Il problema della ricezione (IV)

Quando è finita l’avanguardia? Quando l’arte ha smesso di cimentarsi nella sperimentazione radicale, di esplorare la complessità della condizione umana per trasformarsi in un giochino autoreferenziale? Christian Caliandro riannoda i fili di questa mutazione. Dall’avanguardia alla società dello spettacolo

Michelangelo Antonioni, L'eclisse (1962)

Di recente sono andato a vedere Suite A, un bellissimo spettacolo teatrale studiato e creato per i bambini da Mirto Baliani e Marco Parollo, come prima tappa del progetto Fuocofatuo. L’ebollizione dell’acqua nelle pentole costruisce una nuova dimensione sonora e visiva, decisamente spaziale, a partire da frammenti di realtà banali (“costretti a invertire le loro competenze”, come recita il libretto). Mentre al buio stavo a sentire e a vedere, mi è venuto in mente che tutto rimandava a canzoni-non canzoni come Alan’s Psichedelic Breakfast dei Pink Floyd (da Atom Heart Mother, 1970), o come a quelle dei Faust e degli Amon Düül II. Tutta roba che viene dritta dritta dagli anni Sessanta.
Nel corso degli anni Sessanta, il modernismo affronta la sua deformazione e si inerpica nel suo lato oscuro. Attraverso il passaggio esplorativo – e l’apprendistato naturalistico – del Neorealismo, si costruisce una forma di sperimentazione che si nutre dell’avanguardia storica. Funzionano così i film di Antonioni, il Gruppo 63, il Nouveau Roman, Robert Rauschenberg, Andy Warhol e persino il Pasolini di quel giro di anni. E, subito dopo, la fantascienza della new wave: di romanzi come Il signore dei sogni (The Dream Master, 1966) di Roger Zelazny, Violare il cielo (To Open the Sky, 1967) di Robert Silverberg, Rapporto sulla probabilità A (1968) di Brian W. Aldiss e Ubik (1968) di Philip K. Dick.

Robert Rauschenberg, Retroactive I (1963)
Robert Rauschenberg, Retroactive I (1963)

Il pop è il risultato di una mutazione antropologica: il pop è questa mutazione antropologica.
Una frattura totale e assoluta, che coincide con una rotazione del contesto, del quadro di riferimento. Quello dell’avanguardia e del modernismo tradizionale era un discorso tutto sommato unitario, condotto su basi certe e comunemente accettate di rapporto con la realtà, esteriore e interiore, che venivano approfondite e intrecciate (Joyce, Proust): “Se mi si esime dalla troppo lunga dimostrazione di un fatto peraltro intuitivo, da circa un secolo in qua i problemi hanno cessato di corrispondere alle difficoltà, e viceversa: le biografie si sono trovate in contrasto con la storia, sono diventate le une all’altra eterogenee […] E l’Altro ha subito approfittato dello scompiglio per mettere avanti le proprie rivendicazioni. Politici e sociologi possono favorire la tregua, magari la pace. Uno degli indizi, allora, sarà che gli artisti daranno di homo fictus un’immagine più confacente a quella che di se stesso homo sapiens ama vedere rispecchiata” (Giacomo Debenedetti, “Il personaggio-uomo nell’arte moderna”, 1963, ne Il personaggio-uomo, Garzanti 1988, pp. 79-80).
Qui, negli Anni Sessanta, c’è il nuovo, l’“immagine più confacente” – che non è né avanzamento né regressione. In questo scarto si riconosce una deviazione, l’inizio ufficiale del postmoderno: un postmoderno profondo e radicale (legato al massimo solo superficialmente al pastiche): non è anti, ma non si esaurisce neanche semplicemente nella dimensione del “dopo”. Questo “dopo” lo disegna e lo crea, basandosi su presupposti diversi – su una logica differente che si costruisce attorno a: cultura di massa; standardizzazione; spettacolarizzazione; globalizzazione; neoliberismo; infantilizzazione/nostalgia.

Elio Petri, La decima vittima (1965)
Elio Petri, La decima vittima (1965)

Che cosa significa questo, in termini culturali? Probabilmente, che nei singoli territori (letteratura, arte, musica, cinema, design) si comincia usando apparentemente lo stesso linguaggio, lo stesso codice, e comunque riferendosi alla medesima tradizione culturale del naturalismo-modernismo. Abolendola dall’interno. Cancellandola gradualmente dall’orizzonte, con i suoi stessi strumenti.
Si continuano a produrre libri (e scrittori), opere (e artisti), film (e registi), ma non è più la stessa cosa. A partire dagli anni Sessanta, l’arte smette progressivamente di riflettere sulla natura angosciosa della condizione umana e della modernità, e getta tutto in burletta (o in “autoriflessività”, che in definitiva è lo stesso). L’arte abdica alla stupidità (l’altro nome dello spettacolo), al nulla e all’assenza-di-senso, invece di interrogarli ossessivamente e senza tregua.
Ovviamente, non si tratta di un processo immediato. Gli strascichi della “maturità” durano almeno fino ai primissimi anni Ottanta (il post-punk, Cruising di William Friedkin, Toro scatenato e Re per una notte di Martin Scorsese potrebbero esserne considerati a pieno titolo gli ultimi fuochi).
Poi: la distruzione dell’individuo, e della sperimentazione radicale.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Raz baz

    Complimenti christian per l’articolo e sopratutto
    Per le citazioni intelligenti puntuali sensate varie ( e
    finalmente qualcuno Che si ricorda degli amon duul!)

    Propongo peró un ulteriore riflessione:
    D’accordo sugli sperimentatori citati ( e
    Potremmo allungare la lista a piacere)
    Ma almeno in parte penso che sia stato l’eccesso
    Di sperimentazione ad aver generato
    Poi tanti seguaci autori di “giochini”.
    Faccio i due primi esempi che mi vengono
    In mente: certa poesia e letteratura sperimentale
    Del gruppo 63 poi dimenticata o il vicolo cieco
    In cui é andata a infilarsi certa musica sperimentale
    Contemporanea ( si veda il giudizio di boulez
    Su parte dell’opera di cage). E ricordo comunque
    Il fatto che cage non era un improvvisato, aveva studiato
    Musica con un noto maestro a differenza di cert
    “Rumoristi” che vorrebbero riciclarsi nelle gallerie
    D’arte!

    • Cage e il Gruppo 63 sarebbero “vicoli ciechi”? Penso invece che proprio il fatto che la poesia, la letteratura, la musica e l’arte sperimentale del nostro recente passato siano stati in parte dimenticati sia uno dei grandi limiti della produzione culturale contemporanea. Non si può distinguere un genio da un “improvvisato rumorista” senza la consapevolezza che deriva dallo studio e dall’approfondimento. Sono tra l’altro convinto che il commento precedente sia stato scritto in buona fede da una persona che dimostra di avere una solida base culturale. Ma davvero dobbiamo indignarci per qualche emulo di Cage o per i poeti sperimentali quando le gallerie sono piene della figurazione più banale, di rigurgiti informali ormai decontestualizzati, di croste naif che scimmiottano Hockney?

  • Completamente d’accordo con Caliandro. L’unico problema è che ormai ripetiamo questo mantra da tempo, dimostrando piena consapevolezza teorica, ma non sempre alle parole e alle intenzioni corrispondono azioni coerenti. Ritengo che molti critici e curatori vorrebbero anche incamminarsi lungo strade poco battute, ma alla prova dei fatti il coraggio viene meno e si ricade nei soliti standard. Cosa accade se si propone qualcosa che non rientra nei canoni estetici più riconoscibili? Nella maggior parte dei casi il pubblico (quel poco di pubblico che c’è) non si sforza di andare oltre una fruizione superficiale, si ferma al dato formale, non riesce a collegarlo al già visto e storce il naso. Si comporta come il bambino che vuole ascoltare sempre la solita favola di cui conosce il finale. Per non parlare di quella parte di pubblico che interpreta l’arte come “investimento”, per la quale il bisogno di “rassicurazioni” raggiunge i massimi livelli. Fa bene dunque Caliandro a insistere sul problema della ricezione. Ma i gusti delle masse si modificano solo gradualmente e grazie al coraggio di pochi innovatori, che nella maggior parte dei casi sono coloro i quali meno si lasciano influenzare dall’esigenza di riconoscimento.

    • Giorgio

      Il problema della ricezione è fondamentale, concordo con te Vincenzo.
      La mancanza di pubblico dell’arte contemporanea (parlo di quella visiva) è un nodo che, non sciogliendosi da decenni, facilita la deriva verso le rassicurazioni, come le chiami, del mercato: quasi l’unico punto di riferimento nel quale il poco pubblico selezionato si rifugia.
      La critica che dovrebbe langue o ne è asservita, gli innovatori scarseggiano, il potere preme al ribasso. Quindi, i famosi “gusti delle masse” credo rimarranno ancora per molto nella rassicurante culla della società dello spettacolo, che Caliandro giustamente definisce come un volto della banalità.

  • Cambiamenti a bizzeffe e mutamenti,

    solo che non si vuole (nel nostro paese) riconoscerli perché obbligherebbe rendersi conto che siamo in uno spaventoso ritardo,

    questo riciclare le solite filippiche conferma una mancanza di realismo,

    esempio ovvio e banale questo qui (qui il web..) che mi pare un cambiamento epocale,

    che cambia i livelli culturali e sociali,

    ma così chi ha uno “status” si trova “nudo” e deve dimostrare le sue “capacità” …

    sicuramente il passato è sempre stata fonte di riflessione oggi pare troppo spesso una facile scusa per riposarsi …

  • @doattime
    Per quanto io concordi sostanzialmente con il tono del tuo intervento, continuo a ribadire che mi sembra inopportuno evidenziare i rischi che comporta la riflessione sul passato (che pure esistono: citazionismo sterile, vuoto intellettualismo, ricerca di “maniera”) di fronte alla dilagante ignoranza, che mi pare problema molto più rilevante.
    A mio parere le traiettorie più interessanti delle sperimentazioni contemporanee fanno della consapevolezza dell’evoluzione storica dei codici e dei linguaggi visuali il loro punto di forza.
    Provo a fare qualche esempio, scendendo su un piano concreto (per evitare così le “solite filippiche) e indicando alcuni di quelli che per me sono i possibili percorsi di ricerca più innovativi e nello stesso tempo aderenti alla realtà.
    1) Commistione dei codici: la realtà contemporanea è dominata dalla multimedialità, ma come si può progredire nella sperimentazione senza conoscere in maniera approfondita il lavoro dell’avanguardia futurista, le esperienze verbovisuali in ambito Fluxus e poi le pubblicazioni dei vari Adriano Spatola, Lamberto Pignotti, Sarenco, Eugenio Miccini e tanti altri in Italia?
    2) La dimensione aleatoria dell’operare artistico: la principale eredità che il postmoderno ci ha lasciato è forse il ruolo importante assunto dal “caso” nelle vicende umane e nei processi creativi. Tutta la riflessione filosofica del Novecento, da Nietzsche a Lyotard a Eco a Danto, si è interrogata sul crollo delle grandi narrazioni ottocentesche. Se l’opera d’arte oggi è più “aperta” che mai, allora come non riflettere sull’interazione tra le intenzioni dell’autore e le possibilità determinate dal pubblico e dagli eventi? Ma sarebbe impossibile farlo ignorando il contributo dell’arte concettuale (Lawrence Weiner e Sol LeWitt, per questo particolare aspetto), la teoria eventualista e l’opera di Sergio Lombardo, l’instructional art e il capolavoro “Grapefruit” di Yoko Ono.
    3) Il sacrificio dell’immagine: cosa c’è di più contemporaneo della sovrabbondanza iconica? Perché allora non muoversi nel solco provocatorio del rifiuto, riducendo al minimo l’invadenza della componente puramente visiva dell’opera? Come riuscire in questo intento senza una conoscenza approfondita dell’estetica minimalista, senza aver assimilato le sottrazioni di Cage, senza conoscere la storia del monocromo in tutte le sue declinazioni (da Malevič a Klein, da Reinhardt a Rauschenberg, da Marden a Fisher)?
    Mi fermo qui, per non essere prolisso, sperando che questi modesti spunti possano alimentare la discussione.

    • raz baz

      Caro Merola mi pare che parti da un sacco di pregiudizi per sorregggere un campo di frequentazioni un po limitato
      invadenza visiva? puoi sempre metterti gli occhiali da sole! :))
      dove sarebbero poi tutte queste gallerie che fanno figurazione banale? la maggior parte fanno invece installazioni banali oggetti banali foto banalli impegno banalizzato concetti banali ecc: ma visiti mai miart o bologna almeno?se vuoi l’avanguardia in frigorifero vai a basilea
      perchè invece dell’estetica minimalista non piuttosto la gestione della complessità visiva? scusa, per me meglio stare dentro che fuori, nelle cose e non nella loro domenicale dissoluzione,a meno che non credi davvero che l’eremita del deserto sia davvero più saggio.
      Poesia visiva? bah! meglio di gran lunga joyce celine musil gombrowicz bellow roth pynchon rushdie wallace ecc ecc
      certe cose di Cage ? mamma mia che noia meglio pink floyd king crimson gong
      sun ra miles davis funkadelic john mc laughlin jimi zappa ecc ecc ecc
      Yoko ono ha fatto capolavori? davvero?
      riflessioni del novecento? e heidegger carnap popper putnam li hai dimenticati?
      e derrida e foucault secondo te sono in toto anti-narrativi?
      ragazzi uscite dai vostri studi accademici: la sperimentazione avanguardista è finita piuttosto che frammenti è ora di pensieri compiuti!

  • ghin domenico

    Interessante ! Se non altro una volta tanto ci si ferma a riflettere sul orientamento sul senso dell’arte degli ultimi decenni, o del postmodernismo, evidenziando in modo inequivocabile quello che può essere il denominatore comune che la contraddistingue : una ricerca sfrenata e ossessiva del puro atto artistico in senso strettamente estetico – autoreferenziale circoscritto sempre più nelle singole capacità performative dell’artista, con il conseguente risultato, paradossalmente a dispetto dei più svariati strumenti impiegati, di una omologazione planetaria dell’arte. Questo a causa di una latitanza di fondo delle motivazioni acute del fare arte : mancano l’idee, un’ideologia dell’arte come perno gravitazionale, un’impostazione ” ontologica “. Prerogative essenziali che contraddistingueva fisiologicamente l’arte delle avanguardie storiche.

  • anna valeriani

    l’arte permette d’inoltrarsi in spazi profondi dove nessun altro “dono” dello spirito permette di arrivare … infatti solo con arte si tocca certezza !! La rivoluzione barbara non lo sa … e diffido ormai, lo possa sapere …

  • @ raz baz
    provo a rispondere su alcuni temi:
    1) Quali sarebbero i miei pregiudizi? Ho cercato di argomentare dei giudizi e delle preferenze. A me non piace certa figurazione, a te non piace certa poesia e certa musica sperimentale. Esprimere una preferenza non significa avere pregiudizi. Altrimenti anche tu avresti dei pregiudizi.
    2) Mi fa un po’ ridere l’idea che il confronto debba servire a “sorreggere un campo di frequentazioni” (ampio o limitato che sia). Forse pensi che contino più le frequentazioni dei contenuti?
    3) Miart e Bologna meglio di Basilea? Questa si commenta da sola.
    4) Non oserei mai mettere in dubbio il valore di Joyce, Celine, Musil, e degli altri autori da te citati. Però, siccome si discuteva di commistione tra codici, di arti visive e dei loro legami con la letteratura e con la poesia, mi sembrava più calzante citare Pignotti e Sarenco. Non vorrai un elenco completo delle mie letture?
    5) Stesso discorso per i gusti musicali. Se mi dici chi sei (che fastidio l’anonimato), magari ti presto qualche disco… Ho qualche migliaio di vinili, credo che la sezione jazz e prog potrebbe farti gola!
    6) A proposito di pregiudizi e di Yoko Ono: hai letto “Grapefruit”? O semplicemente tifavi per i Beatles?
    7) Sarei curioso di approfondire su Derrida. Perché secondo te non sarebbe anti-narrativo?
    8) Pensiero compiuto non è sinonimo di conservatorismo. Perché temi la sperimentazione? Ti rende insicuro? Fa crollare le tue certezze? Probabilmente sei molto più accademico di me.

    • Raz baz

      Scusa se preferisco musil a pignotti
      Certo l’incrocio dei materiali mi ricorda l’artista enciclopedico
      E infatti quando vedo certe installazioni sperimentali
      Mi ricordano leonardo da vinci :))
      Certo che ho dei pregiudizi
      I pregiudizi sono la parte narrativa dell’interpretazione
      E derrida non rilSorry casa cavazzini alle 17 (e non 17,30)eggeva a caso
      La sperimentazione diventa spesso accademia
      Il disco di yoco ono era pessimo
      Chi ha scritto che basilea é peggio di mi e bo?
      Ho detto che se vuoi il deserto del senso e l’anestetizzazione
      Dei contenuti vai pure vicino ai paradisi fiscali li si che stai
      Sicuro

  • Raz baz

    Errata corr il disco di lennon con yoko

  • Raz baz

    Non sopporto la duras quando elenca la lista della spesa
    Figurati se mi interessa la robetta scritta a caso

  • Raz baz

    Eh sto andando di fretta

    • Stai andando un po’ troppo di fretta. Non riesco a seguirti bene… Magari se ti va di tornare a discutere con più calma, riprendendo il filo logico del discorso, possiamo confrontarci in maniera fruttuosa.

      • Raz baz

        Ok volentieri

  • @Vincenzo Merola

    Oggi ci sta tutto e ci sta nulla e proprio questo il grande “vantaggio” la sua infinità, che rende (guardacaso) tutto “così vuoto”

    Lasciando da parte il discorso mercato, che oramai mi pare evidente a tutti nelle sue “finte” strategie, rifletterei proprio sul senso dell’immagine e sulla sua sostituzione con una sua continua processualità.

    Un altro aspetto la libertà della produzione artistica che in ogni borgo sta facendo emergere figure che agiscono artisticamente, quasi sempre in un modo molto “naif” che riportano il gesto artistico alle sue origini, svuotando il ruolo di rappresentazione di massa, questo lo lego pensando giusto ai libri dell’antropologo Pierre Clastres, sul concetto di anarchia.

    L’idea della traiettoria mi pare in parte “fallimentare” in quanto c’è sempre più un ritardo fra scienza e arte, che sta portando l’arte a diventare un gioco romantico e sempre meno un segno dei tempi.

    La stessa idea in questi ultimi 5 secoli è mutata di senso e di ruolo, e cambierà ancora, come sono cambiati i ruoli dei suoi “attori” oggi si può fare benissimo arte senza “artisti” … infatti molti degli “artisti” non hanno un percorso artistico… sembra una banalità ma la dice molto sul perchè l’arte di oggi non è più “arte” nel suo senso storico…

    d.o)

    • Molto interessante. Ma mi sembri troppo legato a una concezione fortemente relativistica che ti porta a credere che ogni tentativo di tracciare un percorso o una “traiettoria” sia di per sé fallimentare. La processualità intesa come circolo incessante di consumo e sostituzione poteva funzionare prima del crollo del sistema economico. Oggi si impone una riflessione che superi il “tutto può andare” configurandosi in qualche modo come un recupero del senso storico dell’arte, che a te pare perduto.

  • il punto non è dire che ci sono gli sperimentatori e i giochini, il punto non è COSA, ma avere l’onestà intellettuale e la capacità di trovare COME selezionare, come vedere le cose…posiamo anche scrivere 1000 articoli fighissimi…che leggono la situazione, ma non ci spostiamo di un millimetro.

    Il sistema dell’arte italiano è diviso tra provincialismo esterofilo (i nostri artisti cool sono perfetti) e narcisismo, egocentrismo romanticismo della domenica. Non a caso questi articoli vengono commentanti solo ad addetti ai lavori, o aspiranti tali, spesso da aspiranti artisti. Prima di dire cose intelligenti serve anche un pubblico che le possa ascoltare.

    Kremlino sarà impegnato sul fronte della critica-pubblico-progetto…ma cerca di annaffiare un deserto. Altro che Cina, altro che Weiwei, beato lui, molto più facile la cina dell’italia.

  • Angelov

    @Caliandro

    “L’ebollizione dell’acqua nelle pentole costituisce una nuova dimensione sonora e visiva, decisamente spaziale”…ti segnalo un’opera di Pistoletto del periodo dell’Arte Povera dal titolo: “Quartetto di bollitori”.

    Vorrei partecipare a ‘sto dibattito
    ma non me n’è possibile,
    poiché molti anni fa’
    dovetti fare una importante scelta
    che avrebbe segnato la mia vita:
    decidere cioè, se rimanere idiota
    dei mali che affliggon la cultura,
    o armarmi contro d’essi
    ma uscirne sempre vinto:
    e da codardo optai per la non-scelta
    di diventar esperto in vaniloquio.

  • @ Angelov
    Dai, non ci abbandonare ai nostri vaniloqui! Sei sempre stato un commentatore attento, animatore di dibattiti interessanti. In fondo credo che anche questi nostri semplici scambi di idee e questo libero commentario servano a qualcosa: se non altro per il nostro personale arricchimento!

    • Angelov

      Non volevo scrivere un commento che velatamente criticasse qualcuno; solo che a notte fonda, una parola tira l’altra, e poi le cose si complicano…
      Leggo sempre i tuoi commenti con assiduità e ritengo di avere molto da imparare da tutte le informazioni e gli spunti che dai agli altri; per esempio ho già segnato i nomi di Spatola, Pignotti, Sarenco e Miccini che non conosco ancora e andrò a verificare : vedi come sono ignorante in materia…
      Ciao e a presto.

      • Troppo buono Angelov. Hai la mia stima per la diminutio, ma sarebbe imperdonabile non smentirti a riguardo! Anche io ti leggo sempre volentieri.
        :-)