Lia Rumma. Il diretto Napoli-Milano

Se dovessimo stabilire una data e un luogo in cui ha inizio questa storia, diremmo Amalfi 1968. È lì e in quell’anno che l’Arte Povera mostra tutta la sua forza. A tirare le fila curatoriali c’è Germano Celant, ma tutto il resto lo fanno Marcello e Lia Rumma, giovani collezionisti appassionati d’arte contemporanea. Il resto è storia raccontata dalla viva voce di Lia in questa intervista, che segue quelle già pubblicate di Sperone, Mazzoli, Sargentini, Marconi e Tucci Russo.

Ritratto Lia Rumma davanti a cielo stellato di Thomas Ruff

Il marito Marcello ha contribuito a “inventare” l’Arte Povera. Lia è stata comburente essenziale per lo sviluppo culturale di una Napoli oggi fortemente rimpianta; ha poi scelto Milano per continuare a fare arte, legando per sempre alla città il nome di Anselm Kiefer. Basta questo per dire, in sintesi, chi sia Lia Rumma?
Io non so chi sia davvero Lia Rumma. Il mio è un percorso continuo, una ricerca costante; se devo rispondere su due piedi, posso dire che sì, Lia Rumma è una gallerista che ha cominciato la sua attività in Campania e poi ha aperto uno spazio a Milano. Ma non è una risposta esaustiva…

Partiamo dal principio, allora, e magari arriveremo a un ritratto più completo. Da dove arriva Lia Rumma?
Da qui, da Milano. Si parla spesso di me come di una gallerista napoletana, ma in realtà ho origini lombarde: sono nata a Voghera e ho vissuto, fino ai dieci anni, prima a Milano e poi a Como. Per cui, quando ho deciso di aprire uno spazio in città non posso dire di essermi trasferita, ma di essere tornata; ho chiuso il cerchio della mia vita: sono nata qui, mi sono spostata e sono tornata.

L’incontro con l’arte contemporanea, però, arriva al Sud…
Vengo da una famiglia “classica”: mio padre era un appassionato latinista e dantista e naturalmente ha dato ai suoi figli una formazione sensibile a quel genere di cultura. L’incontro con mio marito Marcello – un destino! Il mio destino! – mi ha portata invece a vivere molto il presente. Ci appassionammo a ciò che succedeva, in arte, nella nostra contemporaneità: lui già a diciotto anni era un collezionista attento e molto acuto.

Un collezionista che non si limitava a sostenere gli artisti comprando opere, ma costruendo occasioni di incontro e confronto.
Benché giovanissimo, era già un protagonista, tant’è che nel ’68 ha firmato con Germano Celant la grande mostra ai cantieri di Amalfi che ha lanciato il movimento dell’Arte Povera, tra i più importanti eventi dell’arte italiana negli ultimi quarant’anni, e ha dato con quella mostra una dimensione assolutamente internazionale al movimento. Marcello fu il prezioso sponsor e organizzatore di Amalfi ’68 (allora avevamo davvero pochi soldi) ma furono invitati tutti quegli artisti quali Merz, Paolini, Zorio, Pistoletto ecc. che, nelle tre giornate di Amalfi, dettero vita a una delle più belle storie italiane della nostra contemporaneità. Una tre-giorni che oggi è ricordata in tutti i libri di storia dell’arte: erano stati invitati critici importanti e fatto un convegno di cui furono pubblicati gli atti. È stata la prima volta che gli artisti di quel gruppo hanno potuto confrontarsi direttamente con colleghi stranieri. È stata la prima volta che Richard Long è venuto in Italia.

Galleria Lia Rumma, Milano - photo Corinna Cappa
Galleria Lia Rumma, Milano – photo Corinna Cappa

Che clima si respirava in quei giorni ad Amalfi?
Non dico inconsapevolmente, ma sportivamente, allegramente – perché poi si chiacchierava, si giocava – in quel contesto abbiamo fatto la storia dell’arte italiana degli ultimi anni.

Da quella esperienza come si arriva alla galleria?
Nel ’69 Marcello inaugura la sua attività di editore, pubblicando – siamo stati i primi a farlo in Italia – testi inediti di Marcel Duchamp: Marchand du sel, il mercante del sale. Era lui stesso, con tutto un gruppo di intellettuali che ruotavano attorno alla nostra casa di Salerno, dove il mio tavolo da pranzo era sempre imbandito, a dettare la linea editoriale: accoglievamo la migliore intellighenzia europea e internazionale. Basti pensare che Pistoletto scriveva, proprio a casa nostra, L’Uomo Nero.

Ma ancora non siamo alla nascita della galleria…
Marcello muore nel 1970, a 27 anni. Ecco: Lia Rumma si aggancia qui, viene da questa storia. Per necessità economica, non per scelta, ho fatto la gallerista: non volevo farlo, avrei voluto essere collezionista, protagonista in prima persona.

Arriviamo allora a un nuovo spostamento: quello da Salerno a Napoli.
In una città di provincia non potevo fare granché, è a Napoli che comincio la mia attività di gallerista. Con grandi contraddizioni, vivendo un po’ tra il voglio e il non voglio. Come in fondo ho sempre fatto, cedendo sempre infine a una passione più forte: perché ogni volta che ho pensato di astenermi dall’arte mi sono poi trovata invece a cercarla ancora più ostinatamente.

Lia Rumma - photo Luca Maria Castelli
Lia Rumma – photo Luca Maria Castelli

I primi passi della galleria sono stati nel segno dell’Arte Povera, seguendo il lavoro che era partito con Marcello ai tempi della straordinaria esperienza di Amalfi. Una linea che poi è stata mantenuta: Lia Rumma non ha seguito troppo l’oscillazione delle mode.
Ho spesso fatto scelte molto anti-commerciali; ho avuto anche una profonda crisi sul mercato: per due anni ho smesso di lavorare quando, nel passaggio tra Anni Settanta e Ottanta, si è affacciata sulla scena la Transavanguardia.

Come ricorda il clima di quegli anni?
Il confronto con gli artisti minimal e dell’Arte Povera era molto acceso. Io che avevo seguito una linea più sofisticata, concettuale, dovevo decidere se abbracciare anche questa nuova corrente che portava moltissimi soldi ai galleristi, ma non ne sono stata capace.

Insomma: a lei la Transavanguardia proprio non piace…
Mi sembra presuntuoso da parte mia esprimere un giudizio sul movimento, lasciamo sia la storia a farlo. Sono rimasta fedele alle mie idee e agli artisti che amavo e in cui mi riconoscevo. Ho fatto questa scelta. E ho fatto la fame, in quel periodo. Ma ho preso le mie decisioni come sempre, sia nel bene sia nel male, con molta serenità e soprattutto con convinzione. Certo, mi sarebbe piaciuto fare un po’ più di soldi…

Le sue scelte non seguiranno mode e tendenze, ma non possono non dirsi eclettiche: è capitato nel corso degli anni che accogliesse e sostenesse artisti tra loro molto diversi, per sensibilità e percorso. Come riesce a dare unità a una visione così eterogenea dell’arte?
Quando Joseph Kosuth vide che facevo Kiefer, quasi pianse: pensava fosse un tradimento dell’anima della galleria, del lavoro che avevo sempre fatto. Io gli ho risposto che esiste l’artista concettuale, non la gallerista concettuale: voglio essere libera di fare gli artisti che mi piacciono. Considero Kiefer un artista importante e dunque lo faccio, bene – anzi: meglio – se in contraddizione con te.

Haim Steinbach in mostra da Lia Rumma a Milano
Haim Steinbach in mostra da Lia Rumma a Milano

Se ne è convinto?
Lo ha fatto quando l’ho invitato a Milano per l’inaugurazione de I Sette Palazzi Celesti all’Hangar Bicocca: lui è venuto e mi ha detto che si trattava veramente di una grande cosa. E io: “Se lo pensi davvero, dillo a Kiefer, vieni che te lo presento”. Da lì sono diventati amici, la sera stessa erano insieme a ballare in discoteca.

Siamo finiti, quasi naturalmente, da Napoli a Milano. Come è maturata la scelta di raddoppiare gli spazi e aprire una finestra al Nord?
Gli artisti con cui oggi lavoro sono personalità di livello internazionale: come per ogni tipo di imprenditore, così anche per me Napoli non era abbastanza. Ho cercato un’altra città dove espandermi per rafforzare il mio lavoro, e non è detto che non ne cerchi ancora un’altra, se avrò voglia, se ce la farò ancora.

Pensa a nuovi mercati? A Paesi emergenti?
Non ho voglia di lunghe marce e di grandi voli: penso comunque di restare in Europa. Lo ritengo necessario: il periodo che stiamo vivendo è difficile, tragico. Non dico tanto economicamente, ma politicamente e culturalmente. Milano mi preoccupa, non vedo grandi segni di rinnovamento; e forse, se la città avrà mai una ripresa, questa si dovrà ai privati, a quello che potranno fare realtà come Prada o Feltrinelli, che stanno lavorando ai loro nuovi centri, ma non certo alle nostre istituzioni, il cui profilo mi sembra molto basso. Milano è una città interessante, ma in questo momento dorme, non risponde. Ed è grave che questo accada nella capitale economica d’Italia.

Segni di risveglio sembrano arrivare, sempre su spontanee iniziative di privati, proprio dalla zona in cui ha scelto si aprire il nuovo spazio. Con l’operazione di Zona Ventura che arranca, possiamo parlare di Porta Garibaldi come di un nuova piattaforma per la cultura a Milano?
Quando ho trovato questo spazio l’ho comprato in dieci giorni, non sapevo nemmeno in che zona fosse della città. Sono andata completamente a intuito, e non me ne pento. Vedo che questa zona comincia a essere guardata come quella giusta: è a un passo dal centro, è viva; con il prossimo collegamento alla Linea 5 della metropolitana sarà raggiungibile ancora più comodamente. Si lavora benissimo qui, perché si può caricare e scaricare senza le limitazioni che incontri invece in pieno centro. E soprattutto è una zona tranquilla.

Galleria Lia Rumma, Milano - photo Corinna Cappa
Galleria Lia Rumma, Milano – photo Corinna Cappa

Prima Lia Rumma, recentemente l’apertura di Peep-Hole negli spazi della Fonderia Battaglia: cosa manca a quest’area?
Nulla! So che si stanno avvicinando anche altre gallerie: qui si può ancora lavorare bene, e i costi sono più abbordabili che altrove. Sto spingendo amici imprenditori ad aprire strutture di accoglienza, piccoli bed & breakfast che possano servire chi si sposta per lavoro: credo ce ne sia un gran bisogno a Milano e che questa sia la zona giusta dove ospitare attività del genere.

Un cantiere è già in attività, proprio a ridosso della galleria. E anche su questa operazione c’è il suo zampino…
C’era questo lotto edificabile, ed ero terrorizzata che mi costruissero vicino un palazzaccio. Allora ho spinto mia sorella, che si occupa di design ma è anche imprenditore nel ramo immobiliare, a prendere in mano la situazione. Oggi stanno costruendo: io lì avrò un grosso deposito, una casa – così sarò vicina alla galleria – ma ho anche convinto mia sorella a fare un bel box, completamente vetrato, dove esporre le sue creazioni nel campo del design. Un piccolo museo, insomma. Ma il progetto prevede anche l’apertura di un ristorante, un ulteriore contributo a rendere appetibile questa zona.

Su via Stilicone trionfa, a prescindere da ciò che verrà, la mole della galleria. Quanto c’è di Lia Rumma in questo edificio?
Ho visto tante gallerie, in giro per il mondo, ma non ne ho mai trovata una che mi piacesse davvero. Se entri in quelle americane, ad esempio, le trovi imponenti, con questo stuolo di segretarie schierate che mette quasi soggezione. Ecco, io non volevo questo. Per me, se entri in un luogo d’arte devi vedere l’arte, e così abbiamo fatto: la segreteria c’è anche nella mia galleria, ovviamente, ma è nascosta, non è aggressiva. Sono stata molto vicina ai progettisti, fino ad arrivare a vere e proprie battaglie, non solo verbali! Alla fine sono soddisfatta, e credo lo siano anche gli artisti che lavorano con me: amano questo ambiente che definirei classico. Perché, per quanto modernissimo, ha dimensioni non sproporzionate, contenute.

Guardiamo al prossimo futuro, al di là del progetto di ampliare l’attività all’estero. Nel recente passato Lia Rumma è stata impegnata in progetti importanti, che hanno portato l’arte fuori dalla galleria e nel cuore delle sue città: pensiamo solo a Kentridge, in azione alla Scala e nella metropolitana di Napoli. Pensa di ripetere esperienze del genere?
Vorrei creare un grosso evento in occasione di Expo 2015: sto pensando a quale contributo potrei dare a un appuntamento tanto importante. Ho avuto esperienze positive, in passato, nel rapporto con le istituzioni di Milano: ho lavorato molto bene con l’allora assessore alla cultura Finazzer Flory e con lo staff del PAC.

Ora però il vento è cambiato. Quali rapporti ha con la nuova amministrazione?
Al momento nessuno. Se non c’è una domanda… non c’è una risposta.

Francesco Sala

www.liarumma.it

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #12

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

CONDIVIDI
Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.