Una scelta definitiva: intervista ad Arnaldo Pomodoro

In via Vigevano a Milano apre il nuovo spazio espositivo della Fondazione Pomodoro, con una mostra sull’opera degli Anni Cinquanta del maestro 86enne, a cura di Flaminio Gualdoni. Tra riduzioni di spazio e diverse prospettive, Pomodoro ci racconta la sua scelta. Inaugurazione domani martedì 9 aprile.

Arnaldo Pomodoro - photo © Bob Krieger

Via Vigevano, la Darsena e il Vicolo dei Lavandai sono luoghi che rimandano alla Milano delle chiuse di Leonardo e delle chiatte che sui Navigli portavano i marmi di Candoglia per il Duomo: una Milano fluviale che ha sempre avuto tanta fortuna nell’immaginario degli artisti. Lei scelse molto tempo fa di installare qui il suo studio, e poi la sua Fondazione, con l’archivio annesso. Cosa l’ha portata a scegliere via Vigevano come sede anche del nuovo spazio espositivo, dopo Rozzano e via Solari?
Il nuovo spazio si integra con i luoghi storici della mia attività e con gli archivi della Fondazione. Spero che la vicinanza tra gli ambienti possa costituire un polo artistico interessante, che tra i cortili antichi dei Navigli saldi ancor più la contiguità tra il luogo dove nasce la mia scultura e quello dove la Fondazione la documenta e la promuove, ponendosi come luogo di studio e di confronto intorno ai grandi temi e alle grandi figure dell’avanguardia contemporanea.
Negli anni sono andate maturando le condizioni per questa scelta che considero definitiva: destinare gli spazi del mio studio a sede delle attività scientifiche ed espositive della Fondazione. Da qui è nata la terza fase che stiamo affrontando e che si proietta nel futuro.

Questa terza fase di vita della Fondazione, questa che lei chiama “soluzione definitiva”, nasce anche da una visita allo studio di Noguchi a New York. Cosa ha provato visitandolo, e perché è stato così importante?
Ero stato nello studio di Noguchi prima della sua morte, e non mi ero reso conto che potesse interpretare così adeguatamente anche la destinazione museale che adesso ha. Quando poi l’ho visitato nella veste attuale di museo, l’ho trovato un luogo ricco delle tracce e delle memorie dell’artista, così vivo e umano da pensare che avrei potuto seguirne l’esempio per garantire alla mia Fondazione un futuro a lungo termine, ben delineato e rispondente ai miei intenti originari.

Arnaldo Pomodoro, Orizzonte I, 1956 - photo Dario Tettamanzi
Arnaldo Pomodoro, Orizzonte I, 1956 – photo Dario Tettamanzi

La vocazione primaria della Fondazione è quella che le suggerì già a suo tempo Giulio Carlo Argan, dicendole che la Fondazione doveva essere non solo un luogo di celebrazione del suo lavoro, ma anche di studio e di proposta. Concentrandosi su quest’ultimo punto, come cambierà da ora la proposta culturale della Fondazione?
Sin dalla nascita della Fondazione nel 1995 mi sono posto l’obiettivo che non fosse un luogo celebrativo, ma un centro di confronto e discussione, un laboratorio per l’arte e la cultura. Ora, la soluzione scelta (che la Fondazione in prospettiva inglobi il mio studio e diventi una sorta di studio-museo, cioè un luogo di conoscenza e di elaborazione che parli sì del mio lavoro ma che riguardi anche, nel suo complesso, la pratica della scultura e dell’arte), permetterà di mantenerne inalterate funzione e finalità fondative.

La prima mostra riguarderà il suo lavoro degli Anni Cinquanta, come a voler ripercorrere il suo percorso artistico dall’inizio. Come mai questa scelta?
Nel corso degli anni sono riuscito a riacquisire molti dei miei primi lavori, fino a formare un gruppo significativo di opere che ora ho deciso di esporre per far conoscere meglio l’inizio del mio percorso  artistico. “L’influenza intellettuale di Klee”, scrive Flaminio Gualdoni, curatore della mostra, “si avverte nel passo lirico e nella filigrana naturale tipici di Pomodoro di quel tempo, esplicitati da titoli in cui si dice di ‘orizzonte’, ‘situazione vegetale’, ‘estensione vegetale’, ‘paesaggio’. È, questo, il percorso che lo conduce alla consapevolezza del segno astratto come cellula plastica, caratteristico di tutta la sua straordinaria vicenda successiva”.

Arnaldo Pomodoro, Untitled, 1956-57 - photo Patrizio Parolini
Arnaldo Pomodoro, Untitled, 1956-57 – photo Patrizio Parolini

Quali opere vedremo nella mostra?
Ventotto rilievi – oltre ad alcuni disegni – realizzati tra il 1954 e il 1960, nei quali compare una fitta serie di segni, un tracciato di punti, nodi e fili, come una scrittura arcaica e illeggibile. Così scriveva Leonardo Sinisgalli nel 1955 presentando i miei lavori alla Galleria dell’Obelisco di Roma: “È questa una scrittura sconcertante che sentiamo densa di un fascino nuovo, quasi magnetico” Da qui il titolo della mostra.
Per realizzare queste opere ho usato materiali facili da fondere, come il piombo e l’argento, su fondi di velluto sbiadito con candeggine, di iuta patinata con trucchi di acidi, o cemento. Ho utilizzato una tecnica di sapore primitivo, conosciuta nella vecchia bottega di un orafo a Pesaro, la fusione con l’osso di seppia.

La scultura tradizionale si è sempre giocata sul filo del rapporto tra forma aperta e forma chiusa. Si potrebbe dire che con le sue opere geometriche in bronzo lei abbia creato, come in una sintesi hegeliana, la scultura “scavata”, che è contemporaneamente chiusa e aperta?
Sì, certamente, penso che il rapporto tra gli opposti, come aperto/chiuso, vuoto/pieno, interno/esterno ecc. sia dialettico e che tra essi ci sia una reciproca interazione. In particolare, penso che nelle mie opere squarciate e scavate il tratto geometrico presenti le forme della ragione astratta e tecnologica, mentre le rotture siano le forme del primitivo, del profondo e del materiale. Le due cose valgono insieme, nel senso che i due diversi elementi – lo spirito razionale e l’impulso vitale – sono sempre, entrambi, necessari per la produzione artistica.

Arnaldo Pomodoro, La luna il sole la torre, 1955 - photo Studio Boschetti
Arnaldo Pomodoro, La luna il sole la torre, 1955 – photo Studio Boschetti

La mostra si conclude con il 1960, con l’anno, cioè, successivo al suo viaggio negli Stati Uniti. Effettivamente quello fu un momento di svolta nella sua produzione? Quali sono gli aspetti della cultura americana che hanno più inciso sul suo lavoro?
Il mio primo viaggio negli Stati Uniti risale al 1959 ed è stato importantissimo per lo sviluppo del mio lavoro: da un lato il confronto con uno spazio tutto diverso dal nostro, dall’altro il rapporto con i movimenti artistici e culturali americani di quegli anni. Il passaggio fondamentale è avvenuto nella saletta di Brancusi al MoMA di New York. È là che ho avuto una folgorazione: le forme perfette di Brancusi mi hanno dato una tale emozione da provocare in me un desiderio di distruzione e così le ho immaginate come tarlate, corrose, scavate, per potere investigarne l’interno e scoprire la vitalità che vi è racchiusa. Mi è venuta quindi l’idea di inserire tutti i miei segni all’interno dei solidi della geometria, e cioè dentro un’immagine essenziale, pura, astratta.

Mi ha molto colpito che lei abbia detto che dagli Usa ha imparato che l’ingrandimento delle cose non viene solo da una volontà di gigantismo, ma davvero trasferisce ad un altro valore gli oggetti. Ciò come ha influito sulla sua attenzione alla monumentalistica pubblica? È questo un modo di richiamare l’attenzione su ciò che è pubblico, piuttosto che su ciò che è privato? L’arte di oggi è troppo poco tra la gente, nelle piazze?
Ho più volte affermato che l’ideale per me è ambientare le opere tra la gente, le case, il verde, le vie di tutti i giorni. La scultura all’aperto, infatti, dà nuovo valore all’ambientazione architettonica e spaziale ed è come una creatura vivente che muta nel volgere della luce e delle ombre, ma anche nell’incontro con le persone. L’opera supera così il limite di un’arte chiusa nei musei e nelle collezioni private e diventa patrimonio di tutti.

Giulio Dalvit

www.fondazionearnaldopomodoro.it

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Giulio Dalvit
Nato nel 1991 a Milano, ha studiato Lettere e si è laureato in Storia dell’arte moderna alla Statale di Milano. Ha collaborato anche con alcuni artisti alla realizzazione di mostre milanesi tra Palazzo Reale, il Museo del 900 e Palazzo Ducale a Genova. Ha scritto per Flash Art e, ora, Artribune. Sempre in sospeso tra l’antico e il contemporaneo, studia al Courtauld Institute a Londra, dove attualmente vive.