Boetti, i libri e i pulcini in tasca

Roma, Anni Sessanta. In fila dal tabaccaio, per una fotocopia. Il signore davanti, un tipo eclettico, tira fuori dalle tasche della giacca due pulcini, li posa sul vetro e avvia la scansione. Finito, ricaccia gli animaletti in tasca, paga le sue monetine e se ne esce soddisfatto. Storia di Alighiero Boetti secondo Annemarie Sauzeau.

La litografia originale inclusa nel volume Boetti A4

Quella che avete appena letto è solo una delle storie che ci racconta Annemarie Sauzeau, per più di vent’anni moglie, compagna di vita e di lavoro del grande Alighiero Boetti. La incontriamo in occasione dell’uscita dell’ultimo libro che gli ha dedicato, Boetti A4, firmato da lei con la collaborazione di Hans Ulrich Obrist e pubblicato da Edizioni Essegi nella collana Emblemata, diretta da Maurizio Londei. C’è il suo saggio, intitolato semplicemente A4, c’è un dialogo tra lei e Obrist, ci sono undici “A4” dell’artista: dieci sono riproduzioni di altrettanti disegni, in fondo al volume c’è una grafica originale, litografia firmata e numerata in 100 copie da Boetti stesso nel 1992. Annemarie Sauzeau ci racconta del suo rapporto con i libri, con la tecnologia, ed escono alla luce tanti aneddoti inediti.

È uscito di recente questo libro Boetti A4; il primo lavoro da lei fatto con Boetti fu un libro, il fondamentale Classifyng the thousand longest rivers of the world. Quale ruolo assegnava lui all’editoria?
Prima di tutto lui era un gran lettore, la casa era piena di romanzi, letteratura russa, austriaca, per esempio. Lui stesso ha trasformato certe sue opere in libri: alcuni disegni che accompagnavano le opere postali vennero rilegati in un libro. E poi sì, il libro sui fiumi nel mondo: lui ha lanciato l’idea, da grande concettuale qual era, e poi ha chiesto a me di realizzarlo, quattro anni di lavoro. Una raccolta di dati, che Boetti ha concretizzato in due grandi arazzi con i nomi di mille fiumi, che ora sono uno al MoMA di New York, uno a Francoforte: ma lui stesso chiese ai musei che davanti a queste opere ci fosse un leggio con il libro aperto, consultabile da tutti.

Alighiero Boetti alla fotocopiatrice
Alighiero Boetti alla fotocopiatrice

In Boetti A4 Hans Ulrich Obrist ricorda del “progetto fax” di Boetti, un vero social network ante-litteram. Di cosa si trattava?
Sono molte le idee che hanno motivato Obrist, tanto che lui dice che tutta la sua carriera è stata determinata dall’incontro, dall’input di Boetti. Alighiero a un certo punto gli disse: “Noi dobbiamo lanciare un’agenzia fax, io sarò il presidente, tu sarai il direttore. Mi devi trovare un elenco di 120 persone che fanno opinione nel mondo, di tutti i settori, non solo nell’arte. Noi manderemo dei messaggi, dei nostri testi, qualche disegno, e poi aspetteremo le risposte: tutto basato sul fax”. Aveva scoperto il concetto di social network, decine di anni fa, quando ancora non esisteva Internet…

Nel suo saggio lei parla del rapporto dell’artista con mezzi tecnici come la fotocopia, il fax, l’A4 standard internazionale e il mondo del rotocalco. In che modo si inserivano questi mezzi nella sua produzione?
Il suo rapporto con la tecnologia iniziò negli Anni Sessanta, con la fotocopia. Era tornato da New York, dove aveva visto che Robert Rauschenberg aveva a disposizione una grande fotocopiatrice – addirittura a colori – affidatagli dalla Rank Xerox per le sue sperimentazioni: certe industrie capivano l’importanza della creatività dell’artista, anche per promuovere i propri prodotti. Boetti in Italia non trovò la stessa disponibilità: era costretto ad andare dal tabaccaio all’angolo, con le monetine, per fare i suoi esperimenti. La commessa del negozio era scioccata: lui schiacciava la sua faccia sul piano della fotocopiatrice, con gli occhi aperti, per realizzare i suoi autoritratti. A un certo punto si mise in testa di fotocopiare dei pulcini che camminavano sul vetro: arrivava al negozio con i pulcini nelle tasche della giacca, e faticava per farli stare lì sopra, aveva notato che quando passava la luce della lampada il pulcino beccava. Magari dietro a lui qualcuno aspettava per fotocopiare la sua patente di guida…

Una fotocopia con le zampe di un pulcino realizzata da Alighiero Boetti
Una fotocopia con le zampe di un pulcino realizzata da Alighiero Boetti

A livello concettuale, come si poneva Boetti rispetto alle teorie di Walter Benjamin sulla riproducibilità dell’opera?
Lui è sempre stato affascinato dalla riproduzione delle opere d’arte. Non aveva fatto l’accademia, aveva studiato l’arte con I maestri del colore, edizioni che si compravano in edicola: dunque delle riproduzioni. Allo stesso tempo, era ben consapevole di ciò che sostiene Benjamin, della perdita dell’unicità, del mistero, dell’aura dell’opera unica. E allora inventò il passo successivo: raccoglieva nel suo studio grandi quantità di riviste, e ogni mese ne sceglieva alcune, magari una di scienze, una di moda, una porno, una di caccia. Poi ne selezionava una serie, in un anno potevano essere dodici, o dodici dozzine, e chiedeva a una sua assistente di ridisegnare le copertine a matita. Il seriale, ciò che esisteva in milioni di copie, ritornava unico: recuperava la sua aura. Oggi ne esistono tre grandi serie, una è nel museo di Lille, un’altra alla DIA Foundation, a New York…

Anche per questa sua ampiezza di interessi, lo studio di Boetti era una specie di “accademia”. Ricorda qualche aneddoto in proposito?
Sì, era un’accademia spontanea. Lui non pontificava, non faceva il “professore”: però era velocissimo, per lavorare con lui bisognava capire al volo, quelli che resistevano erano quelli veramente bravi, era una specie di selezione naturale. Fra loro c’era Marco Tirelli, che era un bravissimo disegnatore, mentre Boetti non aveva nessuna pratica accademica: Tirelli ridisegnava le sue cose, lui lo apprezzava molto. Poi arrivò anche Clemente: ma nessuno di loro “rifaceva” le cose del maestro, Boetti è stato importante per aiutarli a trovare la propria identità, questo sì.

Annemarie Sauzeau con il figlio Matteo Boetti
Annemarie Sauzeau con il figlio Matteo Boetti

Oggi Boetti come lavorerebbe con i nuovi media, con Internet, con la comunicazione globale?
È difficile dirlo… Lui per esempio era affascinato dalle scritte a led, quelle degli aeroporti, con partenze e arrivi: ma poi quei pixel lui li faceva ricamare, li fermava nella sua opera. Oggi… Non credo che userebbe troppo il computer, in fondo lui non era attratto dalla tecnologia in maniera “diretta”: magari si farebbe creare una rete twitter – l’aggiornamento del progetto fax -, ma lui sarebbe solo il presidente…

Ancora libri: lei per Documenta ha raccontato l’esperienza di The One Hotel in uno dei 100 taccuini. Ci riassume i contenuti di una vicenda ancora non conosciuta nei dettagli?
Del One Hotel accennavo già nel mio precedente libro, Shaman showman, ma poi, visto il grande interesse rinnovato anche dall’opera di Mario Garcia Torres presentata a Documenta, Carolyn Christov-Bakargiev mi ha chiesto – come testimone diretta, io aiutai Boetti in tutto, da comprare i letti a decidere cosa si mangiava – di raccontare questa storia. Alighiero creò il One Hotel per la simpatia che provava per un giovane ragazzo afgano, che lavorava in un piccolo hotel dove lui soggiornava. Boetti lo prese come una specie di assistente: “Tu sei intelligente, sei l’unico qui che può farsi un suo albergo”, gli diceva. “Eh, mi piacerebbe, ma io non ho i soldi per affittare lo spazio, arredarlo, comprare le teiere…”, rispondeva il ragazzo. “Se torno qui, ti porto i soldi e apriamo l’hotel insieme”: io ero presente quando lui tornò e tirò fuori dai jeans il mazzetto di soldi, il ragazzo scoppiò a piangere. C’erano sei stanze in tutto, l’unica condizione che Boetti pose fu che una di quelle fosse riservata a lui e al suo studio, quando era in Afghanistan.

Massimo Mattioli

CONDIVIDI
Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.
  • Dopo la mostra al MAXXI, l’intitolazione della piazza del museo romano e la pubblicazione del secondo volume del catalogo generale, ancora un segnale di crescente interesse nei confronti di Boetti. Molto interessante questa intervista di Mattioli, ricca di spunti per conoscere meglio la figura di questo grandissimo artista. Grazie Artribune.

    • fausto

      una grande sensibiltà dell’artista a favore del pulcino…, tanto che lo porta a radiografare le sue fragili zampette. Un’ esperienza assolutamente unica e inaspettata per il pulcino che sicuramente lo segnerà per tutta la sua breve vita….

      • Non sapevo che esistessero fotocopiatrici ai raggi X…

      • marina urbach

        Alighiero era lui stesso un dolce pulcino….

  • Maurizio Osti

    Boetti è ormai (giustamente) consacrato come un maestro.

  • cang

    Boetti è entrato nel mercato miliardario, è per questo che ora interessa a tutti. Non nego che sia un buon artista, ma da qui a considerarlo un maestro ce ne passa.

  • andrea bruciati

    perchè non dovrebbe essere considerato un maestro?

    • fausto

      MAESTRO DI COSA? DI FETICCI OVATTATI E CONFENZIONATI PER L’ALTA BORGHESIA !!!

      • marina urbach

        …ne ‘feticci ovattati, ne per la berghesia…'(alta o bassa)…questo volgare e ignorante commentario riflette l’agressivita dell’ignoranza…per ora la sinistra italiana dovrebbe stare zitta, zitta, dopo che ha ventudo l’Italia alla lega…altro che ‘feticci ovattati’! HASTA LA VICTORIA, SIEMPRE….

        • marina urbach

          …dopo che ha venduto…

        • fausto

          il commentario acritico di luoghi comuni è uno strumento musicale stonato che solo gli ignoranti attuano…

          • Annunziovobis

            Botti era un genio. Se non ci credi fogliati un suo libro.

          • marina urbach

            fausto: stai zitto, zitto, zitto, mentre piu parli, piu riveli chi sei…zitto, zitto, zitto…

          • marina urbach

            l’Italia deve accettare la sua situazione attuale che lei stessa ha creato..la sinistra ha venduto l’Italia alla lega…il resto e sintomatico, come l’agressivita ignorante…

        • marina urbach

          borghesia….

  • marina urbach

    nella storia dei pulcini c’e molto materiale da leggere tra le righe…

    Grazie!

  • Arnaldo Romani Brizzi

    Chi non riesce a riconoscere la grandezza di Alighiero Boetti si interroghi sulla propria capacità di comprensione e pianga su se stesso. Boetti era sempre toccato dalla grazia dell’immaginazione creatrice.

    Arnaldo Romani Brizzi

    • marina urbach

      Condivido! Ho avuto la fortuna di conoscere Alighiero a Roma e di frequentarlo a New York. Era un artista con una vita interiore molto ricca che, con il suo grande talento e riuscito a comunicare con noi, a traverso il suo splendido lavoro. La storia dei pulcini, che puo sembrare banale a un livello superficiale, e invece un bellissimo esempio della capacita di Alighiero di lavorare in un piano di intertestualita creativa.

      • fausto

        l’intertestualità creativa è una prassi che avvilisce il valore delle opere altrui..perfino la vita fragile e transitoria dei poveri pulcini…

        • Annunziovobis

          Se parli come mangi magari ti capiamo.

          • fausto

            noto una predisposione al cibo e una forte vocazione alla retorica ripetitiva che ti fanno perdere il senso dell’argomento che si tratta.

        • marina urbach

          Infatti, l’agressivita ignorante e un sintoma…

    • rinaldo

      ciao romano
      alighiero era unico
      con lui era un gioco infinito

      un saluto
      rinaldo

  • Ma chi se ne fotte dei pulcini francamente…ora vado a farmi un pollo arrosto!

  • E poi so da fonti sicure che era il pulcino pio