Serena Porrati, la geologia e la finanza

Ha un’attrazione per gli opposti: da un lato la passione per la tecnologia, dall’altro un attaccamento alla natura, al rurale che sfocia nel primordiale. A influenzarla l’adolescenza trascorsa in campagna sul Ticino. Dopo gli studi a Brera, ha intrapreso una serie di viaggi che l’hanno portata a frequentare un master al Central Saint Martins di Londra. Qui, per il suo ultimo progetto alla British Library, è riuscita a mettere in relazione discipline disparate come la geologia e la finanza. Perché nella realtà, “niente è poi così definitivamente diviso”.

Serena Porrati, Se siete abbastanza vicini per vedere, siete troppo vicini per evitarla, 2011, lambda print

Che libri hai letto di recente e che musica ascolti?
Austerlitz di Sebald, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis e Critica e clinica di Deleuze. Leggo spesso pezzi di Metafore della Visione di Stan Brakhage: è un eccellente compagno di viaggio. Musica: di recente ascolto molto i Fall.

I luoghi che ti affascinano.
Quelli poco definibili, i posti ai quali ti abitui, che impari a guardare. I campi incolti o le strade di campagna adiacenti alle strade trafficate, i boschi residui dove aspettano le prostitute. Mi piacciono i paesaggi discordanti come via Padova a Milano, da cui nei giorni limpidi si vedono le montagne innevate. Forse mi affascina semplicemente tutto ciò che è ibrido e periferico. Adoro Los Angeles.

Le pellicole più amate.
This is a history of New York di Jem Cohen, Dog Star Man di Stan Brakhage, Deserto Rosso e Zabriskie Point di Antonioni, Anna di Grifi, La Soufrière di Werner Herzog, Sans Soleil di Chris Marker e i documentari di Wiseman. The Turin Horse di Béla Tarr, America Oggi di Robert Altman, The Wicker Man di Robin Hardy e Walkabout di Nicolas Roeg. Adoro l’esattezza formale dei film di Maya Derain. L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi è stato uno dei miei primi film preferiti.

Serena Porrati, Contemporary Hills, 2010-2012, selezione d'archivio di 80 colline artificiali
Serena Porrati, Contemporary Hills, 2010-2012, selezione d’archivio di 80 colline artificiali

Artisti guida?
Apprezzo l’arte quando mi disorienta, più che guidare. Quando dischiude universi e visioni lontanissime da me, ma per assurdo familiari. È riduttivo fare un elenco, a volte mi dimentico i nomi, a volte sono artisti sconosciuti o lavori specifici.

Hai partecipato a tanti workshop con personalità molto diverse, dal teorico Lev Manovich negli Stati Uniti all’artista Liliana Moro al Corso della Ratti…
Le professionalità nel mondo dell’arte e della ricerca fanno un lavoro che è una forma di vita e di pensiero: questa è la cosa più potente in un workshop, al di là dell’argomento di cui si parla o intorno al quale si lavora.

Hai un’attrazione per gli opposti. Tecnologia da un lato, natura dall’altro.
Pensando che in realtà niente è poi così definitivamente diviso, le nostre categorie, i nostri opposti sono strutture che ci imponiamo per cercare di dare un senso alla realtà o a quello che facciamo e conosciamo. È un problema linguistico, e m’interessa capire come superarlo.

Serena Porrati, Insubria, 2013, fotografia digitale
Serena Porrati, Insubria, 2013, fotografia digitale

Non hai una formazione scientifica, ma il tuo approccio è molto analitico.
Mi piace inventare dispositivi di visione per interpretare lo spazio o gli oggetti che mi circondano. Così è nato Patterns of Decay and Dissolution, “scomposizione filmica” della struttura decadente di una pianta. È un accanimento analitico su un soggetto non scientifico, irrilevante. È questa scientificità istintiva che m’interessa. Il lavoro Se siete abbastanza vicini per vedere, siete troppo vicini per evitarla è nato da una visione illogica della realtà, è un intervento nel paesaggio che crea una sensazione di mistero e distacco. È un segno alieno in un luogo pubblico, ma lontano da zone abitate. Si rivolge anche a spettatori non umani. Chissà se il coleottero acquatico ha notato qualcosa di diverso nella sua pozzanghera.

Hai realizzato una serie di film adottando un approccio a metà fra l’antropologo,  l’etologo e il documentarista. Al centro: il paesaggio, il mondo animale e l’intervento dell’uomo, anche se la sua presenza sullo schermo è limitata.
Sì, nel film Inexpressible Island ad esempio ho assemblato oggetti sparsi che alludevano alla natura senza essere naturali, cioè prodotti dall’uomo. È diventato un collage di rappresentazioni. Non c’è mai l’uomo e non c’è mai la natura, c’è gran parte di ciò che gestisce e organizza questo dualismo.

Fai entrare la natura anche nella sfera sessuale. Penso a Snow Balls, un quaderno sul quale inviti le persone a descrivere il paesaggio in cui hanno fatto sesso all’aperto.
Il sesso è una pratica che ancora ci accomuna agli animali. Mi piace credere che la percezione del paesaggio in questi racconti sveli qualcosa di altrettanto antico e primordiale.

Serena Porrati, Faccio fatica, a volte, a vivere da anarchico, dalla serie The Phytolacca, 2011, 12 sculture in acciaio saldato. Veduta dell'installazione
Serena Porrati, Faccio fatica, a volte, a vivere da anarchico, dalla serie The Phytolacca, 2011, 12 sculture in acciaio saldato. Veduta dell’installazione

Per il tuo ultimo progetto alla British Library hai realizzato una serie di fotografie, mettendo in relazione geologia e finanza.
È un archivio fotografico delle pietre che rivestono gli edifici delle banche di Londra. Le pietre conferiscono un’idea di solidità e forza a qualcosa che solido e stabile non è. La serie gioca su questo “travestimento”. Svela l’architettura del pensiero.

Com’è nata l’immagine inedita per la copertina di questo numero?
È scattata alle porte di Milano, in un bosco abbattuto per lasciare spazio a una strada. Era principalmente composto da robinie, alberi dalle spine robuste e a volte velenose. È una protezione primordiale e ridicola, irrimediabilmente inerme.

Daniele Perra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #12

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico d’arte, curatore e consulente strategico per i media e la comunicazione. Editorialista di “Artribune”, è stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “GQ Italia” “GQ.com”, “ArtReview” “Mousse” “pagina99”. E' stato capo ufficio stampa e consulente strategico per la comunicazione della Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Vienna e Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall, Malmö, Svezia. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea, Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e allo IED e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano (2004-2005), è stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.