Il metodo Kilgore Trout

Hai un romanzo in testa ma nessuna idea di come svilupparlo? Succedeva anche a un guru della scrittura come Kurt Vonnegut. Lui affidava il compito a Kilgore Trout, una sorta di alter ego votato alla sconfitta. Così però si aprono le spire della meta-letteratura…

Il metodo Kilgore Trout

Ogni scrittore dovrebbe avere un Kilgore Trout.
Un Kilgore Trout è un personaggio, scrittore anch’egli, a cui regalare le trame dei romanzi che non si è riusciti a scrivere. Il vero (si fa per dire!) Kilgore Trout è un personaggio che ritorna spesso nei romanzi di Kurt Vonnegut, è squattrinato perché nessun editore ha mai accettato un suo romanzo ed è riuscito a pubblicare qualche racconto solo su riviste pornografiche a cui serviva un testo qualsiasi da infilare tra un’immagine sconcia e l’altra.  Eppure è il più grande scrittore di tutti i tempi e, naturalmente, scrive fantascienza.
Insomma, quando Vonnegut si rendeva conto che non avrebbe mai sviluppato un’idea che aveva in testa, la spacciava per un’idea di Trout, creando romanzi potenziali per il lettore, ma reali, scritti davvero dentro la finzione letteraria.
Ogni scrittore dovrebbe inventare un metodo, un Kilgore Trout, che gli consenta di dare in qualche modo forma letteraria ai capolavori che non riesce a scrivere. Potrebbe essere un toccasana.

Kurt Vonnegut
Kurt Vonnegut

Io, per queste cose, ho un certo Giovanni Bartolomeo, è uno scrittore, anziano il più delle volte. Lui sta riflettendo sul lavoro, su come la parola lavoro non significhi più la stessa cosa che tutti pensano quando la pronunciano. Lui vuole scrivere qualcosa, un romanzo magari, su questa questione del lavoro che gli ronza in testa da più di un anno. Non vuole scrivere un romanzo verista, una cosa tipo Tuta blu di Tommaso Di Ciaula. No. Lui pensa che un romanzo verista, realista fosse perfetto per descrivere il lavoro com’era, ma sarebbe inefficace per descrivere il lavoro com’è. Giovanni Bartolomeo è abbastanza serioso e i suoi romanzi sono sempre primi in classifica, best-seller. Sicuramente è meno divertente di Kilgore Trout. Si arrovella spesso su queste questioni formali, legge tutti gli articoli sul dibattito postmoderno contro nuovo realismo. È dalla parte del postmoderno, sempre. Insomma, sta pensando che vuole scrivere un romanzo di ispirazione postmoderna sul lavoro e invece viene sistematicamente disturbato da una storia che continua a tornargli in testa. Si tratta di una donna, si chiama Mariateresa ma tutti la chiamano Messi, poco più che 49enne. Da sette anni è vedova. Suo marito è morto a cinquant’anni e quattro mesi. È morto perché, come il 97,9% della popolazione del mondo asiatico e occidentale, quando aveva cinque anni era stato vaccinato a scuola. Solo molti anni dopo si era scoperto che quel vaccino metteva in circolo un virus che, dormiente per quarantacinque anni, si risvegliava uccidendo il corpo ospitante durante il 50esimo anno d’età. Per farla breve, l’immagine che ronza in testa a Giovanni Bartolomeo e che lo distrae dalla sua riflessione sul lavoro è questa: Messi ha quarantanove anni in un mondo in cui il 97,9% della popolazione muore a cinquant’anni precisi (Giovanni Bartolomeo sta anche riflettendo su come si comporterebbe il legislatore in materia di pensioni in un mondo in cui muoiono tutti a cinquant’anni).

Accumulatori compulsivi (Hoarders)
Accumulatori compulsivi (Hoarders)

Insomma, Messi sa che sta per morire, ma esiste una vaga possibilità di sopravvivere, perché non muoiono proprio tutti quelli che si sono vaccinati, qualcuno resiste, in ogni città ci sono tre o quattro vaccinati sopravvissuti. La gente li tratta come semi-dei. Messi ha cominciato da qualche anno ad accumulare oggetti in casa, ce ne sono tanti che quasi non riesce a muoversi nelle stanze. Sembra un’accumulatrice compulsiva come ce ne sono tanti soprattutto negli Usa, ma in realtà il suo preciso disegno è allestire all’interno del suo appartamento un gigantesco rebus fatto con gli oggetti recuperati e lettere scritte sui foglietti di carta, la cui soluzione sia esattamente il romanzo che il lettore ha tra le mani. Un’autobiografia in forma di rebus. A Giovanni Bartolomeo piacciono i nastri di Moebius, gli strani anelli. Naturalmente sa anche che, per essere un onesto postmodernista, dovrebbe scrivere il romanzo cercando le parole giuste che lo rendano possibile (tutto il romanzo!) come rebus. In più il romanzo dovrebbe a sua volta contenere dei rebus e questo complica enormemente le cose. A Giovanni Bartolomeo piacciono le cose autoreferenziali. È proprio la parola “autoreferenziale” che illumina lo sguardo di Giovanni Bartolomeo. Il lavoro – pensa – è diventato autoreferenziale. Autoreferenziale e, quindi, totalizzante. Il lavoro è dappertutto, ti si appiccica addosso. Qualsiasi lavoro, quello pagato bene, quello pagato male, quello non pagato. Il lavoro non è più un’attività che dà senso, ma un’attività che si dà senso, si autodefinisce vita.
Giovanni Bartolomeo sorride e comincia a scrivere di Messi, il suo romanzo sulla vita, il suo romanzo sul lavoro.

Cristò

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #11

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Cristo
Cristò, scrittore e musicista, si occupa dell’organizzazionedi eventi letterari presso la libreria Feltrinelli di Bari. Ha pubblicato “Come pescare,cucinare e suonare la trota” (Florestano, 2007) e “L’orizzonte degli eventi”(Il Grillo Editore, 2011). Come pianista collabora stabilmente con ilcantautore Daniele Di Maglie con cui ha inciso l’album “Non so più che cosascrivo” (Il cavallo giallo, 2001).
  • Angelov

    ahahahahah questo articolo solletica delle risatine, per la circospezione con cui un argomento viene con cautela avvicinato: una specie di tentativo circonvenzione di un soggetto già di per se così elusivo ed aleatorio