Un secolo di città (nuove)

A Como si chiude l’epoca delle “grandi mostre” blockbuster e si apre l’era della cultura attiva e radicata nel contemporaneo. Con un progetto triennale sul discorso urbanistico. Si apre con il genio locale Antonio Sant’Elia, si segue l’evoluzione novecentesca dell’idea di metropoli e ci si riallaccia ai temi del prossimo Expo 2015.

Antonio Sant’Elia, Edificio industriale con torre angolare, databile 1913

Alla Pinacoteca Civica di Como, ovviando a cinque decenni di criminale semi-invisibilità, sono esposti cinquanta disegni di Antonio Sant’Elia (Como, 1888 – Monfalcone, 1916). In un pugno di anni, dal 1908 alla morte in battaglia sui monti friulani nel 1916, Sant’Elia digerisce gli influssi viennesi Jugendstil e inventa su carta (solo una piccola villa fu costruita) una nuova architettura e una nuova urbanistica che traducano in forme le istanze di mobilità e concentrazione della neosocietà meccanizzata. Il gusto per il décor prezioso e l’orpello dei primi progetti si traduce nel funzionalismo puro di centrali elettriche, piani stradali multipli, stazioni-aeroporto, case “simili a macchine gigantesche” tendenti all’alto i cui elementi qualificanti sono gli ascensori esterni e le gradinate. La città nuova si fa “simile a un immenso cantiere, agile, mobile, dinamico”. Una città-funzione e insieme una città-profezia visionaria, impossibile, irrealizzata. In questo chiasmo è racchiuso il fascino immenso dei disegni.
Forse la filiazione più fedele delle visioni di Sant’Elia furono le scenografie del film Metropolis (1927) di Fritz Lang. Da qui, dalla visione ambivalente della metropoli-collage, città agglomerato e sovrapposizione, gloriosamente babelica e distopica, parte il percorso di Villa Olmo, dopo i dodici schizzi della Città Nuova. Negli Anni Venti Le Corbusier progetta una “città per tre milioni di abitanti”, cité radieuse, utopia socialista della concentrazione e dell’automazione che anticipa Brasilia e le città create il cui centro è la stazione per treni e aerei mutuata dall’architetto comasco. Gli risponderà tre decenni più tardi il funzionalismo individualista americano di Broadacre City di Frank Lloyd Wright: una città a bassissima densità e a ridotto impatto ambientale le cui piccole unità tuttavia sono collegate tra loro da autostrade.

Frank Lloyd Wright, Living City, 1959
Frank Lloyd Wright, Living City, 1959

Negli Anni Sessanta il situazionista Constant teorizza New Babylon, la psicogeografia dell’evo postindustriale quando le macchine sostituiscono l’uomo nel lavoro e quindi il gioco prende il posto della funzione come principio costruttivo. Vediamo poi alcuni esempi di “megastrutture”: i grappoli nel cielo di Isozaki, le città coniche di Intrapolis secondo Walter Jonas e le Plug-in city del collettivo Archigram, città come nuclei mitocondriali, enormi macchine mobili che proclamano il dominio della tecnica postbellica. Giunge il Sessantotto e i collettivi italiani Archizoom e Superstudio denunciano la morte del paesaggio, dell’aura e della specificità nelle città plasmate dal capitalismo avanzato a modo di sterminati centri commerciali, superfici omogenee e monumento continuo (al capitalismo stesso). La città come agglomerato di simboli torna nel progetto di Cao Fei il quale, attraverso Second Life, plasma un ritratto della Cina contemporanea post-tutto dove l’estetica videogame è l’unica a poter tenere insieme per magnetismo Mao e Lao-Tse, la Grande Muraglia e il Nido d’uccello di Herzog & de Meuron.

Chris Burden, Pizza City, 1991-1996, MAK – Austrian Museum for Applied Arts / Contemporary Art. Foto: © Gerald Zugmann/MAK
Chris Burden, Pizza City, 1991-1996, MAK – Austrian Museum for Applied Arts / Contemporary Art. Foto: © Gerald Zugmann/MAK

Chiudono il percorso la città volante di Krutikov, un avveniristico progetto sovietico del 1928 che anticipa in modo impressionante le forme delle stazioni orbitanti e delle astronavi del cinema e della realtà della corsa allo spazio e l’installazione Pizza City di Chris Burden, un’ultima utopia stavolta giocosa e infantile. Una città “da cui si può fuggire in 15 minuti”, l’idea di Europa che potrebbe sognare un bambino di Los Angeles con i castelli della Loira, il Concorde, San Marco e persino multiple Statue della Libertà, assemblata con modellini in cartone e giocattoli.

Alessandro Ronchi

Como // fino al 14 luglio 2013
La città nuova. Oltre Sant’Elia
a cura di Marco De Michelis
VILLA OLMO
Via Cantoni 1
PINACOTECA CIVICA
Via Diaz 84
www.lacittanuova.it

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Alessandro Ronchi
Alessandro Ronchi (Monza, 1982) è critico d’arte e giornalista culturale. Si interessa specialmente di arte dalle origini alla contemporaneità, iconografia, cinema, letteratura, musica e pop culture. Ha diretto il mensile Leitmotiv e collabora con testate giornalistiche, website e gallerie. Tiene corsi di cinema e cultura visiva presso istituti scolastici. Fa parte dello staff redazionale di Artribune dalla fondazione nel 2011.