Italiani in trasferta. A Venezia

La valigia in mano ce l’abbiamo di default: condizione nomade per definizione quella dell’italiano, cittadino del mondo per voglia o necessità, oggi come allora fedele all’adagio che ci fa popolo di navigatori. Viaggiatori sulle rotte della cultura, che portano a vivere e creare all’estero; o anche solo a sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda che, per quanto a distanza, anima la scena di altri Paesi.

Mark Manders, Room with Chairs and Factory, 2002-08, coll. MoMA, New York

E così non mancano, nelle partecipazioni nazionali in arrivo da ogni angolo del pianeta, nomi e suggestioni nostrane: a premiare una tradizione curatoriale che pare ben considerata, forse più dell’estro del singolo artista.
È stato direttore della Fondazione Volume! per quattro anni, prima di spostarsi in giro per Francia, Germania e – oggi – Olanda: Lorenzo Benedetti è da tempo in pianta stabile nel Paese dei tulipani, per conto del quale porta ai Giardini l’universo visionario di Mark Manders, personaggio che aveva piacevolmente impressionato nel 2002 a Documenta con la sua anti-monumentale stanza di sabbia. Allure internazionale anche per Ilaria Bonacossa, a Palazzo Zenobio per condividere quella certa idea dell’Islanda incarnata da Katrín Sigurdardóttir; e per Anna Loporcaro, curatrice della Design City del Mudam in Lussemburgo, che chiama a rappresentare il piccolo principato – in quel di Ca’ Granda – Catherine Lorent.
L’italiano spopola ai tropici e nei Paesi emergenti: Stefano Ribolli Pansera cura il Padiglione Angola, mentre quello indonesiano vede come commissario aggiunto Achille Bonita Oliva che nel sud est asiatico è sempre più di casa: buen retiro, ma anche nuova piattaforma professionale. Il tandem composto da Sandro Orlandi e Paola Poponi distribuisce tra l’Isola di San Servolo e la Caserma Cornoldi gli artisti del Padiglione Kenya: tra questi anche l’eclettico Armando Tanzini, sedotto dal clima di Malindi e passato da riga e squadra – ha arredato anche Casa Briatore – all’arte. Da un paradiso terrestre all’altro: Alfredo Cramerotti è nel pool di curatori che dà vita al Padiglione Maldive, dove espongono – tra gli altri – anche Patrizio Travagli e Stefano Cagol. Progetto dedicato al concetto di effimero, costruito attorno alla possibile scomparsa degli atolli, da qui a un secolo, a causa del progressivo innalzamento del livello dell’oceano dovuto all’inquinamento: immagine iconica, allora, quella scelta da Cagol, che piazza nei Giardini un monumentale dolmen in ghiaccio, destinato a squagliarsi inesorabilmente.
Giacomo Zaza sceglie, insieme a Jorge Fernandez Torres, anche Gilberto Zorio e Francesca Leone per raccontare nel Padiglione Cuba allestito al Museo Archeologico di Piazza San Marco La Perversión de lo clásico, in un presumibile dialogo tra antico e contemporaneo; in Centro America si incontrano Francesco Anselmi e Fabio Alisei, tra i commissari del Padiglione Costa Rica a Ca’ Bonvicini. Ma anche, caso eccezionale di pluralità di impegni, curatori della collettiva Supernatural che, all’Officina delle Zattere, accende la luce sulla scena artistica del Bangladesh.

Stefano Cagol, The Ice Monolith
Stefano Cagol, The Ice Monolith

Vittorio Urbani, genius loci della Giudecca, è commissario aggiunto del Padiglione Iraq a Ca’ Dandolo, dove si cerca di restituire un’istantanea di come l’arte stia risorgendo dopo decenni di regime; mentre Angela Vettese apre le porte della Bevilacqua La Masa alla Norvegia. Beware of the Holy Whore titola l’ardito accostamento tra Edvard Munch e Lene Berg, ideato insieme a Marta Kuzma e Pablo Lafuente. Titolo preso da un film di Fassbinder, esposizione di una trentina di lavori di Munch mai visti in Italia, a intrecciarsi sul tema dell’alienazione e dell’emancipazione con i video, in parte inediti, della Berg.
Pochi italiani alla Biennale: e allora ce li porto io. Era il 2007 quando Duccio Trombadori annunciava dalle colonne de Il Giornale il proprio dissenso nei confronti di una rassegna tutto meno che autarchica; il nostro, all’epoca curatore della Siria, aveva rinfocolato l’orgoglio nazionale invitando cinque artisti nostrani. Oggi torna a colpire, sempre in veste di responsabile del padiglione siriano, con una collettiva che attinge non poco ai pozzi del Belpaese: all’Isola di San Servolo riecco Concetto Pozzati e Dario Arcidiacono, già selezionati all’epoca, oggi in compagnia di Giulio Durini, Massimiliano Alioto, Felipe Cardena, Roberto Paolini, Sergio Lombardo, Camilla Ancillotto, Lucio Micheletti, Lidia Bachis e il Cracking Art Group. Tutti riuniti sotto l’egida di un Giorgio de Chirico eletto a nume tutelare.
Scelte che guardano agli analisti della linea e della forma per Luis Pérez-Oramas, che nel padiglione Brasile porta la madrina del movimento neo-concretista Lygia Clark e l’eclettico Max Bill, Odires Mlászho ed Hélio Fervenza: oltre a Bruno Munari, in Biennale a quasi trent’anni dalla personale che nel 1986 celebrava in una sala apposita la sua attività di pittore.

Francesco Sala

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #13

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • Angelov

    Quello di Stefano Cagol assomiglia più ad un Menhir, piuttosto che a un Dolmen.