L’architettura e l’Olanda. Intervista con i Dus Architects

Dus Architects è uno studio olandese fondato nel 2004 da Hans Vermeulen, Martine de Wit e Hedwig Heinsman. Spazia dalla progettazione urbana a quella architettonica, dagli allestimenti agli oggetti per arrivare fino al cibo. La parola d’ordine di tutti i progetti degli olandesi Dus è “sociale”. I tre architetti anche hanno scritto un “Momentary manifesto for public architecture”. Lo abbiamo ripercorso con loro.

DUS architects: Hedwig Heinsman, Hans Vermeulen e Martine de Wit - photo Eddo Hartmann

Il primo punto del vostro manifesto è: “Fai l’impensabile: crea un manifesto e scrivi un edificio”. Come lo mettete in pratica?
Prima di cominciare a parlare del nostro manifesto, ci piacerebbe discutere del concetto di “sociale”. Come architetti, abbiamo il compito di progettare l’ambiente della società, il che implica sicuramente una responsabilità sociale. Crediamo ci sia un collegamento diretto tra l’idea di “causa pubblica” e “design di dominio pubblico”. Ma quello che manca al concetto di sociale è un elemento tangibile. Noi progettiamo, costruiamo e pianifichiamo l’ambiente urbano, che ha un chiaro aspetto sociale, ma non siamo operatori sociali. Potremmo riassumere il nostro primo punto con un solo imperativo: fare. Spesso cominciamo un progetto costruendo un’architettura temporanea che funziona come un’analisi istantanea sul sito, un caso studio sul posto, un condensatore sociale.

Il secondo punto del vostro manifesto è: “Make it beautiful”. Come ricercate la bellezza in architettura?
La gente ama la bellezza. Noi aspiriamo alla bellezza in tutti i nostri progetti, senza guardare al budget o al programma. Siamo sempre stati affascinati dalla reinterpretazione dei materiali e dei mestieri esistenti, dall’utilizzare oggetti noti in maniera inedita, per creare una nuova forma di estetica. Aumentiamo il valore del materiale. Ad esempio, una volta abbiamo costruito una cappella nuziale utilizzando due chilometri di tubi di ventilazione, intrecciati come se fosse stato fatto con un uncinetto. Questo materiale è considerato povero ma, utilizzato in questo modo, sia lo spazio che il materiale stesso hanno acquisito sacralità con un grande risultato estetico.

DUS architects - KamerMaker
DUS architects – KamerMaker

L’architettura ha il più grande pubblico del mondo”. Oltre a progettare per il pubblico, lo coinvolgete? Come funziona la progettazione partecipata?
È davvero molto semplice: l’architetto ha bisogno di comunicare con il suo cliente, ma in un progetto ampio e complesso come un edificio, il cliente è difficilmente la stessa persona che abiterà poi nella costruzione. Ci sono la municipalità, i futuri inquilini, i vicini ecc. Noi pianifichiamo il processo di progettazione in modo da poter comunicare le nostre idee a tutte le parti coinvolte, e così le persone possono anche essere informate e imparare vicendevolmente. Noi non facciamo co-design. Noi siamo architetti e utilizziamo la progettazione come catalizzatore del processo e come mezzo per coinvolgere tutti gli interessati.

Che rapporto stabiliscono le persone con le vostre installazioni?
Una conoscenza personale del sito e dei suoi fruitori è necessaria per una buona progettazione. Questo legame personale può nascere da conversazioni con la comunità, che sono spesso innescate dai nostri padiglioni temporanei. Questi padiglioni pop up appaiono improvvisamente e le persone sono catturate, affascinate dalla sorpresa, dalla scoperta, diventano curiosi e comincia un dialogo con noi e con l’edificio.

DUS architects - Unlimited Urban Wood - photo Pieter Kers
DUS architects – Unlimited Urban Wood – photo Pieter Kers

Le vostre installazioni vi aiutano a mostrare il genius loci?
Gli edifici temporanei possono anticipare il potenziale nascosto di un sito. Noi notiamo che molti dei cittadini sono ansiosi di utilizzare certi spazi nel loro quartiere, ma non osano, perché le autorità non lo permettono o loro semplicemente pensano che non sia permesso. Una volta abbiamo costruito un temporaneo hotel illegale all’interno di un edificio inutilizzato di Amsterdam. I vicini hanno iniziato poco a poco ad appropriarsi dello spazio, a ospitare qualsiasi tipo di evento. L’hotel è diventato un’occasione per iniziare a osare, a utilizzare lo spazio pubblico e a farlo diventare proprio.

Urban renewal is the future”. Quali sono le caratteristiche base per attuare il rinnovamento di una città?
Per attuare un buon rinnovamento urbano bisogna saper leggere in un contesto tutte le componenti che lo animano, metterle assieme e giocare con esse, provando a includere ogni cosa. L’elemento principale rimangono gli utilizzatori dello spazio.

DUS architects - Gecekondu DUS Summerhouse Hotel
DUS architects – Gecekondu DUS Summerhouse Hotel

Cosa succede quando il design incontra il cibo?
Il cibo è una costruzione materiale sociale. Il cibo ha la capacità di unire le persone. Le idee migliori a volte emergono durante un pranzo. E, in un allestimento temporaneo, anche il cibo, la musica, i drink e il tipo di bicchiere da cui bevi contribuiscono alla creazione dell’atmosfera complessiva.

Al Centro Pecci di Prato è stata recentemente presenta la mostra Triggering Reality. Nuove condizioni per l’arte e l’architettura in Olanda. Cosa pensate della scena artistica/architettonica olandese?
Noi ci vediamo come uno studio molto olandese, rispecchiamo molto lo spirito di Amsterdam. Amiamo lavorare nel nostro territorio, anche se oggi, grazie a Internet, possiamo essere anche a San Paolo o a Tokyo. È un momento molto interessante per l’architettura olandese, veniamo da una lunga tradizione di progettazione e la società sembra voler ritornare all’autoproduzione. Siamo curiosi di vedere come le peculiarità della progettazione olandese si relazioneranno con queste future strutture organizzative. Pensiamo che la risposta sia in un’architettura in crescita: per questa ragione l’architetto deve avere una relazione duratura con il suo edificio e seguirlo il più a lungo possibile.

Valia Barriello

www.dusarchitects.com

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Valia Barriello
Valia Barriello, architetto e ricercatrice in design, si laurea nel 2005 presso il Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, con la tesi "Una rete monumentale invisibile. Milano città d'arte? Sogno Possibile". Inizia l’attività professionale collaborando con diversi studi milanesi di architettura fino a che la passione per gli oggetti quotidiani e il saper fare con mano la spingono verso il design e verso il mare. Inizia così un dottorato in Design presso la facoltà di Architettura di Genova che consegue nel 2011 con la tesi di ricerca "Design Democratico". La stessa passione la porta anche alla scrittura che svolge per diverse testate del settore e all’allestimento e curatela di mostre di design. Porta avanti contestualmente all'attività professionale la ricerca sui temi che ruotano intorno al design democratico all'autoproduzione e all'utilizzo di materiali di scarto. Attualmente lavora presso uno studio milanese, collabora con la NABA come assistente del designer Paolo Ulian e cura la rubrica di design per Artribune.