chi ha parlato di una privatizzazione mascherata. I dubbi riguardano in particolar modo due degli organi delineati e la relativa disciplina. Prima fra tutti l’Assemblea formata dagli occupanti, in riferimento alla quale solo i membri possono decidere chi e come può farne parte e che quindi non può considerarsi rappresentativa della cittadinanza. In questo contesto, tutto il fenomeno dell’occupazione rischia di perdere legittimità: così concepita l’Assemblea non rappresenta altro che un gruppo di privati, coinvolti nell’amministrazione di una struttura pubblica occupata.
Vi è poi il Collegio dei Garanti, che è in carica per cinque anni, con la possibilità di essere rieletto per un secondo mandato. A destare preoccupazione, questa volta, i poteri ispettivi a esso attribuiti: l’organo deve infatti verificare la coerenza dell’operato con quanto perseguito e dichiarato nello Statuto, nel Preambolo, nella Vocazione e nel Codice Politico. Gli artisti, infatti, sono chiamati a obbedire nella lettera e nello spirito a un Codice Politico, sotto il controllo dei garanti. La minaccia è quella di una perdita di autonomia del lavoro creativo e dei soggetti che in esso sono coinvolti, dagli artisti stessi al direttore artistico.
Gli occupanti hanno fatto della lotta per la democrazia e la trasparenza il loro cavallo di battaglia, ma sembrano non prendere nella giusta considerazioni l’implicazione di simili scelte sulla struttura di governance dell’organizzazione e sulla stessa legittimità che sottende la loro permanenza nel teatro romano.
I modelli di gestione basati sui presupposti dei Beni Comuni possono rappresentare un’alternativa concreta al management privato e all’amministrazione pubblica, ma è importante che il lavoro di studio e sperimentazione che sottende il cambiamento venga condotto col massimo rigore e che non apra altresì la strada ad interventi poco chiari. Come sempre, quando si apre un vuoto di potere, uno spazio di manovra, il rischio che le vecchie dinamiche accentratrici e speculative si ripropongano sotto nuove spoglie è reale e imminente.

Il Teatro Valle occupato a Roma
Il Teatro Valle occupato a Roma

Rivelatore può essere il fatto che la stessa Associazione Generale Italiana dello Spettacolo abbia preso posizione contro questi fenomeni, portando alta la bandiera di tutti quei teatri e quelle organizzazioni che, nonostante le avversità, i costi e le problematiche economico-finanziarie, continuano a seguire la loro missione, pagando le tasse e gli stipendi dei propri collaboratori. È proprio in virtù della trasparenza e della professionalità che l’associazione richiede a gran voce l’assegnazione delle strutture attraverso bandi pubblici, trovando alquanto sospetta la posizione delle istituzioni. Queste, infatti, non hanno cercato di dare una forma più strutturata e legittima alle istanze sorte dal basso.
Nel descrivere quanto sta accadendo oggi nel sistema culturale italiano bisogna essere cauti. Se da un lato è innegabile tanto la forza dirompente che ha accompagnato l’insorgere di questa mobilitazione quanto la bontà delle motivazioni che ne hanno guidato il sorgere, dall’altro è mancato il giusto seguito a questi fenomeni. Il momento di rottura non può trasformarsi nella prassi, l’occupazione non può costituire il paradigma di lungo periodo.
Se l’obiettivo è giungere a una migliore amministrazione della cultura e dello spettacolo, il processo di ridefinizione giuridica e gestionale deve proseguire, i collettivi devono scendere a patti con le istituzioni, si deve instaurare un dialogo costruttivo, che porti ad un cambiamento reale e sostenibile. Solo così sarà possibile riavviare il sistema secondo nuove e durature logiche e aprire a una nuova grande stagione dello spettacolo italiano, caratterizzata da un management efficiente e da un palinsesto di eccellenza.

Stefano Monti ed Elettra Chiereghin

http://www.teatrovalleoccupato.it/

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.