Bootleg: la terza via dei contenuti

Mentre i contenuti in Rete si fanno sempre più stringati (ma sempre accessibili) c’è chi si interroga sul futuro della conoscenza e della narrazione. È possibile una “terza via” tra la velocità del blog e la lentezza del libro? E ha ancora senso questa distinzione? Ne abbiamo parlato con Paolo Peraro e Cristian Confalonieri, ideatori del progetto “Bootleg Experiment”, un saggio a puntate con tanti contributor. Ma anche un blog. E un libro…

Bootleg Experiment

Com’è nata l’idea di Bootleg Experiment?
Paolo Peraro: È nata dalla lettura di un libro di Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi?. Ne parlavamo durante una cena, e ci siamo detti: “Questo tipo di contenuto manca, facciamolo noi”. Ci siamo poi resi conto che si tratta di un tema parecchio dibattuto e molto attuale. Lo stesso New York Times ha recentemente sperimentato da pioniere forme di contenuto più approfondite attraverso quello che viene chiamato “long form journalism”.
Pochi giorni fa ha fatto scalpore l’acquisizione da parte di Yahoo di un’applicazione di un ragazzo non ancora maggiorenne. Cinquanta milioni di euro pagati per l’abilità di “accorciare” i testi a 400 caratteri. Un’applicazione il cui scopo è quindi quello di eliminare l’approfondimento. Da collaboratore del laboratorio Beta dell’Università Bocconi dedicato all’apprendimento degli studenti del futuro, la cosa più interessante per me è scoprire che la creazione dell’applicazione era dettata da una necessità personale: riteneva troppo lunghi i contenuti che trovava online. Gli stessi contenuti che la generazione precedente ritiene già eccessivamente impoveriti.
Cristian Confalonieri: L’altra premessa è che non ci soddisfano pienamente i messaggi brevi e auto-celebrativi che circolano sui social network. Conosciamo molte persone che riteniamo valide dal punto di vista professionale e umano, e abbiamo pensato che sarebbe stato bello riuscire a fargli scrivere il loro punto di vista su un tema specifico, portandoli un po’ più in là rispetto alle proprie abitudini comunicative. Scrivere non è semplice, e sta diventando complicato anche leggere: servono motivazione, tempo e solitudine. Speriamo di riuscire a raccogliere cinquanta autori interessanti e soprattutto a trovare per loro dei lettori.

Avete definito il progetto un “punto di fusione tra book e weblog”. In che modo si realizza questa idea, all’atto pratico?
P.P.: Si realizza con l’incoerenza tra contenuti e forma. I saggi hanno come oggetto l’evoluzione dei media ma contravvengono a tutte le regole attuali: non sono 2.0, non è possibile commentare né conferire “like” e non è possibile effettuare l’unbundling del singolo saggio. Bootleg si trova su Internet ma non possiede nessuna delle caratteristiche tipiche dell’editoria online.
Il punto di arrivo del progetto sarà il libro, ma non può comunque essere definito tale, in quanto non prevede i tipici processi di editing dell’editoria cartacea. Lo stile è e sarà sempre un po’ “sporcato”. Quello ci si aspetta da un “bootleg”.

Bootleg Experiment
Bootleg Experiment

Com’è cambiato secondo voi il ruolo del libro cartaceo nell’epoca del digitale?
P.P.: Credo che la scelta del cartaceo sarà fatta solo su certi tipi di contenuti che richiedono maggiore immersività, ma con l’avanzare delle generazioni l’utilizzo andrà sempre più scemando, se non per gli irriducibili del feticcio.
C.C.: Io non ho mai letto un ebook per intero, ma non è un vanto, intendiamoci. Lo strumento usato per leggere ebook ci permette di fare altre cose, visitare pagine web, approfondire il significato di una parola, condividere un contenuto specifico e tutte queste possibilità mi distraggono… Ho bisogno del libro per isolarmi e immergermi nella storia, ho bisogno del libro per prendere appunti direttamente sulle pagine e ho bisogno del libro per riempire l’ultimo spazio libero della mia libreria.

Ci stiamo avvicinando velocemente verso un’era in cui tutti i contenuti saranno disponibili in Rete in maniera permanente, liberando i singoli dall’onere dell’archiviazione. La vostra posizione, in questo senso, va controcorrente. Ogni uscita di Bootleg resterà online soltanto fino alla pubblicazione del numero successivo. Perché questa scelta?
C.C.: Per creare un ulteriore paradosso. Nell’epoca attuale tutti gli sforzi sono volti a migliorare la facilità di accesso all’informazione: tutto si trova, l’accesso è disponibile da qualsiasi luogo, tutto viene memorizzato per sempre. In questo contesto, vogliamo sperimentare una nicchia di inaccessibilità.
Anche questo concetto è di attualità; recentemente sono state lanciate delle app che creano chat che si auto-cancellano dopo pochi minuti o software che servono per “smacchiare” la storia del proprio profilo Facebook. Dopo tutto, fa parte delle tendenze del cervello umano il fatto di attribuire maggior valore a ciò che facciamo fatica a trovare.

Parliamo dei contenuti. Di cosa parla Bootleg? E chi sono i suoi autori?
P.P.: I contenuti sono diversi, il fili conduttori sono la progettualità e la percezione; ovvero come questi elementi mutano di pari passo con l’evoluzione del cervello umano.
Gli autori sono professionisti il cui mestiere li porta a confrontarsi giornalmente con questi temi nel loro campo di eccellenza: nella lista dei magnifici cinquanta ci sono quindi registi, fotografi, giornalisti, professori, blogger, coolhunter, psicologi, designer…
C.C.: Mi piacerebbe, a fine esperimento, poter affermare che Bootleg racconti la “contemporaneità” e che i cinquanta autori rappresentino un osservatorio dello scenario in cui ci muoviamo quotidianamente. Spero che leggendo un Bootleg un lettore possa trovare spunti di riflessione inaspettati.

Valentina Tanni

www.bootlegexperiment.it

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Dal 2011 collabora con Artribune.