Che delizia la Bosnia-Erzegovina

A Palazzo Malipiero va in scena la seconda partecipazione in assoluto della Bosnia ed Erzegovina alla Biennale. Che punta su un progetto di Mladen Miljanović, uno dei più giovani artisti della cosiddetta “generazione bellica”. Lo abbiamo intervistato.

Mladen Miljanović

Assente da dieci anni, la Bosnia ed Erzegovina torna alla Biennale con un progetto dell’artista Mladen Miljanović intitolato Il Giardino delle Delizie, una selezione di lavori inediti esposta negli spazi di Palazzo Malipiero. Citando apertamente una delle più celebri opere di Hieronymus Bosch, Miljanović tenta di ritrarre la situazione sociale e culturale del proprio Paese analizzando in maniera precisa le aspirazioni del suo popolo: un trittico di lastre di pietra abilmente incise va a comporre una chiara quanto curiosa enciclopedia dei desideri umani. Abbiamo incontrato l’artista.

La Bosnia-Erzegovina era assente dalla Biennale da dieci anni. Come hai sentito questa situazione sulle tue spalle?
All’inizio ero davvero contento di essere stato selezionato ma, d’altro canto, era una grande responsabilità: per noi non è una Biennale ma una “Decadale”. Il nostro Paese non ha molta visibilità all’estero e, inoltre, è molto isolato dall’interno: partecipare alla Biennale è uno dei migliori modi per promuoverlo e mostrare che siamo parte dell’Europa. Da questo punto di vista ho sentito molte responsabilità, ma sono anche felice di potere rappresentare il mio Paese.

Come e quando hai iniziato a pensare al Giardino delle Delizie?
È nato dal fatto che realizzavo questo genere di incisioni prima di iscrivermi all’Accademia di Belle Arti e dal considerare la Bosnia-Erzegovina una sorta di grande giardino: da qui nasce il titolo, inteso come parco dei desideri e dei divertimenti. Il progetto si rapporta con questi aspetti, i divertimenti individuali e il momento in cui questi assumono una valenza collettiva e possono divenire una tortura per la collettività. Ho preso come riferimento il trittico omonimo di Hieronymus Bosch, manipolandolo con Photoshop: ho tolto la saturazione, cancellato le figure originali e inserito le immagini che ho trovato sulle lapidi di numerose tombe. L’aspetto finale è molto simile a quello di un quadro rinascimentale, una grande enciclopedia delle vite, dei divertimenti e dei sogni delle persone: questo, forse, è il più semplice e, allo stesso tempo, complicato collegamento con il concetto di Palazzo Enciclopedico.

Mladen Miljanović, The Sweet Simphony of Absurdity, 2013
Mladen Miljanović, The Sweet Simphony of Absurdity, 2013

Ho selezionato queste immagini come se avessi composto un’enciclopedia della vita umana con i suoi desideri e vizi, sentimenti non materialistici che hanno in sé la potenzialità di diventarlo. Credo che questo mondo materiale sia un oggetto e un soggetto dei desideri e dei vizi del passato: siamo ciò che desideriamo perché l’attimo dopo potremmo trasformarlo in realtà. Questo spiega perché i desideri sono simili a spazi senza limiti per pensare. Partendo da questa considerazione ho deciso di dividere lo spazio espositivo in tre parti: l’ambiente più piccolo e fisico è dedicato al pensiero, la stanza più grande è riservata alla vista e, infine, c’è lo spazio dell’ascolto in cui lo spettatore può ascoltare la performance di un’orchestra sinfonica in cui ogni membro suona il proprio pezzo preferito creando un suono che, ascoltato nella sua interezza, è molto confuso.

C’è una ragione specifica per cui ti sei ispirato al lavoro di Bosch?
Sì, perché il Rinascimento era un movimento che si concentrava sull’Uomo e il mio scopo e il mio dialogo con Bosch è proprio concentrarmi sulla persona comune: non i vizi e i desideri di scienziati o inventori, bensì solo gli individui normali.

L’inaugurazione del padiglione è accompagnata da una performance. Cosa ci racconti al riguardo?
Ho mandato degli SMS ai miei amici in cui ho scritto: “Cari amici, cosa vi piacerebbe vedere al padiglione della Bosnia-Erzegovina a Venezia?”; mentre ricevevo le risposte, incidevo i messaggi direttamente sulla lastra di pietra. La performance consiste nel sostenere questi desideri che rispecchiano le differenze individuali di coloro che mi hanno risposto e che diventano motivo di isolamento in mezzo al pubblico. Soddisfare le aspettative è un compito davvero pesante per un artista.

Mladen Miljanović, The Pressure of Delights, 2013
Mladen Miljanović, The Pressure of Delights, 2013

Hai svolto una ricerca che ti ha portato a visitare molti cimiteri del tuo Paese. Quali ruoli hanno avuto la ricerca e l’analisi sono state importanti per la realizzazione del progetto?
Stavo pensando alla ragione per la quale le persone scelgono di inserire determinate immagini sulla propria lapide. Ai tempi in cui lavoravo come incisore, ad esempio, la moglie di un tizio morto in un incidente automobilistico ci aveva commissionato la tomba del marito e aveva portato con sé due immagini da incidere sulla lapide. Una ritraeva il defunto accanto alla propria automobile e io pensai che forse non era il caso utilizzarla, visto che lui ci era morto, ma lei insistette sostenendo che lui amava molto la propria macchina. L’altra immagine ritraeva lei stessa con una gonna corta; dopo avere realizzato delle prove su un foglio, gliele ho fatte vedere ma non sembrava affatto soddisfatta. Mi chiese: “Puoi disegnare la gonna ancora più corta?”. Le risposi: “Posso anche disegnarti nuda, se vuoi!”. Quel pezzo di gonna ha iniziato a farmi riflettere sul suo significato: quella donna aveva un’idea precisa di come voleva apparire per l’eternità. Ai giorni nostri le immagini stanno prendendo il sopravvento sul testo scritto e questo è stato il motivo principale per cui ho cominciato a pensare al desiderio: è questo il modo in cui il mio lavoro comunica con quello di Bosch. Lui ha rappresentato i piaceri dei suoi tempi, io quelli odierni.

Il concetto di piacere in vita e oltre la morte è molto importante per numerose culture. In quale misura credi che il tuo progetto riesca a ritrarre lo spirito del tuo Paese?
È esattamente la ragione per cui il titolo della mostra è Il Giardino delle Delizie: indica l’importanza delle differenze poiché la bellezza del giardino non risiede in un solo fiore. Lo spirito di queste differenze sembra molto caotico, ma è la realtà del nostro tempo a esserlo; dovremmo tutti essere d’accordo sul fatto che l’Europa e il mondo intero sono anche dei concetti di pluralismo. Guardando solo la Bosnia-Erzegovina puoi vedere il mondo intero: se guardi la Terra dalla Luna non vedrai alcuna differenza tra Venezia e qualche paese bosniaco. È una questione di prospettiva e da quale punto osserviamo ciò che ci sta attorno.

Mladen Miljanović, The Garden of Delights, 2013
Mladen Miljanović, The Garden of Delights, 2013

Questa è la tua seconda mostra a Venezia: come ti relazioni con una città tanto particolare?
È davvero difficile realizzare una mostra a Venezia perché si deve lavorare dentro spazi che sono già delle opere in sé. Penso che il concetto di Palazzo Enciclopedico si adatti molto bene a questa città perché visitare la Biennale è come consultare un’enciclopedia in cui si può trovare di tutto. Non è necessario che i padiglioni rispondano banalmente al tema suggerito da Gioni, il quale è stato molto intelligente a impostare l’evento in questo modo: la Biennale è un evento interessante perché possiamo visitare una selezione internazionale incentrata su un tema portante che può essere anche affrontato in antitesi dai singoli padiglioni. Da questo punto di vista penso siano molto interessanti anche le diverse modalità con cui queste nazioni rispondono all’argomento principale.

Come definiresti la scena artistica del tuo Paese?
Penso sia una scena particolarmente variegata. Negli ultimi dieci anni è stata segnata da un sentimento social-patetico a causa della guerra e gli artisti hanno affrontato approfonditamente questo processo di transizione dal periodo socialista a quello neoliberale. Lo trovo molto interessante perché, come ha detto una volta Gaston Bachelard, l’arte nasce sempre dalla rivolta: non è importante se ci si ribella alla famiglia o alla società, è sempre un qualche genere di reazione. L’arte è sintomo di qualcosa.

Mladen Miljanović, A Stone Garden, 2013
Mladen Miljanović, A Stone Garden, 2013

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Il mese prossimo sarò in Francia per la collettiva I Lie to Them che si terrà al Centro Nazionale per l’Arte Contemporanea di Grenoble. Il 2 luglio, invece, avrà luogo l’inaugurazione di The sea is my land, la collettiva al MAXXI di Roma curata da Francesco Bonami a cui partecipo e, più in generale, ho in programma diverse mostre. Non troppe, così riesco a tenere tutto sotto controllo.

Filippo Lorenzin

www.labiennalebih.org

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Filippo Lorenzin
Filippo Lorenzin è un critico d’arte contemporanea e curatore indipendente. Si interessa principalmente del rapporto tra arte, tecnologia e società, seguendo un percorso in cui confluiscono discipline come l’antropologia, la psicologia e la storia. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Venezia e allo Iuav, sviluppando un interesse nelle ricerche artistiche che si confrontano con le problematiche derivanti dalle modalità di interazione tra individui, contesti culturali e strumenti. Ha realizzato numerosi studi riguardanti il rapporto tra arte contemporanea, Internet e pubblico online, affrontando casi come il crowdfunding e le mostre d’arte virtuali. Affascinato dal confronto diretto, predilige la forma dell’intervista in quanto occasione per discutere e imparare.