After Fukushima, Tokyo Now! (III)

Se ancora pensate alla cultura giapponese in termini di maschilismo sfrenato, ecco, vi state sbagliando. Perché, almeno nell’ambito della cultura contemporanea, sono le donne a comandare. Lo dimostra per l’ennesima volta questa intervista. A parlare è Hiromi Maruoka, direttrice del Sound Live Tokyo e presidente della non profit PARC.

Sound Live Tokyo 2012, veduta dell'installazione dell'opera Wall of Sound di Tim Etchells - photo di Hideto Maezawa

Com’è nata la prima edizione del Sound Live Tokyo?
Avevo in mente un festival di musica e di opere d’arte performativa che coinvolgesse la musica o il suono come parte essenziale. È stata una cooperazione con il Tokyo Culture Creation Project – interessato a un festival di musica sperimentale e non classico – a cui sono stata introdotta da una delle sue direttrici, Makiko Yamaguchi.

Il festival è una combinazione di arte visiva, arti performative, ricerca sonora e musicale. Come hai selezionato gli artisti?
Conoscevo o avevo avuto occasione di lavorare con metà degli artisti per un altro festival chiamato PPAF – Postmainstream Performing Arts Festival e per la piattaforma Performing Arts Meeting in Yokohama (TPAM a Yokohama). Ho selezionato il resto degli artisti seguendo i suggerimenti dei miei amici, non solo giapponesi ma provenienti dall’Asia. Alcuni di loro lavorano nelle arti performative, altri hanno tutt’altra professione, in ogni caso, nessun specialista in ambito musicale. Che si trattasse di musicisti, performer, artisti visivi o scrittori, volevamo progetti che sollevassero, intenzionalmente o istintivamente, questioni fondamentali legate alla musica e/o al suono.

Yoshihide Otomo, Senjyu flying orchestra - photo di Keiji Takashima
Yoshihide Otomo, Senjyu flying orchestra – photo di Keiji Takashima

Il programma del festival era molto sperimentale e indirizzato a una nicchia di amanti della musica e della performance contemporanea…
L’audience è stata molto più selettiva di quanto immaginassimo. Alcuni non conoscevano nessuno degli artisti, e per loro il festival è sembrato un po’ troppo cerebrale, mentre per altri è stato pieno di scoperte. Suppongo che un progetto simile abbia sempre questo tipo di risposta. A tutti, con interessi molto diversi tra loro, è piaciuta l’installazione di Tim Etchells.

In cosa consisteva la sua opera intitolata Wall of Sound?
Secondo l’autore, l’opera si relaziona “alle canzoni come forme di consiglio (ironico o altro), canzoni come fuga, ritirata o distrazione, come uno spazio buio in cui rivelare, canzoni come incoraggiamento, o come una forma di auto-definizione. Semplicemente, canzoni come mezzo, privato o collettivo, di protezione”. Tim ha chiesto ai suoi amici di scrivere pensieri legati a una canzone che avesse avuto quel ruolo nelle loro vite, ne ha esposto i testi e ha organizzato un concerto durante il quale sono state eseguite alcune di quelle canzoni. Tori Kudo, in veste di direttore musicale, ha risposto al progetto molto bene, credo. Contavo sul fatto che il progetto rappresentasse una specie di ombrello per tutti i programmi del festival, che erano, per genere, molto distanti tra loro.

Sound Live Tokyo 2012. Wall of Sound di Tim Etchells, concerto e performance con il direttore musicale Tori Kudo - photo di Hideto Maezawa
Sound Live Tokyo 2012. Wall of Sound di Tim Etchells, concerto e performance con il direttore musicale Tori Kudo – photo di Hideto Maezawa

Alcune performance erano in giapponese. Pensi di aprire il programma per la prossima edizione a un’audience più ampia e internazionale?
Sì, mi piacerebbe farlo. Non era mia intenzione indirizzare le performance esclusivamente a un pubblico giapponese. Forse ti riferisci ai testi nella performance di Maher Shalal Hash Baz. La lunga canzone Fridays raccoglieva discorsi su cosa la gente aveva fatto durante il venerdì, perché ogni venerdì c’è stata una manifestazione contro il nucleare di fronte alla residenza del Primo Ministro. Alcuni discorsi facevano riferimento alle manifestazioni o alla contaminazione nucleare, altri avevano a che fare con le loro routine giornaliere. I discorsi erano improvvisati o preparati appena prima della performance. Era praticamente impossibile tradurli. La metodologia della band del resto è quella di non fare prove.

Com’è la scena sonora contemporanea in Giappone, in termini di sperimentazione multimediale?
Come sai, il pubblico giapponese è dipendente dall’immagine elettronica e dal suono, tanto che il multimediale è parte del paesaggio urbano e non è molto sperimentale in sé. In altre parole, la sperimentazione multimediale non è più d’attualità, specialmente dopo l’incidente della centrale nucleare. Ho sentito dire che un amico di amici usa microfoni minuscoli per catturare il suono di insetti mentre fanno sesso, solo per il gusto di amplificare e ascoltare il suono. Penso che questo sia molto sperimentale, ma anche semplicemente perverso.

Sound Live Tokyo 2012, veduta dell'installazione dell'opera Wall of Sound di Tim Etchells - photo di Hideto Maezawa
Sound Live Tokyo 2012, veduta dell’installazione dell’opera Wall of Sound di Tim Etchells – photo di Hideto Maezawa

Dal mese di luglio 2011 sei Presidente di PARC (Japan Center, Pacific Basin Arts Communication). Quali sono le attività e gli obiettivi?
È un’organizzazione non profit nata, per dirla ufficialmente, con l’obiettivo di “gestire informazioni basilari riguardanti le arti performative, costruire network legati alle arti e disseminare opere d’arte uniche nel mondo, promuovere scambi internazionali e attività territoriali con un’attenzione alle arti performative, supportare lo sviluppo delle arti e della cultura ed essere di beneficio per la società”. Concretamente parlando, ci occupiamo dell’organizzazione di festival come il Sound Live Tokyo o il Postmainstream Performing Arts Festival, piattaforme come TPAM, così come di network informali e aperti.

Puoi dirci qualcosa sul TPAM (Performing Arts Meeting in Yokohama) che avrà luogo dal 9 al 17 febbraio?
Si chiamava inizialmente Tokyo Performing Arts Market, ma abbiamo cambiato il nome da “Market” a “Meeting”, spostandoci nel 2011 da Tokyo a Yokohama, dove ci sono molte location in aree pedonali. È diventata una piattaforma per professionisti nell’ambito delle arti performative contemporanee. Per contemporaneo intendiamo lavori o progetti che sono: sperimentali in termini di forma d’espressione, presentazione e/o organizzazione; e che rispondano alla realtà del qui e ora. TPAM ha un programma di mostre e networking. Non è un festival, ma una piattaforma per professionisti per discutere, scambiare idee, informazioni, e fare network.

Daniele Perra

www.soundlivetokyo.com
www.parc-jc.org
www.tpam.or.jp

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #11

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico d’arte, curatore e consulente strategico per i media e la comunicazione. Editorialista di “Artribune”, è stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “GQ Italia” “GQ.com”, “ArtReview” “Mousse” “pagina99”. E' stato capo ufficio stampa e consulente strategico per la comunicazione della Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Vienna e Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall, Malmö, Svezia. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea, Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e allo IED e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano (2004-2005), è stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.