Les Halles, il coraggio di Parigi. Com’era, come sarà

Les Halles cambia ancora una volta pelle. Il nuovo progetto, iniziato nel 2010 e destinato a concludersi tra tre anni, si chiama La Canopée ed è visibile, in progress, sul sito web ufficiale. Ripercorriamo la storia di questo luogo nevralgico di Parigi, aspettando il suo assetto futuro.

SemPariSeine – Franck Badaire Photographe

Les Halles, le nouveau coeur de Paris è il nome del progetto di ristrutturazione del famoso quartiere di Parigi. Si tratta di un piano di lavori che, iniziato nel 2010, dovrebbe terminare nel 2016 per un costo stimato di 802 milioni di euro. Dopo un concorso internazionale promulgato dal comune, è stato scelto il progetto di Patrick Berger e Jacques Anziutti: la Canopée. Il progetto consiste in un grande edificio dalle forme ricurve d’ispirazione vegetale che sostituirà i padiglioni Willerval e, un po’ come nelle Città invisibili di Italo Calvino, fungerà da elemento di continuità tra il sotto (il forum) e il sopra (la strada). La Canopée, rifugio urbano di colore verde, evoca la cima degli alberi e la parte superiore di una foresta tropicale. Sotto un’immensa foglia traslucida, l’edificio ospiterà due corpi di fabbrica laterali e un patio centrale, gettanti entrambi sul ventre del forum. Le due strutture accoglieranno un conservatorio, una biblioteca, un centro hip-hop e numerosi negozi. Il giardino delle Halles sarà anch’esso rinnovato e ospiterà due grandi aree gioco per i bambini.
A oggi, il luogo che ospiterà il progetto lascia piuttosto pensare a un immenso campo di battaglia. Il sito web ufficiale documenta l’evoluzione del cantiere in tempo reale e assicura che il cuore di Parigi sta continuando a battere anche durante i lavori. La famosa scultura L’écoute di Henri de Miller giace ai piedi della chiesa di Saint-Eustache, circondata dai detriti e dalle impalcature. In ascolto. Già una volta, nel 1968, il quartiere subiva una metamorfosi straordinaria quando il grande mercato alimentare delle Halles si trasferiva a Rungis. Al suo posto veniva costruita la stazione RER (Réseau Express Régional). I meravigliosi pavillon Baltard, strutture costruite in vetro e acciaio secondo i dettami della moda dell’epoca (si veda il Grand Palais), saranno poi distrutti nel 1971 e nel 1973, lasciando al loro posto “le trou des Halles”, cioè il “buco delle Halles” che Robert Doisneau documenta non senza una nota di rammarico e nostalgia nelle sue fotografie (Triporteur aux Halles, Portrait a la sigarette del 1967 o ancora La marchande de fleurs, del 1968).

SemPariSeine – Franck Badaire Photographe
SemPariSeine – Franck Badaire Photographe

Per tre anni, dalla data della notizia ufficiale sino alla loro effettiva distruzione, il fotografo si è svegliato, due volte a settimana, alle tre del mattino, e si è recato al mercato delle Halles. Vestito di colori sobri come un antropologo in osservazione partecipante, Doisneau ha documentato la curiosa umanità di un mondo destinato a sparire, insieme ai suoi banchi e alle sue merci: clochards e contadini, camionisti e clienti di Dior si danno del tu alle Halles, come circondati da un’aura di fanfara. Come per l’architettura della Chiesa di Saint-Eustache, gli stili convivono e l’odore dell’incenso si fonde a quello delle verdure, dell’alcol e del pot-au-feu dei bistrot. La stampa documenta la presenza di centomila topi: i padiglioni delle Halles non rispondono più alle norme di sicurezza ma soprattutto di redditività, efficienza e specializzazione di un’economia in evoluzione. In effetti, il sito di Rungis si presta meglio alle esigenze del mercato, perché situato all’incrocio di grandi assi autostradali, ferroviari e aerei; di facile accesso per i commercianti e gli acquirenti parigini e provinciali nonché pratico per l’arrivo delle merci. Intanto i padiglioni Baltard, vero patrimonio artistico e architettonico, vengono distrutti: gli abitanti del quartiere e l’opinione pubblica gridano allo scandalo. Un ricco americano di 32 anni, Orrin Hein, propone addirittura di riacquistare i padiglioni, senza successo.

Les Halles nell'ottobre 2012
Les Halles nell’ottobre 2012

Dalle ceneri di un mondo scomparso, di un paesaggio urbano raso al suolo, nasceva il famoso Forum des Halles, con i suoi negozi e le strutture culturali e sportive. Intrapreso nel 1977 e terminato nel 1986 con la costruzione dei giardini, si qualificava come il più vasto progetto di urbanismo sotterraneo mai realizzato in Francia.  Si liberavano quattro ettari di superficie e il quartiere tutto risultò sconvolto nella sua fisionomia. Il sito si proponeva di diventare snodo dei trasporti, crocevia dei flussi di turismo, centro di smistamento delle correnti urbane, giardino a cielo aperto, oltre che uno dei più grandi templi dello shopping cittadino nel cuore della città. In una sorta di distopia metropolitana, meno di mezzo secolo dopo, gli edifici sono invecchiati, la stazione RER è satura, gli accessi congestionati. Le strutture non sono più adatte alla forte frequentazione della stazione e del centro commerciale: 150mila clienti calpestano ogni giorno gli otto livelli, di cui cinque sono sotterranei. Quella che in virtù delle sue tre linee di RER, cinque linee di metro, quattordici linee di bus (750mila viaggiatori al giorno provenienti dall’Île-de-France e oltre) può definirsi la principale porta di Parigi, non è più conforme alle norme di sicurezza in vigore. Ancora ragioni di sicurezza sono all’origine del rinnovo e ingrandimento degli spazi esterni, oggi frammentati, angusti e degradati, poco frequentabili durante la notte. Un nuovo cantiere viene dunque a riaprire la ferita in quello che Zola definiva “le ventre de Paris”. Che si parli di ventre o di cuore, il quartiere delle Halles resta un centro nevralgico di Parigi, uno dei suoi principali organi vitali. Sarebbe augurabile che questo nuovo lifting, indiscutibilmente necessario, risparmi al suo passaggio qualche piccola ruga di espressione, a testimonianza della vita che continua a brulicare, imperturbabile, tra le arterie di questa città.

Martina De Fabrizio

www.parisleshalles.fr

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Martina De Fabrizio
Martina De Fabrizio è nata ad Avellino nel 1981. Nel 2005 consegue una laurea con il massimo dei voti in Scienze delle Comunicazioni presso l’Università di Roma La Sapienza con una tesi inter-cattedra con La Sorbona di Parigi su “Rito, sacro e sacrificio. Una riflessione sull’arte postmoderna a partire dall’opera di Michel Maffesoli”. Nel 2008 si specializza in marketing e comunicazione con un executive master della Fox School di Philadelphia. Intanto scrive per diverse testate cartacee e web, soprattutto d’arte e cultura, e ottiene l’iscrizione all’albo italiano dei giornalisti pubblicisti. Attualmente vive a Parigi e nel tempo libero - tra una professione come project manager e una vita da mamma di due bellissimi bimbi - è una grande appassionata d’arte, di sociologia dell’immaginario, di cinema, di cultura urbana. Girovagare, osservare, fotografare e respirare per le strade di Parigi è quello che la fa sentire viva.
  • claudio farina

    Come dimenticare le derive dell’Internazionale Situazionista dedicate alle Halles?
    E ‘Non toccare la donna bianca’ di Marco Ferreri?

  • fabiola

    eccellente!