Architettura nuda #1. Un invito sulla nudità

Valerio Paolo Mosco, autore di un libro intitolato “Nuda architettura”, ci parla della sua idea di nudità. E del perché ci sia bisogno di recuperarla. In architettura, nell’arte e non solo. Dando il via a un nuovo ciclo di articoli su Artribune.

Felix Candela, prova di carico su un pilastro ad ombrello, prima metà degli anni ’50

Colin Rowe, un critico attento a come le opere apparivano, per cui scettico verso i simbolismi, nel simbolismo ci è ricaduto. Forse influenzato da Panofsky, ha cercato allora di considerare il moderno alla luce di un concetto non certo privo di implicazioni simboliche: la trasparenza. Mi sono sempre chiesto come mai Rowe invece della trasparenza non avesse scelto la nudità, un attributo assai più significante e tra l’altro più verificabile. La nudità infatti è la vera “buona intenzione del moderno”, la sua segnatura. Per essere moderni è necessario preventivamente denudarsi e ciò per cercare di tornare, come racconta Rowe nel suo The architecture of good intentions, nel giardino dell’Eden, passando caso mai per una porta secondaria dove, continua Rowe, si potrebbe trovare un San Pietro condiscendente oppure Karl Marx. Liberarsi quindi della foglia di fico, della decorazione vergognosa, e così tornare senza peccato nell’Eden della legge di natura indicata da Rousseau e tradotta in architettura da molti. Baudelaire, uno degli inventori della modernità, lascia una serie di frammenti dal titolo Il mio cuore messo a nudo, quasi a volerci dire che per essere assolutamente moderni è necessario per prima cosa denudare il cuore e così puri vedere il cuore di tenebra di quella realtà effettuale raccontata da Nietzsce, Marx e Freud. Oggi Agamben e Nancy, due filosofi che si sforzano di uscire dal gioco di specchi di un postmoderno ormai in agonia, si interrogano sulla nudità come paradigma metafisico (Agamben) e sociale (Nancy) e lo fanno perché, sebbene il moderno sia finito, i nuovi tempi (tempi di crisi, come sappiamo) impongono l’aspirazione ad un mondo meno “vestito”. In altri termini non sappiamo dove stiamo andando ma il modello di sviluppo che abbiamo avuto negli ultimi decenni, vestito da sovrastrutture e orpelli, di certo non ce lo possiamo più permettere. Denudarsi quindi, per alleggerirci. Denudarsi oggi per riguadagnare l’eden ieri. Diverse ragioni per lo stesso atto.

Rem Koolhaas, Progetto per la Biblioteca di Francia, 1989
Rem Koolhaas, Progetto per la Biblioteca di Francia, 1989

L’altro anno ho scritto un libro dal titolo Nuda architettura. Il libro ha una duplice intenzione. Da un lato si chiede come mai il termine nudità sia spesso utilizzato dai maestri del moderno e dai relativi critici come Giedion, Pevsner, Zevi, Banham, Rowe, senza però mai aver avuto la sua dovuta autonomia iconografica e la conseguente rilevanza simbolica. Dall’altro considera una contemporaneità in cui le migliori opere sono per l’appunto nude, svestite da un passato prossimo che ci consegna un’architettura appariscente e vanitosa, spesso ingombrante, anche da un punto di vista intellettuale. È necessaria una precisazione: la nudità in architettura di fatto non esiste in se per sé, nel senso che un qualunque edificio per essere abitabile ha bisogno di un rivestimento; solo infatti gli edifici in costruzione e in rovina possono essere considerati nudi. La nudità quindi, in architettura, e forse anche in altri saperi è, per dirla con Weber, un tipo ideale, un riferimento alle volte persino archetipico, a cui si tende ma che in realtà non esiste nella sua purezza ideale se non nelle condizioni limite. Eppure possiamo considerare nude anche nel linguaggio comune, le opere in cui riscontriamo una tendenza alla riduzione, all’essenzialità, alla scabrezza e all’anonimato. Più in generale quelle opere che per un verso o per un altro tendono verso un ineffabile “grado zero”. A mio avviso le opere più interessanti di oggi, sebbene con modalità eterogenee, tendono a ciò. È un’ipotesi del tutto personale che va disgiunta dal discorso sulla nudità in architettura, che essendo un paradigma iconografico insito nel fare architettura ormai da secoli, può ispirare altri ragionamenti.

Adolphe Appia, Espaces Rythmics, 1909
Adolphe Appia, Espaces Rythmics, 1909

Abbiamo allora invitato una serie di architetti a raccontarci che cosa fosse per loro la nudità e se questo paradigma fosse capace di darci delle ragioni di ciò che appare sfuggente, ovvero il momento che stiamo vivendo. David Foster Wallace in una conferenza racconta: due giovani pesci incontrano un pesce più anziano e molto rispettato che gli chiede: “Come è oggi l’acqua ragazzi?”. I due giovani pesci rispondono elusivamente e dopo essersi congedati uno di loro chiede all’altro: “Ma cosa è l’acqua?”.
Reputo che nell’acqua in cui continuiamo a nuotare ormai da secoli c’è anche la nudità ed oggi è necessario se non vitale, tornare a chiedersi cosa sia l’acqua.

Valerio Paolo Mosco

CONDIVIDI
Valerio Paolo Mosco
Laureato in Architettura a Roma (1992), Dottorato di Ricerca in Progettazione Architettonica (2005-2008). È stato contrattista presso lo Iuav nel Dipartimento di Progettazione Architettonica dal 2002 al 2005. Ha insegnato presso all’Illinois Institute of Technology (IIT) a Chicago (2006); presso la Facoltà di ingegneria di Brescia (2007-2008); presso lo Iuav di Venezia (corsi di: Progettazione architettonica, Caratteri tipologici e Morfologici, Teoria dell’architettura e in due workshop estivi). Ha insegnato al Politecnico di Milano Storia dell’architettura italiana (corso in inglese) e presso lo IED di Roma. Ha partecipato a numerosi concorsi nazionali ed internazionali risultando vincitore del Concorso Europan 4 ad Osjek in Croazia (1997, con Andrea Stipa) e nel Concorso per la Nuova Sede Wind di Roma (2000, con Aldo Aymonino e Officina 5) e vincitore del Concorso per la Scuola d’infanzia a Galcetello a Prato (2008, con Andrea Stipa). È autore dei seguenti libri: Architettura a Zero Cubatura: il progetto degli spazi pubblici (con Aldo Aymonino, Skira, 2006, edizione italiano, inglese, francese); Valerio Paolo Mosco, 2003/2005: Scritti (Edilstampa, 2006). Archiettura Contemporanea, Stati Uniti – West Coast e Archiettura Contemporanea, Stati Uniti – East Coast, (Motta Edizioni Sole 24 Ore, 2008-2009, edizione italiano e francese). Steven Holl (Motta Edizioni Sole 24 Ore, 2009, edizione italiano e inglese). Sessant’anni di ingegneria in Italia e all’estero (Edilstampa, 2010); Nuda Architettura (Skira, 2012, edizione italiana e inglese), Ensamble Studio (Edilstampa, 2012). Nel 2008 per l’Enciclopedia Italiana Treccani ha redatto la voce “Città e Spazio Pubblico”. Ha pubblicato diversi articoli per l’Industria delle Costruzioni, Area, Progetti e Concorsi, Abitare e Lotus.
  • Pingback: Architettura nuda #1. Un invito sulla nudità – Artribune « www.architetto.es()

  • Pingback: Architettura nuda #1. Un invito sulla nudit&agr...()

  • Interessante punto di partenza, a dire il vero molto spesso in architettura il minimalismo, magari privo di un’attenuante cura nel dettaglio, risulta un’ottima “copertura” per fare poco o nulla, ma una funzione definita in modo essenziale dovrebbe essere sempre l’obbiettivo principale di questa disciplina.

  • Pingback: Architettura nuda #1. Un invito sulla nudit&agr...()

  • Nell’immenso guazzabuglio in cui l’arte è precipitata a cavallo del secolo, tentare ansiosamente di attribuire a questo o a quell’artista, a questa o a quella corrente un punteggio obiettivo nella scala dei valori, è quantomeno presuntuoso, e resterebbe pur sempre un giudizio opinabile e relativo.

    Perfino le parole sembrano diventate di difficile lettura in questo periodo, e ciò è indubbiamente collegato alla ormai evidente crisi generale di una civiltà agli sgoccioli.

    Eccessiva nel suo assolutismo mi pare comunque la condanna senza appello di Giulio Carlo Argan che, in un famoso libro-intervista di qualche anno addietro , decretò la fine dell’arte dal momento che, nelle recenti espressioni artistiche, ormai erano venuti meno tutti i parametri di valutazione che fino ad allora avevano stabilito delle gerarchie di valori, accettati quasi universalmente.

    Il “sistema dell’arte”, recentemente, aveva bene o male stabilito, mediante una variegata giuria di specialisti, un criterio di selezione e di giudizio, però con due gravi difetti: tagliava fuori diversi settori specifici (la Sardegna era uno di quelli) e soggiaceva spesso, nel formulare le sue scelte, alla prepotenza economica delle multinazionali.

    Oggi sembra che tutti i tentativi di aggancio ad un qualsivoglia punto fermo (critici, collezionisti, musei) sia fallito. E’ sufficiente sfogliare il grosso volume di Vittorio Sgarbi, pubblicato in occasione della Biennale di Venezia del 2011 ,decentrata a livello regionale, che ampiamente testimonia lo stato confusionale dell’arte, facendo crollare il mito della superiorità dei grandi centri economici e sgretolando ciò che l’autore chiama “Cosa Nostra”, cioè l’esclusivo potere dei grandi critici nel condizionare lo sviluppo stesso dell’arte e della cultura, tenendo saldamente in mano per decenni la direzione delle grandi mostre. D’altronde, sconfitti i grandi ideali politici, morali e religiosi, ci si sta arrampicando sugli specchi, per trovare un aggancio stabile per regolare la nostra vita associativa e privata. Tutto sembra cedere allo strapotere dei quattrini (e si potrebbe, in questo, e anche nella crisi spaventosa che stiamo attraversando, intravvedere ormai il fallimento del sistema del capitalismo globale).

    Anche nell’arte, il “sistema” ha ben presto ceduto al potere incontrollabile delle multinazionali, ormai in grado di pilotare il presente e il futuro dell’arte internazionale (quella che tutti in provincia si affrettano ad imitare); l’idea di Sgarbi, pur geniale e a suo modo rivoluzionaria nelle intenzioni, rischia di provocare uno stato di sconcerto e di indeterminatezza. Messo in crisi il potere assoluto e semisecolare dei critici, tutto rimane sospeso a mezz’aria. Restano le rovine che ogni rivoluzione lascia dietro di sé; alcune lasciano dei semi che poi modificheranno la storia, altre scompaiono nel nulla. Ma l’arte non scompare mai, anzi si rigenera in forme sempre nuove, essendo collegata strettamente alla storia dell’umanità. Anche la Biennale di Sgarbi dovrà dare nuovi frutti; altrimenti rimarrà una onorifica patacca da esibire in qualche catalogo.

    Cosa fare dunque?

    Pur con la modestia e la cautela che il caso richiede, proviamo anche noi a scalfire questa muraglia che sembra non avere alternative.

    Nella nostra storia ormai, sulle verità assolute ed eterne ha preso il sopravvento la relatività di ogni “verbo”; perché non provare a rifiutare ogni “estetica” prestabilita, ogni assioma prevaricante? Ridiventare liberi “come gli uccelli nell’aria e i gigli nei campi”,di evangelica memoria, come fu libera l’arte nei periodi in cui non era assoggettata a qualche impero – economico, ideologico o religioso che fosse -, ritrovare il gusto di essere se stessi, riflettere il proprio mondo interiore, senza censura alcuna, partendo dal nostro vissuto quotidiano e dalla nostra cultura storica, anima e sangue, invece di rincorrere astruse astrazioni cerebrali, nate chissà dove, imposte al mondo chissà come.

  • Pingback: Architettura nuda 1-4 | 2013 annata IV online()

  • Pingback: Architettura nuda 12 |()

  • Pingback: Su “Architettura nuda” – zeroundicipiù.it()