Intervista a Jeff Wall. Aspettando la mostra di Milano

Milano, 19 marzo-9 giugno 2013. Il PAC di Milano presenta Actuality, la prima grande retrospettiva italiana del fotografo canadese Jeff Wall. Le 42 opere in mostra, alcune esposte per la prima volta in Italia, tracciano il percorso creativo di uno fra gli artisti contemporanei “più innovativi degli ultimi trent’anni”. Noi l’abbiamo intervistato.

Jeff Wall, Vancouver, 7 Dec. 2009. Ivan Sayers, costume historian, lectures at the University Women's Club. Virginia, Newton-Moss wears a British ensemble c. 1910, from, Sayers' collection. 2009, fotografia a colori, 224.3 x 182.5 cm, Courtesy dell’artista e della Galleria Lorcan O’Neill Roma

Al PAC, insieme ai lightbox, saranno visibili anche le stampe sull’arido paesaggio di Hillside Sicily (2007), fra le riproduzioni più grandi di Jeff Wall (Vancouver, 1946).
Le sue composizioni sono il risultato finale di ricostruzioni composte in studio, frutto della pianificazione di ogni dettaglio e di giorni, a volte settimane, di accorgimenti. L’artista, infatti, interviene alterando digitalmente molti dei suoi scenari. Tuttavia ogni paesaggio, da lui impostato come rappresentazione, sembra imprimere nuova vita a realtà e a quotidianità. Ecco come ha risposto alle nostre domande.

Come nasce il titolo della tua retrospettiva al PAC?
Il titolo Actuality è stato creato per dare enfasi al concetto che le foto esposte in mostra sono connesse direttamente al mondo reale e non sono molto diverse da altri tipi di fotografie. Actuality mette  in risalto il fatto che, anche quando ho potuto coinvolgere diversi tipi di costruzioni, sintattiche o compositive, all’interno delle mie immagini, esse comunque non sono mai scese a patti con una categoria di realtà a noi già familiare, resa tale dalla fotografia stessa.

Quanti lightbox, quante serie verranno allestite a Milano? Sarà possibile vedere le tue serie più recenti oppure sono state scelte quelle più rappresentative del tuo lavoro?
La mostra è una selezione sia di lavori più recenti che di progetti più vecchi. Ne fanno parte lightbox, stampe in bianco e nero e stampe a colori di diverse misure e di differenti generi. In verità, Actuality non è stata pensata per essere una retrospettiva e nemmeno un sistematico survey show. Ritengo il percorso semplicemente un gruppo di immagini che io sento abbiano abbastanza in comune tra loro da restituire agli occhi del visitatore un insieme interessante, che alla fine riesce a conferire un senso indicato a descrivere il mio intero lavoro.

Jeff Wall, A Sapling supported by a Post, 2000, lightbox, 56.2 x 47 cm, Courtesy dell’artista
Jeff Wall, A Sapling supported by a Post, 2000, lightbox, 56.2 x 47 cm, Courtesy dell’artista

A proposito di alcuni tra i lightbox più iconici, come A Sudden Gust of Wind (after Hokusai) o Invisible man, potresti spiegarci quale ruolo assume la fotografia nei confronti della realtà? E l’uomo, quale tipo di collocazione riceve nelle tue immagini? Non posso rispondere a questa domanda, mi dispiace.

Quando e come la realtà e la sua esistenza diventano an extraordinary moment per Jeff Wall?
Mi dispiace, ma non posso rispondere neppure a quest’altra domanda.

Il tuo lavoro è caratterizzato da una sorta di sovrapposizione di processi fra le arti: la pittura sconfina nella fotografia, la fotografia si trasforma in una sorta di collage in stand by, diventando in ultimo finzione, più propriamente fiction. A tuo parere, questi passaggi fanno parte di una catena mentale preordinata o si tratta di una sorta di intuizione critica a posteriori?
Io ritengo che comunque il mio lavoro rimanga sempre chiaramente inscrivibile all’interno dei confini della fotografia, la quale non appare mai come una mera combinazione di altre arti, sebbene includa la pittura, il collage e via discorrendo. Io definisco quel che faccio cinematografia. Per me questo termine significa che, per quanto riguarda l’immagine in sé, si è imparato molto dal cinema e che non c’è mai un singolo, unico, valido modo di praticare la fotografia. Si può lavorare secondo metodologie strettamente documentariali, oppure si possono adottare diversi tipi di artifici, riproducendo entrambi gli approcci nella stessa foto. Tutto questo può rappresentare un uso legittimo della fotografia nel comporre un’opera d’arte.

Jeff Wall, Mimic, 1982, lightbox, 198 x 228.5 cm, Courtesy dell’artista
Jeff Wall, Mimic, 1982, lightbox, 198 x 228.5 cm, Courtesy dell’artista

Come lavora l’ispirazione di Jeff Wall nei confronti del processo intuitivo della fotografia? Come solitamente sceglie quale tipo di esperienza del tempo debba essere riquadrata e dunque ricreata?
Io traggo ispirazione da qualsiasi parte essa venga: tanto per caso, quanto dalle cose che vedo, da ciò che sento o che scopro attraverso altri canali percettivi, proprio come ogni altra persona. Non so spiegare perché io sia attratto di più verso un preciso punto di partenza piuttosto che un altro, proprio non saprei.

Quanto tempo richiede comporre uno dei tuoi paesaggi/scenari?
Le mie foto possono richiedere moltissimo tempo per essere create e prodotte, ovviamente sussistono motivi tecnici che giustificano una tale durata del processo. Talvolta, invece, possono essere realizzate davvero velocemente. Eppure io ne sono lieto, felice di procedere in entrambi i modi. Amo la complicazione tanto quanto la semplicità.

Programmi futuri?
Io non ho un programma reale, non mi piace pianificare a oltranza la mia vita, lavoro semplicemente spostandomi da foto a foto.

Ginevra Bria

Milano // fino al 9 giugno 2013
Jeff Wall – Actuality
a cura di Francesco Bonami
Catalogo Electa
PAC
Via Palestro 14
www.jeffwallmilano.it

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.
  • kaspersky

    wow, che fiume in piena di simpatia… non mi stupisco che non venga a Milano per presentare la sua mostra.

  • nello

    ennesimo nipote di duchamp.Arrogante,foto tutte da capire,non da guardare.Non se ne puo piu.

    • Jacopo

      In edicola c’è il National Geographic.

      • fabio

        …e nelle gallerie,il nulla.Per soli fedeli adoranti.Come nel medioevo,le chiese.

        • Jacopo

          Suona un filo dogmatica come critica al dogmatismo.
          Alcune foto di Wall mi piacciono molto, altre meno. Per ciascuna di quelle che apprezzo ti saprei dire il perché (non lo faccio ora perché ho sonno, senza contare che potrebbe non interessare).

          Mi piacerebbe però che come buona regola di discussione alla distruzione seguisse un momento propositivo e positivo. Qual è, in fotografia, un esempio di opera per miscredenti?

          • gino

            il mio è un parere e come tale rimane,soggettivo.IL dogma è quello che viene proposto dagli operatori del settore e come tale molto raramente messo in discussione da chi lo subisce.Le foto in esposizione se non fossero “FIrmate” non sarebbero riconoscibili da milioni di altre,diffuse ovunque e per le quali nessuno degli adoranti sarebbero disposti a pronunciare parole di apprezzamento.Il momento propositivo è gia presente nella artisticità diffusa,prodotta da milioni di fotografi piu o meno sconosciuti perchè nemmeno si preoccupano di esserlo.E questa moltitudine di fotografi producono immagini di qualità sempre crescente per l’effetto di un alfabetizzazione del linguaggio visivo.Sono immagini banali a volte ,a volte molto interessanti,ma il loro pregio e le eventuali profondità non vengono indagate da chi di immagini si occupa.Quelle di Wall sono frutto di un processo tutto mentale che poco concede al piacere se non mediato da una sovrastruttura concettuale comprensibile a pochi in mancanza della quale naufragano nell’insignificanza. Jean Clair,Baudrillard ,Danto ,hanno ripetutamente sottolineato quanto flebili e inconsistenti siano i frutti dell’arte contemporanea.Ma naturalmente il loro pensiero viene stigmatizzato da chi non ha alcun interesse a trarne le dovute conseguenze.Il chiuso delle Gallerie e la fumosità critica sono gli strumenti per dare valore aggiunto a produzioni che di quel valore aggiunto hanno bisogno.Non dico sia sempre cosi.Ma sinceramente ne abbiamo abbastanza di immagini dove il piacere è espulso,negato persino sbeffeggiato.E’ poco ..interessante,pare.Come se la gioia fosse un sentimento poco profondo,il piacere la dimensione degli stolti.Chi la vedrà e godrà la mostra di wall ? La guarderebbe e adorerebbe se non ci fosse la sua firma ? Come di fronte al Papa,tutti lo ascoltano ma in fondo non lo ascolta nessuno.L’importante è esserci e sentirsi gratificati nell’accedere a verità “altre”.A me sembra un atteggiamento medievale.

          • Jacopo

            Per favore fammi un esempio di opera fotografica prodotta dall'”articisticità diffusa” che si staglia al di fuori delle sovrastrutture concettuali e provoca piacere disintermediato. Non sono sarcastico, voglio capire di cosa parli.

  • laura

    il wall se l’è preso in faccia Boeri…nicolin e bonami..!
    i quadri di bob dylan e la mostra sulla guerra.. parlano da sole.

  • Mimmo

    Sinceramente non ci vedo nulla di straordinario in semplici foto, e non ci vedo nemmeno un filo conduttore. Assolutamente un parere personale, non vuole essere una critica. Semplicemente ci sono tante persone che fanno molto meglio, non capisco cosa ci sia di straordinario, e poi non puo’ rispondere a quelle due domande perchè? Perchè nemmeno lui ha la risposta.

  • Mimmo

    Un’altro esempio dove alla tanto temuta sovraproduzione di immagini,si sostituisce una sovraproduzione di “senso” che delle immagini fa un uso funzionale alla creazione di valore aggiunto.Immagini quelle di Wall indistinguibili da altre collocate ovunque ,nelle riviste nel web,negli ipad di milioni di persone.Solo la galleria o il professionista di settore possono garantire per un “valore” delle stesse.Il tutto offerto al pubblico con un’arroganza memore del gesto di Duchamp,che sintetizza quello dei suoi discepoli.Collocare il “senso” e il “valore” per sola determinazione dell’artista.E degli altri operai dell’arte.Gratificati ,gli stessi, dell’idea di potere raccogliere e riconoscere “germinazioni di senso ” ove altri non riescono a capire.Un’idea cosi elitaria dell’arte , lontana dal sentire comune, che ricorda il medioevo.Arte che non comunica nulla,afona,epifania di un pensiero che riesce solo a pensare se stesso.Se rappresenta bene l’uomo contemporaneo,mi sembra che quest’uomo non abbia piu speranze.Non vede,non sente,non si abbandona,ma pensa incessantemente.Quel pensiero è una trappola,gratificante,ma pur sempre una trappola..

  • pincopallo

    intervista che non dice molto ma Wall rimane uno dei più importanti fotografi viventi, alla faccia di chi rosica contro di lui.

  • gino

    @jacopo.Se un tuo amico fotografo ti avesse mostrato le foto di Wall come fossero le sue ti saresti affrettato a riconoscere un genio della fotografia meritevole di una mostra al Pac ,oppure,guardando quel rametto fotografato ti saresti fatto delle domande ? Perchè difendere i Nomi,le Firme,gli autori “importanti” ? Non ci sono le loro opere a parlare per loro stessi ? Forse che Jodice,Newton,Weston hanno bisogno di essere difesi da qualcuno? Potrebbero non piacere,punto,pazienza.Invece di fronte ad una firma,tutti a saltare sul carro del “vincente” .Capolavoro,maestro,grande mostra..immenso.Volontà critica ?Azzerata.Volevi un nome ? Anna di Prospero.Le sue foto potrebbero anche non piacerti,non ci sarebbe nulla di strano,ma a mio parere non c’è proprio paragone con quelle di certi presunti geni.E guardarle è un piacere.Senza bisogno di citare alcuna profondità.

    • Jacopo

      Tu sai che quelle foto (mi piacciono) fondano il loro effetto su almeno un sostrato culturale/artistico(surrealismo) radicato nel tuo cervello, vero? Quel fondo che ti fa apprezzare queste immagini non è assolutamente “naturale”. C’è sempre una sintesi di sensibilità e concetto all’opera. Poi la difesa della pura sensorialità poteva essere portata con immagini un po’ meno chiaramente concettuali di quelle della Di Prospero.

      Questo non vuol dire che io difenda l’opera di Wall nella sua totalità, come ho già avuto avuto modo di spiegare.
      E’ qualcosa che mi attribuisci retoricamente tu nei tuoi commenti carichi di livore. Fossi in te mi chiederei piuttosto se il tuo atteggiamento agonistico-antagonista si sposi con l’ideale umano che secondo te l’arte dovrebbe presupporre nella sua ricerca.