Special Guest: Cecilia Alemani. Intervista in mezzo all’Armory

Dopo poche ore di perlustrazione tra uno stand e l’altro abbiamo incontrato Cecilia Alemani, curatrice dell’High Line Art nonché responsabile dei progetti site specific di Frieze Art Fair, l’altra grande fiera di New York. Che, dopo aver conquistato Londra, contende lo scettro newyorchese proprio all’Armory Show.

Cecilia Alemani - photo Tom Medwell

Hai già fatto un giro per la fiera? Cosa ne pensi?
Beh, io sono di parte perché lavoro per una fiera concorrente, comunque per adesso mi sembra molto ordinata e facile da navigare. La qualità è molto “even”, ci sono cose molto belle e altre  proprio no, si finisce allo stesso livello insomma.

Ha dato un occhio alle gallerie italiane?
Ho dato sì un occhio alle gallerie italiane, sono appena stata da Massimo De Carlo, poi ho visto Cardi Black Box, Monitor, Lorcan O’Neill… Non mi sembra per adesso di averne viste molte altre.

In questo momento l’Italia è in una crisi non solo economica ma anche politica. Dopo le elezioni l’incertezza regna sovrana. Qui a New York, invece, durante la conferenza stampa abbiamo sentito il sindaco Bloomberg che, davanti a una crisi economica dilagante, rilancia con autorità politica e numeri alla mano il ruolo di New York come “center of the modern world”, capace di creare ricchezza grazie anche alla promozione dell’arte e della cultura. Durante questi quattro giorni di fiera si calcolano introiti per circa 54 milioni di dollari. In America si mangia davvero così bene con l’arte?
Non ho sentito cosa ha detto il sindaco ma è verissimo che la cultura attrae il turismo; d’altra parte, è facile dire che l’America funziona meglio quando si ha di fronte un sistema fiscale completamente diverso rispetto a quello italiano. Qui i filantropi possono donare soldi ai musei e fare detrazione fiscale; di conseguenza i musei vanno bene. In Italia le cose non funzionano così, quindi non credo che questi numeri siano paragonabili alla situazione italiana. Ovviamente sarebbe un sistema fantastico da adottare anche da noi ma non credo che questo accadrà mai. Certo, l’Italia possiede già tantissime attrazioni artistiche che portano business e turismo, anche se, per quello che mi riguarda, bisognerebbe puntare un po’ di più sul contemporaneo rispetto ai grandi classici delle nostre città d’arte. Qui per esempio il sindaco è felicissimo di vedere un’installazione di Christo a Central Park, anche se questo tipo di progetti non sono così familiari al grande pubblico; la città, però, ha capito che portando e supportando questi grandi progetti artistici si ha poi un seguito enorme in termini di turismo, ma anche di edilizia e business.

Anne Collier - Developing Tray #2 - 2012 - courtesy l’artista & Anton Kern Gallery, New York & Corvi Mora, London & Marc Foxx, Los Angeles - photo Friends of the High Line
Anne Collier – Developing Tray #2 – 2012 – courtesy l’artista & Anton Kern Gallery, New York & Corvi Mora, London & Marc Foxx, Los Angeles – photo Friends of the High Line

A coronamento di una cerimonia d’apertura impeccabile, dal palco della conferenza stampa ha parlato anche il direttore del MoMA, Glenn Lowry. La sensazione è che questo tipo di eventi siano fortemente voluti e sostenuti dall’alto…
La questione riguarda soprattutto la sinergia. Pensare che il sindaco di New York e il direttore del museo più importante al mondo facciano un discorso per l’apertura di una fiera commerciale è una cosa che non credo succeda in Italia. È anche un grande regalo avere una persona come Bloomberg, che purtroppo se ne andrà tra poco. Ricordiamoci che New York non è sempre stata così: dieci anni fa, sotto Giuliani, non si parlava di cultura come traino per gli affari. Bisogna anche essere realistici e vedere cosa accadrà quando avremo un nuovo sindaco…

Forse anche a causa di un sistema scolastico privato e dai costi esorbitanti, non ti sembra che il ruolo dei musei in America sia molto più attivo nel divulgare la cultura rispetto all’Italia?
Ripeto, la cosa più importante qui e in altre città come Londra è lavorare con sinergia tra le istituzioni che promuovono l’arte e la cultura, si tratti di scuola,  musei o fiere commerciali. Profit o non profit, lo sforzo va nella stessa direzione. Io non vivo in Italia da dieci anni, quindi mi posso sbagliare in queste mie considerazioni, ma non mi sembra che nel nostro Paese sia così. Sì, ci sono gallerie che sono fantastiche, però poi ci sono musei e fiere che non sono così fantastici, per cui se tutti si mettessero insieme a fare squadra si riuscirebbe anche a risalire un po’. Ormai c’è una competizione tale in Europa e nel mondo nel settore della cultura che fare una corsa individuale o, dall’altra parte, giocare sulla tradizione artistica italiana non funziona più.

Veronica Santi

www.thearmoryshow.com

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Veronica Santi
Laureata in Scienze Politiche e in Storia dell’Arte con il massimo dei voti, Veronica Santi è scrittrice, critico e curatore d’arte contemporanea. Appassionata divulgatrice di artisti sconosciuti al grande pubblico o ignorati dalle grandi istituzioni, nei suoi progetti combina in modo ironico e sofisticato generi diversi tra loro, trovando chiavi di lettura specifiche a seconda dei luoghi e dei committenti. Fra i tanti, si annoverano collaborazioni con Uffizi, MAMbo, neon>campobase, Arte Fiera Bologna e Florence Biennale. Attualmente vive e lavora a New York, dove sta curando esposizioni di artisti italiani e dove ha raccolto la sfida di una galleria non profit nel cuore di Chelsea che, con vertigini visive di artisti emergenti, vuole superare i limiti fisici dello spazio nato dalle ceneri di uno sgabuzzino. Pianista fallita e batterista allo sbaraglio, nel tempo libero coltiva la sua passione per la musica.
  • interessante. Se pensiamo di ripensare al ruolo e al format del museo..meglio non avere filantropi che donano per mantenere una struttura antiquata. Quindi l’italia potrebbe giocare da late comers e avere un vantaggio. Il problema è che l’esterofilia che ci schiaccia ci spinge a scimmiottare malamente (senza soldi) modelli stranieri…

    Questo era in un pezzo su flash art nel 2009: http://www.whlr.blogspot.it/2011/11/question-time-flash-art-italia-ottobre.html

    Mi vengono in mente operatori come Andrea Bruciati che sono rimasti senza museo e potrebbero fare molto di più così….

    • G T M O

      rossi, sei sicuro di quello che dici?
      non si capisce bene il commento a bruciati..chiarisci.

      • intendo che se crediamo che il museo sia un format in crisi (nelle sue parti di archivio, presentazione ed educazione), il fatto di perderlo (come accaduto a Bruciati) potrebbe essere una fortuna….a buon intenditor poche parole.