Dis-obbedire a Rivoli

Dopo aver girato l’Europa attraversando più di dieci Paesi, “Disobedience Archive (The Republic)”, a cura di Marco Scotini, approda al Castello di Rivoli. Un archivio corposo per quantità e qualità dei materiali raccolti, spesso autentiche rarità, uno scrupoloso lavoro di ricerca in continuo aggiornamento, che dura da oltre un decennio e tuttora in fieri. Fino al 30 giugno.

Disobedience Archive (The Republic) - veduta della mostra presso il Castello di Rivoli, 2013

Disobedience Archive (The Republic) è mostra sui generis, con un allestimento site specific, concepito dall’artista/architetto Céline Condorelli e il contributo del designer Martino Gamper. Un parlamento in legno dove gli scranni sono occupati da 57 televisori su cui scorrono altrettanti video, testimonianze di differenti forme di disobbedienza al “potere costituito”; una parabola temporale che va dagli Anni Settanta a oggi, dal Festival del Proletariato Giovanile al Parco Lambro di Milano alla Primavera Araba, passando per le proteste no global, le forme di bioresistenza, l’attivismo argentino, le esperienze di disobbedienza nei Paesi ex-comunisti e nelle università e le lotte del femminismo.
Al cuore digitale dell’esposizione è affiancato un apparato iconografico di libri, manifesti, fotografie e sculture, con opere, tra gli altri, di Beuys, Merz e Gilardi. L’artista di origine messicana Erick Beltrán ha inoltre creato un’installazione di wall painting in ognuna delle tre sale espositive.
Al di là degli evidenti meriti dell’operazione, ossia da un lato la vis documentaria e dall’altro la volontà di rievocare concetti e pratiche politiche “dal basso” nell’epoca dell’Europa unita e assopita “dall’alto”, non possono sfuggire i suoi limiti, altrettanto evidenti.

Disobedience Archive (The Republic) - veduta della mostra presso il Castello di Rivoli, 2013
Disobedience Archive (The Republic) – veduta della mostra presso il Castello di Rivoli, 2013

In primo luogo, l’enorme mole documentaria (35 ore di filmati, contate per difetto) impedisce allo spettatore una chiara e approfondita fruizione dei materiali. L’esito quindi è paradossale: un approccio superficiale, frammentario, puramente presenzialistico, visivo ed estatico-contemplativo alle opere esposte, che le mortifica insieme alla ricerca che le ha rese disponibili, e ne contraddice la valenza analitica nonché storico-documentaria, inscrivendole proprio nel paradigma mainstream su cui poggia la società dello spettacolo che si intende criticare.
In secondo luogo un atroce dubbio, che investe perfino le fondamenta teoriche dell’intero progetto: il gesto di catalogare, schedare, archiviare, mappare la “disobbedienza” nelle sue diverse forme ed espressioni non è forse troppo simile ai metodi dell’autorità costituita, alle procedure delle varie agenzie statali, più o meno segrete, giudiziarie, civili-burocratiche o militar-poliziesche, preposte alla prevenzione, alla repressione, alla stabilizzazione? Non assomiglia forse, nei suoi codici profondi, al lavoro del “nemico”?
Se evitiamo di cadere nella trappola teorica più fatale, interpretando unilateralmente, cioè solo in funzione ribelle, la foucaultiana microfisica del potere, allora la “strada” e i “movimenti” diventano il campo de-territorializzato dell’infiltrato, come la storia ha più volte dimostrato, mentre Scotini, con un apparente gesto di ri-territorializzazione e contrario che però ignora la costitutiva asimmetria tipica nelle questioni di potere, intende conta-minare il “palazzo”, alias museo/Castello di Rivoli, turris eburnea dell’aristocrazia intellettuale, mutandolo in luogo della rivoluzione. Ma è pura finzione: lo Stato dentro i movimenti li disgrega; l’arte ribelle dentro il museo lo rafforza. Rafforza le carriere, rassicura le élite che quella ribellione è in fondo simulacro, “solo” arte, rappresentazione ammansita, spettacolo innocuo.

Disobedience Archive (The Republic) - veduta della mostra presso il Castello di Rivoli, 2013
Disobedience Archive (The Republic) – veduta della mostra presso il Castello di Rivoli, 2013

A tal proposito ci permettiamo di proporre a Scotini un istruttivo esercizio di Einfühlung, di immedesimazione storica. Nel 1871 i rivoluzionari, durante la Comune di Parigi, nominarono Gustave Courbet a capo dei musei civici. Quando si accorse che i proletari in rivolta avevano preso a saccheggiarli in quanto emblemi del potere tanto inviso, Courbet si prodigò per salvarli dalla rovina, pur continuando ad appoggiare la causa della Comune. Ebbe cioè la stessa reazione del conservatore Nietzsche, trasalito alla (falsa) notizia che il Louvre era stato razziato dai comunardi. Del resto, come ricorda Walter Benjamin, la cultura non è sempre frutto di precedenti atti di barbarie? Che cosa penserebbe o farebbe Scotini se la reale disobbedienza irrompesse nel museo, se la rabbia popolare devastasse il suo Disobedience Archive e così, distruggendolo, ne desse definitivo compimento?

Veronica Liotti

Rivoli // fino al 30 giugno 2013
Disobedience Archive (The Republic)
a cura di Marco Scotini
CASTELLO DI RIVOLI
Piazza Mafalda di Savoia
011 9565222
www.castellodirivoli.com

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Veronica Liotti
Veronica Liotti (Novara, 1976). Dopo la laurea in architettura al Politecnico di Milano (2002) e il master per curatori all’Accademia di Brera (2005), matura esperienza al Castello di Rivoli nel team diretto da Carolyn Christov-Bakargiev in occasione di T1, La Sindrome di Pantagruel (2005). Successivamente collabora con le gallerie d'arte Vitamin e Verso di Torino e con la Postmasters Gallery di New York. Ha scritto per Segno, Flash Art e ArteSera. Dal 2007 cura una rubrica sulla pittura italiana contemporanea per la rivista medica GIDM edita da Roche Diagnostic, Milano. Oltre che di arte contemporanea si occupa di traduzione editoriale.
  • Federico

    Brava Veronica Liotti! Al di là del condividere o meno analisi e critiche svolte nell’articolo, finalmente un buon pezzo, che dice qualcosa dei contenuti ed in modo comprensibile. Ti auguro lunga carriera

    • fausto

      negli anni settanta, la carriera era un’espressione che gran parte degli artisti militanti rifiutavano…; oggi gli artisti allevati nel sitema dell’arte addomesticata puntano solo alla carriera e al successo commerciale…

  • cang

    non ne p-osso più dei cur-atori che scrivono con il trat-tino.

  • rasoio

    si veronica condivido
    e poi la rivoluzione vera è ottenere poche secondarie importanti cose
    il sol dell’avvenire. l’antagonismo irriducibile è solo una comodità

  • carla

    Partiamo da “poche secondarie importanti cose” che l’articolo disattende….

    1. Ma la sign.na Liotti quando entra in una biblioteca oppure in un archivio non dice “mannaggia troppi materiali come faccio a leggerli tutti”! semplicemente ne sceglie alcuni, ne fa uso. Altrimenti guarda la biblioteca di Labrouste e dà un giudizio sull’architettura della Biblioteca Nazionale di Parigi e sull’architetto Labrouste ma non sui documenti che quell’architettura contiene e che lei ignora. Dunque se è un archivio proprio per non essere superficiale e spettacolare deve essere quello che Disobedience è, deve essere un archivio reale – con infinite ore di materiali.
    E se Disobedience è un archivio, una video-library e un insieme di opere/documenti, perchè giudicarla secondo i parametri di una mostra?

    Secondo, i comunardi non c’erano solo nel 1871 ma ci sono stati negli anni ’70 e anche ora. Tutti i nuovi e vecchi comunardi appoggiano/sono Disobedience da 10 anni: ne deduciamo che la Sigr.na Liotti odi i comunardi e rievochi quelli del passato solo perchè ne parlano anche i più reazionari libri di storia e non fanno più paura. E se c’è una cosa che i comunardi di tutti i tempi odiano è la “falsa coscienza”.

    • Ciao Carla,
      1. condivido in pieno. Infatti la domanda è: perché è allestita come una mostra, in un posto dove si fanno mostre, con la durata di una mostra ecc. ecc.?
      2. le esperienze di disobbedienza sono proprio ben selezionate, sopratutto quelle presenti. Per citarne una NON a caso totalmente trascurata in quella sede: il conflitto in Valsusa. Non a caso perché Rivoli è all’imbocco della valle. Ma forse è più esotico parlare di quello che succede in Siria oggi o in Italia 15 anni fa. Ci si espone meno, e tutti, soprattutto in salotto, sono contenti.

      • fausto

        il salotto borghese dell’arte addomesticata, teme la viva attualità… ed è per questo che si rifugia sempre nel passato morto o in mostre innocue…

    • Nuke

      @ Carla
      Ovvio che una mostra in un museo-Mecca dell’arte contemporanea, anche se si tratta di un archivio, si giudica con i parametri di una mostra. Se fosse esposto in un centro sociale o in una biblioteca si giudicherebbe diversamente, certo. ;-)
      Sulla questione “comunardi”, a mio avviso non hai colto il senso dell’articolo. Qui si tratta di capire dove corre la linea di demarcazione tra realtà della disobbedienza e il suo “recupero” nella rappresentazione istituzionale, e il 1871 serve, mi pare, per illustrare la dissoluzione di quel confine. Ma possiamo anche parlare del ’77. Non ho vissuto, ma ho studiato a fondo, la parabola dell’autonomia, da piazza Statuto e i quaderni rossi fino alle bande armate. Non mi sembra, ma posso anche sbagliarmi, e in tal caso ti invito a correggermi, che mai i “movimenti” abbiano assaltato un museo. Perché? In fondo è un’espressione del potere costituito, no?
      Azzardo una risposta: non tanto perché le istituzioni artistiche fossero dalla parte dei ribelli, ma forse perché i ribelli (quanto meno i leader “figli di papà”) appartenevano già a un mondo che negli anni ottanta si sarebbe affermato definitivamente (lo spettacolo, appunto). Basta guardare i nomi e i volti nei palinsesti delle tv pubbliche e private, nei giornali dei padroni, nell’editoria, nei cda dei musei ecc. ecc.
      Da sempre la disobbedienza, quella vera, è aniconica, iconoclasta e odia essere rappresentata. Torino ricorda ancora piazza Statuto 1962 e le macchine fotografiche nelle fontane?

  • raz baz

    Gli anni 70 non sono stati solo terrorismo :
    c’era un movimento, un sentire che è stato letteralmente censurato dai cosidetti
    “anni del riflusso”.
    ma gli anni 70 sono stati pure una rivolta pessimista meno fiduciosa del futuro di quanto fosse stato il periodo attorno al 1968 (e forse questo pessimismo è stato poi confermato dall’andamento degli eventi).
    Le brigate rosse eccetera non erano tutto il movimento,certo, ma l’inconcludenza, i sabotaggi, le autoriduzioni,un clima assembleare disordinato e pecoreccio quando non “pilotato”, le rissa da strada,le molotov sulle porte di sedi varie, il danneggiamento delle auto in sosta, la lotta tra frazioni da prefisso telefonico, per non parlare del linguaggio rude e stereotipato (attinente alla realtà solo in modo confuso e semplificato), il dileggio violento e sistematico di chi non era d’accordo ( e alcuni magari se la meritavano e molti se la meriterebbero anche oggi), la lite con l’allora partito comunista e i sindacati piuttosto che con i nemici meno prendibili,non hanno partorito la rivoluzione francese, mi pare.
    Toni Negri e compagnia ha scritto tante cose: alcune buone, alcune pessime, alcune esagerate, qualche confusa anticipazione. Fa ridere che alcuni critici d’arte
    le utilizzino non solo come armamentario teorico ma anche come riferimento per capire il dettaglio dell’economia e della società di oggi.
    Ma dove ha studiato l’economia Lazzarato ad esempio? confrontate un suo testo sull'”uomo indebitato” con il testo di qualcuno che conosca davvero i risvolti concreti della realtà stratificata in interessi e dinamiche contrapposte: provate a leggervi Gallino KrUgman Stieglitz Sachs ecc e fate il confronto e vedrete che le “piazzate” (anche se utili) non sono sufficienti: certe volte piccole essenziali riforme sono più rivoluzionarie.
    Ma tanta retorica del non compromesso l’ho rivista in Bertinotti (scusate se non sto a distinguere la finezza delle differenze) che ci ha regalato tanti anni di berlusconismo in più.
    Tutta sta roba e il modo di presentarla servono a ben poco , sono ipocrisia buona per un ceto intelettuale in declino: serve quanto servono
    i discorsi sulla centralità dell’uomo in Pistoletto , a lavarsi la coscienza senza misurarsi con il concreto, non per nulla queste cose si ospitano negli zoo di Rivoli o di Kassel

  • Condivido. Courbet, tra l’altro, si fece della galera per l’abbattimento della statua di Napoleone in Place Vendôme… Basta con i critici ‘sciacalli’!

  • luca

    conosco l’archivio da anni e ho visitato questa bellissima edizione per la prima volta. non mi sembra affatto sia un ‘salotto’: altrimenti come giudichi la BIENNALE?????
    ho visto che c’è nella sezione ‘Reclaim the streeets’ un lavoro di Silvia Maglioni e Graeme Thomson che documenta la violenta operazione di polizia contro il movimento No-TAV, all’alba del 26 gennaio 2012 in cui numerosi militanti vennero arrestati.
    davvero straordinario The Infiltrators!

  • gustav

    EVVIVA DISOBEDIENCE, riscriviamo la storia!
    altro che acquerello “esotico” da salotto buono! condivido: una mostra bellissima,
    lasciamo gli zoo all’ultima documenta.

  • aphra

    Credo che il mestiere della storia richieda sacrificio, perseveranza e una buona dose di consapevole rischio per generare continuamente strumenti per comprenderla. Penso a chi gli anni 70 li ha elaborati, a chi non smette di studiarli, a chi li ha vissuti da artista, da militante, ma non mi sovviene nella storia delle esposizioni italiane degli ultimi vent’anni un percorso che ne colga davvero la complessità e insieme la feconda produttività nel e contro il sistema dell’arte stesso.
    A Rivoli questo è accaduto e grido al miracolo! vogliamo forse ancora dirci “addio” ( anni 70…) o gettare la maschera di quelli che hanno fatto bene i compiti e imparare da mostre come disobedience che la storia negli archivi non improvvisati può finalmente e ancora una volta insegnarci qualcosa?

  • some girls are bigger than other

    straordinari i materiali di Rivolta Femminile che non avevo mai visto!

  • marta moggi

    Finalmente qualcuno che fa davvero l’analisi di una mostra!
    Complimenti Veronica, perchè oggi in Italia si trascrivono solo i comunicati stampa e spesso i curatorii e gli editori sono costretti a difendere chi paga pagine pubblicitarie, a discapito della verità e della trasparenza.
    Scotini da anni riempe pagine di documenti a cui lui stesso non crede e distilla ‘gocce di saggezza filosofico-politica’ a cui non appartaniene, da piccolo borghese della cultura com’è. Cita ‘rivoluzioni, disobbedienze, riappropriazioni dal basso, spazio pubblico’, ma lui lavora SOLO in spazi privati, scuole private, fondate da grandi costuttori edili contro cui dice di ‘lottare’ (o meglio lo fa crede agli altri…). Insomma tutto a pagamento, per élite che possono permetteselo!
    E smettiamola allora di parlare di rivoluzioni. Quelle vere non sono certo fatte da Scotini &Co.

    • some girls are bigger than other

      Marta Moggi ma ti sei mai chiesta quale fosse l’estrazione sociale di Walter Benjamin?
      E invece Gérard Lebovici che tipo di impresario era???

      I tuoi mi sembrano piuttosto livori personali diretti contro Scotini & co. E comunque il Castello di Rivoli è ancora un’istituzione pubblica. Ti consiglio caldamente di leggerli quei documenti!

      Il mio culo di chicana queer (dis)abile chiede un cambiamento strutturale
      [cartello di un’attivista queer di Occupy Wall Street]

      • Nuke

        Certo, Benjamin aveva un’origine borghese, ma come tanti della sua generazione (Lukacs era persino nobile) ha avuto un’esistenza non propriamente borghese in seguito a una scelta politica, vivendo di collaborazioni saltuarie, si direbbe oggi. E l’università gli ha sbattuto la porta in faccia. E’ sempre stato fuori dalle istituzioni.

        E se il Castello di Rivoli è un’istituzione pubblica, allora io sono la regina d’Inghilterra.

  • carlo

    molti nemici, molto onore!

  • Pussy Riot

    Rivoluzione o no, Scotini resta il curatore più affascinante!