Julia Krahn, dalla Germania a Milano

Sta diventando un appuntamento consolidato, quello con la rubrica di fotografia su Artribune Magazine. Un piccolo portfolio, un breve testo della curatrice Angela Madesani. E poi, per dar respiro alla poetica dell’artista, una intervista pubblicata qui sul sito, insieme a un portfolio più ampio. La protagonista del numero 13/14 è Julia Krahn.

Julia Krahn, Die Taube 09, 2011-13

Julia Krahn è nata nel 1978 ad Aquisgrana, in Germania. Mentre studia Medicina a Friburgo, va spesso a Milano. Inizia così a utilizzare la fotografia come medium per comunicare con i suoi amici italiani, con i quali non condivide la lingua. Nascono i primi autoscatti. Dopo aver fatto qualche piccola mostra e incontrato la sua prima galleria, Julia decide di dedicarsi completamente alla fotografia. Lascia gli studi di medicina e la Germania per trasferirsi nel nostro Paese. Una conversazione tra l’artista tedesca e Angela Madesani.

Generalmente sono gli artisti italiani che vanno in Germania, ma nel tuo caso è avvenuto il contrario…
Dalla Germania me ne sono andata perché non mi sentivo più a mio agio nel mondo in cui vivevo, avevo voglia di lasciarmi tutto alle spalle e di iniziare una nuova vita. Anche se all’inizio in Italia mi sono trovata molto in difficoltà perché non riuscivo a parlare con le persone. Non riuscivo a comprendere e a far comprendere le sfumature. Tutto questo ha suscitato in me dei dubbi in merito al linguaggio e alla sua comprensione, anche nella mia lingua madre. La maggior parte delle volte le persone non si intendono tra loro, senza neppure rendersene conto. Mi interessa molto lavorare sulle convenzioni sociali, su quanto ci viene imposto sin da piccoli a seconda del luogo, dell’ambiente dove si nasce. Così ho cominciato a mettere in discussione tutto ciò che è apparentemente indiscutibile, tutto ciò che viene ritenuto giusto o sbagliato per principio. Anche se, devo ammetterlo, sono sempre stata una ribelle.

Julia Krahn, Mutter (Mother), 2009
Julia Krahn, Mutter (Mother), 2009

I tuoi lavori nascono sempre da delle domande: profondi quesiti di matrice esistenziale che ti arrivano dal bagaglio di studi umanistici acquisito in Germania, ma anche, o forse soprattutto, dalla quotidianità. I tuoi lavori, però, non vogliono offrire risposte. Semmai stimolano ulteriori punti interrogativi.
Solo attraverso lo scambio dei diversi punti di vista, delle interpretazioni personali, è possibile costruire un percorso, che rappresenta, sempre e comunque, una forma di arricchimento.

Quanto ha pesato la tua biografia sulla tua ricerca?
Moltissimo. Lavoro su me stessa. Ho fotografato mio padre, mia madre. Adesso mi piacerebbe lavorare con le mie sorelle.

Tu stessa sei spesso protagonista del tuo lavoro. È un’operazione performativa?
Sì. Quando scatto sono completamente sola, è come una performance in cui però manca il pubblico. È una cosa molto intima e non potrebbe avvenire in altro modo. Parto con un progetto, ma poi mi lascio andare, seguendo le emozioni del momento.

Julia Krahn, Colpa _ diptic, 2010
Julia Krahn, Colpa _ diptic, 2010

Apollineo e dionisiaco si fondono in un unicum. Vogliamo parlare di uno dei tuoi lavori più toccanti, Mutter (Madre), del 2009. Come è nato questo lavoro in cui tieni tra le braccia un telo bianco come per cullare un bambino (che in realtà non c’è)?
Questo lavoro nasce da una domanda sull’esistenza e sulla sua prosecuzione. È un interrogarsi sul futuro. Per la mia generazione è molto difficile immaginare il futuro. Per chi è venuto prima di noi, per i miei genitori, i miei nonni, la faccenda era completamente diversa. Noi non sappiamo a cosa apparteniamo, verso cosa stiamo andando. Regna una totale insicurezza. Penso che la felicità sia quando una persona riesce a essere ciò che realmente è, quando la sua realtà coincide con i suoi desideri. E il nostro è un tempo di desideri assurdi: ricchezza, bellezza, potere fuori misura. Come è possibile essere felici in questo modo? Essere donna, inoltre, rende tutto più difficile, nel tentativo di barcamenarsi tra vita privata, figli, carriera. Quanti compromessi bisogna fare? Quante decisioni sbagliate si prendono? È ora di mettere in crisi, di abbattere i nostri falsi miti.
In Mutter non riuscivo a dare forma al bambino. Mi interessava cercarlo nelle pieghe del lungo velo della madre. Sentire il peso del bambino che non esiste o forse, semplicemente, non si vede.

Sei colpita dalla figura della Madonna, che torna spesso nei tuoi lavori. Mi pare che nella tua pittura ci sia un forte legame con la pittura antica, rinascimentale.
Amo andare nei musei, studiare l’iconografia, la luce, la postura dei dipinti del passato. L’immagine della Mutter deriva, tuttavia, da quella di un dipinto anonimo riprodotto su un santino. Mi piace collezionare i santini e ne creo di miei con lavori stampati in piccole dimensioni. Amo gli altarini. Sono cresciuta in un ambiente cattolico, il concetto di fede mi affascina, pur non possedendola.

Julia Krahn, Benedizione _ diptic, 2010
Julia Krahn, Benedizione _ diptic, 2010

Per esempio nella Mater Dolorosa del 2012, che hai esposto l’anno scorso alla Voice Gallery di Marrakech, in Marocco…
È vero, mi trasmette serenità. La vergine dolorosa, inoltre, è una figura commovente, e riuscire a piangere è importante. La Madonna è la terra, è il bisogno dell’origine, la voglia di ritornare a farne parte. È il distacco. Per la mostra in Marocco, come base delle posture della Mater Dolorosa, ho creato una serie di immagini e un video. Le immagini le ho scattate, come sempre, con il banco ottico. La Vergine cambia spesso le pose delle mani e attraverso il montaggio delle diverse pose si crea una sorta di movimento, che confluisce in un applauso. La colonna sonora è costituita dalla sovrapposizione di diverse frasi sul tema della Mater dolorosa, da me pronunciate.

Un altro protagonista del tuo lavoro è il piccione.
La prima volta che ho utilizzato un piccione è stato per L’ultima cena, nel 2011. Sulla tavola vuota era rimasto un solo piccione. La gente mi diceva che avevo commesso un errore, che sulla tavola dell’ultima cena c’era una colomba e non un piccione. Così ho tinto il piccione imbalsamato, che avevo utilizzato, di bianco. Ora è diventato rosso.
Ho fatto recentemente una mostra a Berlino (2013), alla Stiftung St. Matthäus, intitolata Leidenschaften, Passioni. Nell’abside della chiesa ho appeso il wallpaper dell’Ultima cena e ai suoi lati ho messo delle opere di piccolo formato con anche la sequenza del piccione-colomba che, scatto dopo scatto, si trasforma.

Julia Krahn, Die Taube in Gold 04 _ Polaroid, 2011-13
Julia Krahn, Die Taube in Gold 04 _ Polaroid, 2011-13

Hai realizzato anche un lavoro video con il piccione…
Tutta la mostra di Berlino aveva per protagonista questo animale. Per l’opera video ho utilizzato come colonna sonora la Passione secondo Matteo di Johann Sebastian Bach. Ne ho scelti vari brani e ho fatto iniziare il video con questo in particolare, secondo la traduzione di Quirino Principe:
“Sul calar della sera, quando l’ora è più fresca,
la caduta di Adamo fu palese;
di sera lo avvilisce il Salvatore.
Di sera la colomba ritornò
portando in bocca una foglia d’ulivo.
O bel momento! Ora della sera!
Ora è conclusa la pace con Dio:
Gesù ha già portato la Sua croce.
La Sua spoglia ha trovato ora la pace.
Ah! Tu supplica, prega, cara anima,
va’, chiedi, chiedi in dono Gesù morto,
oh, preziosa reliquia di salvezza!”.
Mi interessano le parti in cui la Madonna piange e quelle sul tradimento.
L’uomo tradisce sempre del resto. L’idea di tradimento c’è anche nel Vitello d’oro, che è talmente bello da sembrare di marzapane, ma in realtà è morto, ucciso dalla violenza dell’uomo. Tornando alla mostra che ho fatto nella chiesa a Berlino: la musica veniva dall’alto da un’installazione audio. La gente si sentiva come in una bolla invisibile di musica fortissima.

Il piccione è un animale quasi sempre detestato nella nostra società. in realtà è molto intelligente.
Infatti è stato utilizzato anche come messaggero.

Julia Krahn, Vitello d'Oro _ canto (Golden Calf _ singing), 2010
Julia Krahn, Vitello d’Oro _ canto (Golden Calf _ singing), 2010

Non è casuale che tu abbia utilizzato un animale di questo tipo.
Nasce come animale sacrificale. È il simbolo dello Spirito Santo. A noi piace che sia bianco e non grigio, ma sono entrambi colombi, l’iconografia è quella.

Un’Ultima cena vuota. Perché hai tolto le presenze umane?
Si tratta di un’immagine che è a tal punto dentro di noi che non sorge neppure il dubbio che le cose stiano proprio come le ricordiamo. Mi sono chiesta: che cosa devo fare perché la gente capisca che si tratta di un’Ultima cena? Basta pochissimo: un tavolo lungo, coperto da una stoffa bianca a mo’ di tovaglia. A terra creo delle impronte: la traccia di una presenza attraverso l’assenza, che nel mio lavoro è frequente. Le cose si possono vedere, ma anche non vedere. Mi piace lasciare la libertà di interpretazione. Mi piace studiare la reazione delle diverse persone che guardano le opere. Io non trovo risposte, pongo domande. L’ultima cena è un’icona. È un’immagine di solitudine, di abbandono. Cristo è stato abbandonato, tradito. Quanta umanità in questo episodio! Ovviamente propongo la mia lettura dei fatti.

Julia Krahn, Reinheit (Magdalena), 2009
Julia Krahn, Reinheit (Magdalena), 2009

In Vanitas Maddalena del 2011 ti specchi accanto a un teschio?
È una vanitas classica, per la quale ho guardato a Caravaggio, per esempio. La morte, il teschio, appare solo quando mi guardo nello specchio. Ancora una riflessione esistenziale.

La morte ti spaventa?
No, anzi, mi rasserena sapere che un giorno tutto dovrà finire. Mi aiuta a guardare le cose da un altro punto di vista, a sdrammatizzare il presente.
Melancholie (2011) è di poco precedente e affronta una tematica simile. In un lavoro appartenente a quella serie c’è mio padre, che io tengo in grembo, nudo. In quel particolare momento stava poco bene e ha accettato di farsi fotografare. Tenerlo fra le mie braccia era come una condivisione di sentimenti.
All’interno di questi lavori sulla malinconia che ho mostrato a Bolzano, alla Galleria Cattani, ci sono dei gigli, simbolo di purezza, che ho poi estrapolato e trasformato in fotoceramiche.

Julia Krahn, Melancholie aufgeblüht mit acht Lilien (blossomed Melancholy with eight Lilies), 2011-12
Julia Krahn, Melancholie aufgeblüht mit acht Lilien (blossomed Melancholy with eight Lilies), 2011-12

Vorrei chiudere questa conversazione parlando di un tuo lavoro che ha suscitato un profondo scalpore, Reinheit Maddalena, del 2009. Nell’opera tu sei seduta nuda all’angolo di una stanza. Solo sul tuo capo c’è un drappo di un colore ocra dorato che si sviluppa nello spazio. Dalle tue gambe, dalla tua vagina esce un rosario a grandi chicchi…
Indubbiamente è un’immagine molto forte. A prima vista può apparire blasfema, pornografica. In realtà è il mio pensiero sulla spiritualità. Il titolo in tedesco significa purezza. Quando l’ho mostrata in Austria, a Graz, ho avuto molti problemi con alcune persone del pubblico cattolico, che hanno scritto lettere di protesta agli organizzatori della mostra.
Il Kulturzentrum der Minoriten, un luogo legato alla chiesa cattolica, che ospitava la mostra, però mi ha difeso, affermando che non si tratta di una postura così sconveniente. In realtà, assomiglia a una donna che sta partorendo o concependo. Che cosa c’è di più sacro per una donna?

Angela Madesani

www.juliakrahn.com

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Angela Madesani
Storica dell’arte e curatrice indipendente, è autrice, fra le altre cose, del volume “Le icone fluttuanti. Storia del cinema d’artista e della videoarte in Italia”, di “Storia della fotografia” per i tipi di Bruno Mondadori e di “Le intelligenze dell’arte” (Nomos edizioni). Ha curato numerose mostre presso istituzioni pubbliche e private italiane e straniere. È autrice di numerosi volumi di prestigiosi autori fra i quali: Gabriele Basilico, Giuseppe Cavalli, Franco Vaccari, Vincenzo Castella, Francesco Jodice, Elisabeth Scherffig, Anne e Patrick Poirier, Luigi Ghirri. Ha recentemente curato un volume sugli scritti d’arte di Giuseppe Ungaretti. Insegna all’Accademia di Brera e all’Istituto Europeo del Design di Milano.
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