C’era una volta un piccolo naviglio… La Biennale secondo Marco Senaldi

Si fa davvero fatica a credere a Massimiliano Gioni, quando afferma che la sua Biennale emerge come “una costruzione complessa ma fragile, un’architettura del pensiero tanto fantastica quanto delirante”. Si fa fatica perché, di fronte all’allestimento immacolato, al numero degli artisti messi in campo, alla potente macchina mediatica e di intrattenimento che coinvolge tutta la città, ma anche una nazione intera, parlare di fragilità e di delirio sa un pochino di presa in giro.

Biennale di Venezia

Una visita coscienziosa al Padiglione Centrale ai Giardini e all’Arsenale conferma l’idea: l’architettura (non del pensiero ma) espositiva di questa 55. Biennale è tutt’altro che fragile, anzi, il suo enorme corpo tirato a lucido somiglia a uno di quegli yacht giganteschi parcheggiati davanti ai Giardini. Imbarcazioni che definire lussuose sarebbe riduttivo: megaville acquatiche dotate di raffinatezze sublimi e insieme esempi di design avveniristico, capaci di andare per mare meglio di una nave da crociera, utili però soprattutto a stordire i passanti e a rimanere ormeggiate per ospitare party assolutamente esclusivi.
Così va per questa mostra. La profusione di bacheche perfette, il display ineccepibile del Libro Rosso di Jung, la sfilza di sale patinate come living room da rivista sembra dire: ecco qui i disegni di un outsider, là l’opera del giovane e sconosciuto artista, di fronte  le tele del maestro riscoperto, didietro quelle del genio incompreso…: tutto però incorniciato perfettamente dentro gli schemi nella miglior tradizione curatoriale.
All’Arsenale poi la cosa diventa conclamata: l’architetto ha letteralmente ribaltato il senso dello spazio che tutti conoscevamo trasformandolo in una serie di spazi asettici dal perfetto aplomb museale. Dei begli spazi preindustriali un po’ shabby, con la polvere centenaria dei vecchi mattoni d’argilla non è rimasto niente, e in certi momenti ti sembra di stare alla Gare d’Orsay, o magari in un’altra sede (quale?) di Gagosian. È piuttosto evidente che anche il disegno più irriverente del più incallito carcerato, lo scarabocchio del paranoico ossessivo, la statuaccia abborracciata del semplice incapace, messi in bella luce, sotto vetro o sopra un candido plinto, fanno pur sempre la loro degna figura.
Si potrebbe tranquillamente rispondere che “è così che bisogna fare”, però lasciatemi dire che, in un’Italia dove la gente butta i bambini dal balcone e si dà fuoco come Ian Palach non per un’ideologia, ma per poche migliaia di euro, un tale sfarzo, insieme dispendioso e sovranamente indifferente a tutto, fa una certa impressione. In questa città mezza moribonda, che però riesce a sperperare cifre da capogiro per una diga nata già vecchia e comunque incapace di fermare il montare della marea che sarà destinata a sommergerla, questa mostra sembra arrivare come lo schiaffo finale, il pugno destinato ad affondarla, tanto poi il circo che l’ha resa possibile non avrà che da scegliersi un’altra location, e chi s’è visto s’è visto. Appunto come uno yacht intestato a una società fantasma, battente una bandiera sconosciuta. E a chi viene a raccontare che sono proprio manifestazioni come questa che salveranno Venezia e l’Italia col loro “numero sempre crescente” di visitatori, bisogna pur avere la forza di rispondere che no, che i numeri sono e restano numeri, ma che nella cultura vale di più il senso di una cosa che la sua quantità – e il senso qui è uno solo: il potere del capitale nella sua fase sublime (per intenderci, quella in cui alla “semplice” compravendita di titoli tossici subentra l’acquisto dell’“opera”–performance fatta di niente, ma pagata a carissimo prezzo, l’autentico “nulla sotto forma di qualcosa”).

Una immagine tratta dal Libro Rosso di Jung
Una immagine tratta dal Libro Rosso di Jung

E con una critica materialista di un tale stampo, anche questo episodio potrebbe essere effettivamente liquidato. Sennonché, anche una considerazione estrema di questo genere sembra di quelle che si fanno di fronte al metaforico yacht: sì, è ingiusto che tanta ricchezza si concentri in così poche mani, e dia vita a mostri tecnologici insostenibili e insieme simboli del privilegio e della sopraffazione, però… Però, è anche innegabile che lo yacht, visto da sotto, con l’ala candida del suo scafo e il design eccelso della sua chiglia, è proprio bello. In altri termini, è quello che ti dicono in tanti, quando provi a criticare questa Biennale: magari puoi non essere d’accordo con le scelte fatte, magari può non piacerti il profumo di establishment che emana, ma il rigore espositivo, quello è indiscutibile.
Allora, proviamo a verificarlo più da vicino questo rigore espositivo. Le descrizioni biografiche sia degli outsider che degli insider sono piacevoli e ben scritte – ed è difficile non farsi distrarre dalla storia del mentecatto che a nove anni ha ricevuto in dono il primo pastello della sua vita, e poi ha riempito casse di disegni, o dalla vicenda della massaia che ha iniziato a sentire le voci dei suoi avi egizi, e ha edificato una piramide in miniatura, eccetera eccetera. Ma non dimenticate che, in questi casi, la cosa più importante da leggere, invece, sono i courtesy. Se ci fate caso, vedete tornare un po’ sempre gli stessi nomi, Collezione Agnelli, Hauser & Wirth, Goodman, persino il Folk Art Museum di New York. Insomma: gli insider sono lì sic et simpliciter perché sono le bluechip del sistema. E va anche bene. Ma i tanto celebrati outsider? Marino Auriti sarà anche uno sconosciuto al mondo dell’arte, ma agli amanti dell’eccentrico è certo ben noto, tant’è vero che la sua opera stava al Folk Art Museum dal 2004, insieme a quelle di tanti altri irregolari, sedicenti artisti, stravaganti d’ogni sorta e originali a modo loro. Insomma, per essere degli irregolari, neanche questi outsider sono messi male: non ce n’è uno che non abbia alle spalle la sua bella Foundation. Del resto, negli Usa l’eccentricità è un costume nazionale talmente diffuso che il canale TLC (Discovery) già gli dedica la serie reality My Crazy Obsession; se la novità di Palazzo Enciclopedico sono i disegni degli Shaker, allora bisogna anche aggiungere che riescono a fare notizia giusto da noi, in America sono all’ordine del giorno.

Paul McCarthy - Arsenale - Biennale di Venezia 2013
Paul McCarthy – Arsenale – Biennale di Venezia 2013

Se poi consideriamo che i punti di forza della mostra sono non uno (il Palazzo Enciclopedico), ma ben due (il secondo è il Libro Rosso di Jung), allora le cose si complicano davvero. Auriti era un pensionato che non ci ha lasciato altro che la sua stravagante cattedrale in miniatura, Jung avrà anche dipinto solo per sé il suo manoscritto, ma la sua fama è legata ai suoi studi e alla geniale revisione della psicoanalisi. Tra le due figure non c’è alcun legame (se non magari quello che ci potrebbe essere tra un analista e un suo potenziale paziente). E se vogliamo tornare indietro nel tempo, non va meglio: il Palazzo Enciclopedico non c’entra un bel niente col cinquecentesco Teatro della Memoria di Giulio Camillo: il primo è frutto di un’ossessione del tutto personale, il secondo (come spiegava la Yates) uno dei primi tentativi di sistematizzare il sapere, misurandosi con una secolare cultura condivisa. Non è per caso che l’Atlas Mnemosyne di Aby Warburg, che pure fece quasi dannare il suo inventore, non si trova al Folk Museum, ma invece è studiato quale autentico modello di approccio alla cultura delle immagini, come sa chiunque abbia letto un paio di pagine di Didi-Huberman.
L’imponente yacht espositivo, per quanto brillante, nasconde una crepa proprio nel mezzo: sarà anche bello da guardare, ma è meglio se resta fermo in Laguna, se no, per quanto grande, rischia di fare naufragio come il piccolo naviglio della favola.

Marco Senaldi

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Marco Senaldi
Marco Senaldi, laureato in filosofia, a partire dagli anni 80 si occupa di critica e teoria dell’arte contemporanea. Negli anni 90 ha insegnato Estetica al Politecnico di Milano e allo IULM; è stato docente di Fenomenologia dell’Arte Contemporanea e di Estetica all’Accademia di Belle Arti “Carrara” di Bergamo; dal 2003 insegna Cinema e Arti Visive all’Università Statale di Milano Bicocca. Suoi testi e saggi sono apparsi in numerosi cataloghi e volumi collettivi (AA.VV., Scrivere sul fronte occidentale, Feltrinelli, 2002; A. Somaini, a c. di, Il luogo dello spettatore, Vita e pensiero, 2005, N. Dusi, A. Spaziante, a c. di, Remix Remake, Meltemi 2006, ecc.), oltre che in riviste d’arte e design (Juliet, Flash Art, Exibart, Tema Celeste, Around Photography, Arte Mondadori, Interni, FMR) e quotidiani (il manifesto; Corriere della Sera; D-donna- la Repubblica). Sul free magazine Exibart Onpaper cura dal 2005 la rubrica hostravistoxte. Ha tradotto e curato l’edizione italiana di testi di Gilles Deleuze, (Spinoza, filosofia pratica, Guerini 1991), di Arthur Danto (L’abuso della Bellezza, Postmediabooks, 2008) e Slavoj Žižek (Il Grande Altro. Nazionalismo, godimento, cultura di massa, antologia di scritti, Feltrinelli, 1999; Benvenuti nel deserto del reale, Meltemi, 2002; L’epidemia dell’immaginario, Meltemi, 2004; Credere, Meltemi, 2005; Il cuore perverso del cristianesimo, 2006). E’ stato autore di primi programmi televisivi culturali dedicati all’arte contemporanea per Canale 5 e Italia Uno (L’Angelo, 1994/95; Le notti dell’Angelo, 1995/97) e Rai Tre (Onda Anomala; 1998/99; Cenerentola, 1999/2000), e collabora tuttora con RadioRai Tre Suite. Ha curato diverse mostre d’arte contemporanea tra cui Cover Theory. L’arte contemporanea come re-interpretazione, (maggio-giugno 2003), catalogo Libri Scheiwiller, Milano, 2003; Il marmo e la Celluloide – Arte contemporanea e visioni cinematografiche, Villa La Versiliana, Marina di Pietrasanta (catalogo Silvana editoriale, 2006); Paolo Gioli (in programmazione presso Treinale Bovisa), ottobre 2010. Da molti anni tiene conferenze e incontri in Italia e all’estero (Arte contemporanea e filosofia, Spazio Oberdan, Milano, maggio 2007; Art and Tv, Symposium “Visual Construction of Cultures”, Zagreb, nov. 2007; Festival Architettura, Roma, MACROfuture, 2010, ecc.). E' membro fondatore del gruppo di ricerca sull'immaginario contemporaneo GRICO; è membro della Società d'Estetica Italiana (SIE); fa parte delle reti accademiche Cinéma et Art contemporaine, Sorbonne Nouvelle Paris 3, e NECS European Network for Cinema and Media Studies.
  • Complimenti per questa analisi. Molto condivisibile. Anche ascoltando le interviste c’è una discrepanza che i bei modi e le belle parola del curatore, vogliono ostinatamente nascondere (e non si sa perchè). Per questo ho cercato di guardare solo le opere, notando anche come le lunghe didascalie di TESTO diventino (a Venezia ma anche all’ultima Documenta) parti integranti dell’opera. L’opera è debole e sovraprodotta, come d’altronde la maggior parte degli artisti.

    So che a Gioni questa riflessione non piace, ma lui stesso emerge come curatore-artista. E in questo non c’è nulla di male. Rimando al secondo post di Whitehouse per una lettura più articolata.

  • Poi basta guardare il banner pubblicità di Gagosian Roma che c’è ora quì su Artribune. Houseago, ancora New Arcaic ancora Giovane Indiana Jones tra archeologia, uomo primitivo e sculture outsider, pazzoidi e fai da te. Ma il tutto da Gagosian. Quindi benissimo questo ritorno al materico e alle origini, ma non prendiamoci in giro. Non parliamo di novità, ma di una moda che c’è già da alcuni anni. Gioni ha fatto un ottimo lavoro nel presentare questa tendenza-moda nel modo migliore, alternandola a cose più recenti per mantenere tutto rinverdito e non fare proprio un mercatino dell’antiquariato.

    Questo ripiegamento sul passato, è in parte un fallimento, che testimonia di una disillusione dell’artista, del curatore e del museo.

  • alberto esse

    Concordo in pieno sull’ analisi Marco. Costituisce una buona nase di riflessione mon solo su questa biennale ma nche sullo stato dell’arte contemporanea. In particolare sarebbe da approfondire il discorso degli outsider di sistema. Essere outsider oggi è essere realmente e lucidamente “fuori” e incompatibili con tutti i gioni ed i gigioni delo star sistem dell’arte.

  • andrea bruciati

    articolo interessante e al di fuori dal coro

  • nicola di caprio

    Andrò a vederla anche tenendo conto di questo punto di vista, sanamente fuori dagli incenzi.

  • Poi bisogna stare attenti a non fermarsi alla visione generale che per quanto lucida non riesce ad agire in modo puntuale e chirurgico.

    Parliamo delle opere.

    Gli italiani e un intruso di Gioni.

    L’opera di Rossella Biscotti.

    L’opera di Diego Perrone

    L’opera di Yuri Ancarani

    L’opera di Roberto Cuoghi

    L’opera di Dan Vo

    • michele

      Parlare di opere vive o di feticci morti collocati nel mausoleo della biennale? Questo è il problema!

  • francesco s

    La questione degli outsider è ridicola, gli outider, per definizione, non ci sono nella mostra di Gioni, perchè sono OUT appunto. Poi spesso gli outsider per modi e opere sono peggio degli insider, mi sembrano problematiche vecchie e noiose. Vorrei tanto che Gioni ci parlasse delle opere di Biscotti e Perrone….abbastanza gratuite e poco incisive. Non si capisce perchè loro e non tanti altri…..misteri enciclopedici….

  • pneumatici michelin

    Analisi solo in parte condivisibile, Marco Senaldi e quindi ti direi questo:
    1) se la mostra è ben allestita è perchè Gioni ha saputo allestirla bene e non mi pare che questo sia di per sè per forza negativo: inoltre non credo che bisogna andare da Gagosian per vedere una mostra ben presentata: bisogna vedere a cosa sei abituato, forse in italia ci sono tanti curatori che non sanno fare belle mostre invece, anche perchè forse si accontentano della robaccia che passa il convento che scoraggerebbe anche il più grande e scafato curatore.
    2) i prestiti e le proprietà: l’arte visionaria ha i suoi musei le sue collezioni e i suoi spazi in giro per il mondo non solo negli USA, da Prinzhorn in poi : la novità è vedere questo tipo di arte alla biennale dopo il genere di Biennali che ci siamo sopportati da anni. Cosa deve fare un curatore, evitare i canali cosidetti ufficiali di qualsiasi genere e bussare a caso alle porte delle case di tutto il mondo? E tu lo fai?
    Perchè non sei così critico allora per tutte le altre biennali dove le targhette sono sicuramente più numerose (e forse anche le mance)?
    Senza spostarti dall’italia ti chiedo allora cosa ne pensi dei curatori che lavorano solo con gli artisti con cui lavorano, anche in occasioni dove dovrebbero spaziare?
    Cosa pensi del fatto che gran parte delle mostre collettive istituzionali funzionano così anche in italia( e aggiungerei con un’arte che interessa solo i coinvolti)?
    3) lo spazio che esalta l’importanza dell’opera: beh questa poi da te non me l’aspettavo! ma guarda che vale anche per le stupidissime installazioni e opere di tutte le Biennali passate : solo che precedentemente si doveva calcare la mano anche con le dimensioni data la povertà delle idee: e via con aeroplani ribaltati, ferraglia varia, frastuoni rumoristi, mobili senza i cassettoni, lampioni in pieno giorno, giostre varie e così via.
    4) era da tempo che personalmente uscivo regolarmente infastidito da tante brutte biennali e a detta di tanti che ho sentito questa è la prima che si visita con piacere e curiosità: certo qui ci si deve soffermare e leggere molto a differenza del passato, dove gli autori non erano così interessanti da essere conosciuti più approfonditamente
    5) forse potremmo essere ad un giro di boa come accade alla fine dei 70 inizio 80 quando ritornò la pittura: capisco che i critici sentano il pericolo di essere esautorati da un’arte che fà a meno di fredde o articolate analisi e ritrovi il piacere di un’atto creativo personale e irrinunciabile, un’arte che ha fatto a meno sin’ora di grandi vetrine. Ma forse alcuni critici preferiscono gli artisti come degli opportunisti che lavorano solo in occasione di grandi eventi espositivi o in vista del sistema dell’arte preteso ufficiale. O forse come nell’ultima Documenta si preferisce usare gli artisti come le tessere di un mosaico di teorie e nozioni di seconda mano.
    6) da che pulpito viene la predica! ti danno fastidio i matti e gli stregoni e anche i disegni di Jung però i cretini e gli ignoranti li studi e li apprezzi tanto che ricordiamo i tuoi memorabili testi dedicati al fenomeno del Grande Fratello e ad altre cruciali questioni, da Suart Hall de Milano.

    • parole al vento4

      CONCORDO TOTALMENTE.
      Aggiungo però che credo che la figura del curatore deve cessare di esistere. Gli artisti bravi sanno curare molto meglio le mostre. Gli artisti sono stati per troppo tempo schiacciati ed usati strumentalmente ad un discorso che non li riguarda direttamente. Un esempio? Secondo voi Fabio Mauri è stato scelto per il suo riferimento al travaglio dello Shoah oppure perchè ad uno sprovveduto può sembrare una riflessione su un paese in mutande?

      • savino marseglia (artista)

        Condivido! E’ da tempo che sostengo l’inutilità del “internazional curators”. Una categoria che distrugge la libertà dell’artista, relegandolo ad un mero produttore di feticci etichettati e approvati dall’artsystem…Gli artisti operano in un circuito prigione un’esperienza completamente agiata, all’apparenza libera, ma nella sostanza chiusa: nel senso che non lo mettono in discussione dall’esterno, ma solo all’interno dove non c’è mutamento solo immobilità perenne.

  • pneumatici michelin

    Dimenticavo delle scelte italiane: queste sì non buone ma dopotutto come al solito c’è qualcosa che non funzia in italia.
    Forse mi è piaciuto Cuoghi ma sinceramente non credo sia un artista che durerà, considerato che gli ingredienti usati pesano più della visione che ne stà alla base , poco credibile perchè troppo volutamente visionaria.

    • Francesca

      Assolutamente puntuale. assolutamente d’ accordo con pneumatici michelin. Aggiungerei a questa lucida analisi che la Biennale e’ l’ unico evento d’ arte contemporanea che richiami interesse e gente dall’ estero ( addetta e non) e attorno alla quale gira comunque un’ economia a fronte del denaro speso. Che la Biennale e’ un evento culturale e la cultura non e’ qualcosa di cui si deve fare a meno nel momento di crisi… questa e’ una visione tutta Italiana! La stessa che ha messo in ginocchio questo paese! Che ben vengano le critiche, ma sinceramente non mi pare che ci si possa permettere di puntualizzare sulle scelte di Gioni, non con un panorama curatoriale come quello Italiano!

      • parole al vento4

        Esatto di artisti-curatori eccelsi ce ne sono pochissimi al mondo. A tutti gli altri italiani e non dico: RAGAZZI/E IMPARATE DI NUOVO IL MESTIERE DI CRITICO

  • Alberto Esse

    Non è questione di miglior o peggior curatore, miglior o peggior organizzazione degli spazi. A non funzionare è lo strumento biennale, all’interno dell strumento sistema dell’arte basato sul mercato a non funzionare come espressione di una reale arte contemporanea. E’ l’accumulo di centinaia o migliaia di artisti che potrebbero essere ad ugual titolo altri centinaia o migliaia scelti nel novero globalistico di decine o centinaia di migliaia di artisti di tutto il mondo.
    La performance che mi sembra quest’anno molto trendy, alla biennale con il corollario del leone dora a Tino Shegal ha una sua ragione d’essere nell’arte di strada, all’interno di un contenitore come la biennale è qualcosa di stucchevole e solipsistico. Lasciamo stare la novità, dai futuristi a fluxux la performance non è certo una novità.
    Non mi importa si Gioni abbia fatto una biennale un po’ più bruttina o bellina che le passate. Quello che mi importa se ha fatto o non ha fatto una biennale che si pone fuori dalla macchina tritasassi e tritaarte dell’attuale sistema dell’arte.
    Quanto all’arte outsider,quella reale, quella che esiste e opera nella realtà concreta innanzitutto non ha nulla a che vedere con un “arte visionaria” e sopprattutto non ha bisogno di referenti istituzionali per esistere ed essere anche conosciuta.
    Quando il signor pneumatici michelin (ma che noia questo non metterci la faccia) dice che Gioni non poteva andare a bussare di casa in casa per scoprire gli artisti outsider dice qualche cosa che non risponde al vero. Le scelte di inclusione ed esclusione in questi casi non avvengono su criteri di conoscenza o meno e men che meno di valore astratto ma sula base di criteri di politica culturale ed artistica
    funzionali al sistema. In questo caso funzionali al sistema biennale.
    Mi scuso se porto il mio personale esempio, ma è solo perché credo sia esplicativo di come funziona il meccanismo. Lavoro da 60 anni nel campo dell’arte sperimentale non di sistema: Mi sono sempre disinteressato del rapporto con il circo dei critici e dei curatori alla moda. Ma proprio per questo non ho lasciato ad essi l’alibi facile di dire “non l’ho scelto perché non lo conoscevo”.
    Se Gioni non mi ha scelto è perché ha dato un giudizio di valore (di mercato?) motivato, (che tra l’altro condivido, una mia inclusione sarebbe suonata come una delegittimazione del mio lavoro) e credo che il mio caso sia quello di tanti altri artisti che si pongono oggi fuori dalle regole poste dallo star sistema dell’arte. Punto.Possiamo discutere all’infinito sui criteri di inclusione ed esclusione adottati, ma per favore, lasciamo stare la scusa dell’ignoranza.

    • savino marseglia (artista)ichele

      La vera domanda è: come mai Gioni ha scelto la performance, uno pratica artistica adottata già dal dadaismo, dal futurismo…, ripresa poi negli anni 60 e 70. Cosa vi è di novità tra la prassi artistica delle avanguardie storiche e gli attuali giochetti di artisti ansiosi di successo che si cimentano con la performance?

      Sotto questo aspeeto, la biennale è davvero il calco negativo di una prassi artistica obsoleta, lontana dalla realtà e dalle sue svariate forme di vita. L’unica possibilità che ha l’artista è il RIFIUTO di una produzione materiale e spirituale, timbrata, etichettata dal consenso unanime di curatori addomesticati nel circuito dei musei-mausolei.., al servizio del mercato finanziario dell’arte.

  • pneumatici michelin

    ecco l’artista che parla del proprio caso ci mancava: fortuna che non lo invitano alla Biennale altrimenti gli delegittimano il lavoro!

    • alberto esse

      Hai ragione, avrei fatto meglio a non portare il mio esempio personale. Avrei dovuto saperlo che sarebbe stato usato per spostare ed ignorare le problematiche generali poste. Detto questo ed eliminato il caso particolare resta in piedi l’assunto che invlusioni ed esclusioni nulla hanno a che fare con la conoscenza dell’esistenza o meno del lavoro di un dato artista. Resta in piedi la critica sistemica alla biennale e alle manifestazioni consimili. Questo è il nucleo del mio intervento, tutto il resto è polemica sterile che non porta da nessuna parte

  • Eliphas Levi

    Caro esse ammazziamo qualche centinaio
    di migliaia di artisti Cosi ne rimangono solo
    Qualche milione e cosí la selezione x le biennali sará
    Piú facile e giusta e finalmente il tritacarne non
    Affliggerá Ancora l’esistenza.

  • pietro c

    d’accordo col dire che questa biennale ha segnato un giro di boa, sia dal punto di vista curatoriale e sia dal punto di vista della figura dell’artista.
    certamente gli out-siders sono out proprio perchè sono fuori e non dentro, ma non dimentichiamoci che nel momento in cui noi formuliamo un discorso sull’arte, intesa come arte contemporanea, abbiamo necessariamente bisogno di riferire le nostre argomentazioni a manifestazione ufficiali come la biennale (se facessimo il contrario non dovremmo stare qui a commentare questo articolo).
    la messa in questione di questa biennale è sul concetto di contemporaneo e nello specifico sulla temporalità in cui agisce e da cui prende le mosse l’opera d’arte, e quindi il lavoro dell’artista.
    non è un caso che agamben è stato molto citato in questa edizione di biennale.
    mi viene in mente una frase del così criticato germano celant: “il valore di un’artista si puo stabilire solo dopo 40 anni”, verissimo.
    la crisi che vive oggi l’arte contemporanea non è dovuta forse alla voracità, insensata, con cui si cerca di storicizzare il lavoro di un artista?
    non è forse dovuta al fatto che si è passati dalla comprensione dell’opera alla imposizione dell’opera?
    credo che questa biennale abbia azzerato il concetto di arte contemporanea, in senso agambiano, più degli altri tentativi presenti in biennale che, se pur meritevolmente, si fermano ad una interpretazione didascalica del pensiero del filosofo (padiglione italia ecc..).
    esemplare è il caso del lavoro della biscotti, il suo lavoro messo in quell’angolo insieme ad opere di psicotici e “non-artisti” perde tutta l’aurea da whitecube, un lavoro che non potendo più contare sul design pulito del whitecube classico, crolla clamorosamente.
    le stampelle, in questa biennale, non sono state fornite.
    le opere zoppicanti, in questa biennale, cadono clamorosamente.

  • Massimiliano

    Son quasi ventt’anni che vivo e resido a Bilbao (Paesi Baschi) nella Spagna. Anche se per motivi ovvi come scrittore, artista, poeta vengo spesso a Roma, Milano e alla vecchia Europa che singhiozza su una cultura scheletrizzante. Da quello che ho letto sul catalogo di questa Biennale, e da ció che ho visto e su quello che il visitatore (che deve fare il suo ruolo, cioé quello di vedere), con calma senza svizzerine sceme, senza intoppi e contaminazioni varie, La Biennale bisogna vederla predisposti e mettere in bianco la mente, io conosco un sacco di persone qui in Spagna che vanno a Firenze per sfizio, per moda e perché vanno tutti gli altri, ma poi non sanno dire un acca sul “David” E allora? Che succede? É semplice! Il pubblico ha perso il ruo ruolo vuole fare il lavoro di publico, quello di critico e quello dell’arte e questo non é possibile questa é una cosa che spetta solo all’artista, l’artista puo creare e puo distruggere l’opera il pubblico se a caso mai lo faccia avrá fatto risuscitare l’opera stessa. La critica del signor Senaldi é un poco noiosa, troppi pasaggi dove si parla, parla senza dire assolutamente nulla, del resto mio caro Senaldi lei morirá come me e come molti Veneziani, Ma non potremo avere questa gioia intellettuale di vedere questa meravigliosa cittá sottomergersi dalle sue acque alte e sa perché perché la gente come Lei, crede alle fiabe false e non a quelle vere, lei dovrebbe leggere Michael Ende “Momo” per esempio,in Lei ho visto uno di quei -uomini grisi- che divorano il tempo, senza neanche poi scindere i veri fatti. Di queste riflessioni l’Arte é piena. Caro signor Senaldi ma lei provi a chiedersi perché ancoraoggi, questo pubblico che Lei tanto ama e vilipendia quello dell’artista e di chi ha lavorato in questa Biennale, provi a chieder cosa pensa o ci dica che cos’é “Il Grande Vetro” di Duchamp o la “Etant Donne” sempre di Duchamp, o se all’ ultima Documenta ha veramente capito “The Refusal of the Time” che venne anche al MAXXI di Roma del signor William Ketindrige, ma Lei sa che tutt’ooggi la maggior parte del pubblico non ha capito ne sa cosa dire su “2001 Odissea nello Spazio” o addirittura sulle concezioni matematiche di Fibonacci e di Piero della Francesca. Signor Senaldi, la sua critica e sempre la solita -zuppa- mi sembra di sentire mio padre quando invece di ascoltare le schifezze di Cinquetti, Morandi, Celentano, Pizzi, e compagnia bella io ascoltavo Fo, Gaber, Hendrix, Emerson Lake & Palmer, Bowie, Cream, Nice, y Pink Floyd. Ma il tempo che sempre é il vero giustiziere ha seppellito i cosidetti guru del nostro passato di chi Lei é protagonista -I Visconti, Fellini, e invece sono risorti Monicelli, Risi soprattutto, Vannini…Sinceramente lasci che la Serenissima ci offri questa Biennale in questa Italia di -destra- e piene di speculatori che pensano solo ai soldi delle loro tasche, dove le loro mani -pulite per averle sempre avute nelle tasche chiaramente, como ci diceva il buon saggio padre Mazzolari (se lo ricorda vero) bene la Serenissima ci seppelirá come ci seppellirá il tempo tiranno e divoratore e anche questi politicastri da 4 soldi, di fascisti nuovi spariranno nella polvere del tempo. Ma la Biennale no perché se cosí fosse allora l’uomo questo imbecille del’Eden, che vuuole essere Dio senza aver creato nella; sparirá anche -lui- y l’Arte anche. Guardi. La Biennale del signor Gioni, é una Biennale come le altre avrá bisogno di sparire per essere veramente criticata, e vedendo la prossima forse risorge piú di prima. L’uomo sempre ha la riflessione a ritardo il prima é il dopo, il dopo é il meglio e il meglio é il nulla. E la Serenissima continuerá affascinando mezzo mondo mentre l’altro sará totañmente innamorato della sua poesía di questa morte lenta ma tremendamente bellissima…..Grazie da Massimiliano Tonelli

  • mario

    la cosa interessante di questa biennale è che essendo cosí “ben” preparata e confezionata,sia tecnicamente che concettualmente, espone ed afferma un paradigma culturale in maniera abbastanza precisa, e per questo apre ad una discussione, che non è la solita discussione da salotto,o sul singolo artista, ma qualcosa di piú fondato e importante. sono d’accordo per molte cose su senaldi e vedendo alcuni nomi e l’approccio di gioni nelle numerose interviste pre-biennale si intuiva bene il suo modo di vedere l’arte come fenomeno prettamente etno-antropologico, nel senso – un pó esagerando – colonialista del termine, tra umanismo universalista e incasellamento delle forze centrifughe in una grande esibizione di espropriazione ed appropriazione culturale, quasi violenta per la leggerezza con la quale viene realizzata.comunque la vado a visitare con interesse.ciao…

  • Voxpopuli

    Grazie Marco Senaldi. Finalmente un po’ di lucidità in tutto questo caos.
    L’Arsenale è, senz’ombra di dubbio, un autentico disastro.
    Assenza assoluta di concetto, di contenuto, di criterio espositivo e d’orginalità formale. Insomma non ne ha fatto una di giusta.
    Uno ne esce confuso tra la rabbia e l’incomprensione.
    L’incomprensione per l’anullamento dello spazio (l’arsenale diventa un continuo stand di fiera), la sorpresa davanti ad accostamenti improbabili conclusi da didascalie di telenovela dove appare la storia di questo povero dimenticato artista affetto da una forte forma d’autismo. Altro che Palazzo Enclopedico, dovrebbe chiamarsi L’apologia di wikipedia o di come fare della speculzione un arte. Da non crederci.
    Arte di buon salotto disposto e predisposto agli adormentati palati, ‘il nulla sotto forma di qualcosa’.
    Meno male che Walter di Maria, sul finire di questo triste percorso, fa sì che uno se ne vada con un dolce sapore in bocca.

    • Barbara Lo Scaccio

      ma sparati… sei bigotto, ancora con Walter de Maria

      • michele

        bisognerebbe chiudere l’arsenale e trasformarlo in qualcosa di più utile, come un bel allevamento di polli lagunari e galline padovane…

    • Eliphas Levi

      L’installazione di De Maria É una delle cose più
      Stupide e inutili che ho visto. Meglio le opere dei pazzi,
      Dei drogati, degli stregoni e dei naif!

  • Voxpopuli

    Beuh, mi sembra che l’importanza di Walter di Maria sia fuori dubbio..
    Comunque non era questo il punto della discussione ma bensì l’assenza di criterio del nostro Gioni. D’altronde cosa si poteva aspettare dell’enfant prodige de Bonami?

    • savino marseglia (artista)

      L’importanza?

  • giancarlo

    sempre molto attento e bravo Marco Senaldi

  • giancarlo

    outsider è molto fashion e fa parte della foundation

  • guido fabrizi

    Scusate, vorrei sapere perché non ritenete pubblicabile il contenuto del link in allegato. Grazie. Guido

    http://guidofabriziraccontibrevi.wordpress.com/mindset/

  • Nel link potrete vedere L’immagine che ha scandalizzato Gioni, apprezzata dalla National September 11 Memorial & Museum Foundationl, e una decina di direttori di musei di arte moderna nel mondo…Un saluto. Guido
    http://guidofabriziraccontibrevi.wordpress.com/mindset/

  • Caro Guido, se vuoi ti rispondo io. Non è che l’onirico è tale solo se è dichiarato, per tanto tutto può essere e tutto può non essere. E non è neanche detto che un’opera, una foto, faccia la partecipazione alla Biennale. Anche io mi sono confrontato con Gioni su questioni simili e dopo 4 anni di quotidiana attività di whitehouse. Ma Gioni ha diritto di fare le sue scelte.

    Ma non pensare a questo, pensa piuttosto alla forza del “curatore” e al tuo disagio per non partecipare alla biennale. La tua foto oggi può arrivare a tante persone, tramite i social network e a siti come Artribune…dove sta il problema? Vuoi il riconoscimento? Diventa anche tu curatore, sono loro i sacerdoti…non certo gli artisti….ti consiglio di seguire whitehouse. un saluto, luca

    • guido

      Sono d’accordo con il fatto che un curatore possa rifiutare qualcosa di valido, come si dice: “morto un curatore se ne fa un altro”… Il problema è che Gioni, nei miei confronti, è stato abbastanza ambiguo… Bastava limpidezza. E’ la dinamica tipicamente italiana a restare in trachea, la solita storia che condiziona, nel nostro Paese, anche l’andamento delle cose quotidiane…Ad esempio il direttore del MOMA di New York mi ha risposto invitandomi ad andare a trovarlo. Pietromarchi non mi ha cagato di pezza. Non è una questione di “risico” ma di malacultura della quale siamo, tristemente, noti nel mondo…Un saluto. Guido

  • guido

    Sono d’accordo con il fatto che un curatore possa rifiutare qualcosa di valido, come si dice: “morto un curatore se ne fa un altro”… Il problema è che Gioni, nei miei confronti, è stato abbastanza ambiguo… Bastava limpidezza. E’ la dinamica tipicamente italiana a restare in trachea, la solita storia che condiziona, nel nostro Paese, anche l’andamento delle cose quotidiane…Ad esempio il direttore del MOMA di New York mi ha risposto invitandomi ad andare a trovarlo. Pietromarchi non mi ha cagato di pezza. Non è una questione di “risico” ma di malacultura della quale siamo, tristemente, noti nel mondo…Un saluto. Guido

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