Una valigia, il Messico e la fotografia

La storia della valigia, scomparsa in Francia nel 1939 e poi ritrovata in Messico nel 1995, con i negativi di Robert Capa, Gerda Taro e David Seymour. Una storia che, ancora oggi, dopo più di 75 anni dalla Guerra Civile spagnola, smuove e commuove.

David “Chim” Seymour, Madrid 1937

Sperimentatori di un genere, Robert Capa, Gerda Taro, David “Chim” Seymour sono tre fra i fotografi più famosi del XX secolo che inventeranno i codici del fotogiornalismo di guerra.
Sono giovani, ebrei, amanti i primi due, amici, appassionati, convinti che valga la pena rischiare la vita per una foto, perché una foto può cambiare le sorti della guerra, della Storia, della verità. Riconoscono nella Guerra Civile spagnola un momento topico per le sorti del mondo e partono insieme per il fronte. Era il preludio del secondo conflitto mondiale e dell’avvento del fascismo, per questo fu considerato già negli anni del suo svolgimento un momento simbolico della perdita imminente della pace, della libertà e, per molti, della vita. Tutti e tre muoiono su diversi fronti, con la macchina fotografica ancora al collo: di ferite mortali in Spagna, Gerda; su una bomba in Indocina, Robert; assassinato a Suez, Chim. I loro rullini spagnoli, 126, con i rispettivi negativi, 4.500, della Guerra Civile vengono ritrovati dentro una valigia in Messico nel 1995 e, solo dopo lunghe trattative, portati a New York alla fine del 2007 e resi noti più di dieci anni dopo il loro ritrovamento, esposti in mostre e raccontati in un documentario tra il 2010 e il 2012.
La valigia costituisce un documento prezioso per l’evoluzione della fotografia e del fotogiornalismo di guerra e un importante documento storico che racconta gli anni in cui in Spagna si cercò di fermare la diffusione del fascismo nel resto del mondo. I rullini sono divisi equamente tra quelli appartenenti a Capa, quelli di Taro, quelli di Seymour. Quasi tutti sono della guerra civile spagnola, tranne due eccezioni: due rullini di Fred Stein realizzati a Parigi alla fine del 1935, con la famosa immagine di Taro e Capa in un caffè, e alcuni negativi scattati in Belgio nel maggio del 1939. La presenza di questi rullini non è ancora stata spiegata, nonostante la soluzione più semplice pare essere che, essendo stati schedati e minuziosamente conservati dalla stessa mano, quella di Imre “Csiki” Weisse, assistente di Capa e rivelatore di tutti i suoi scatti, siano stati a lui consegnati dallo stesso fotografo.

The mexican suitcase
The mexican suitcase

Cornell Capa, fondatore dell’International Center of Photography di New York, non aveva mai del tutto perso le speranze di ritrovare i negativi che suo fratello avrebbe lasciato a Parigi quando i tedeschi invasero la città.
Non è ancora chiaro come i negativi giunsero in Messico. Nell’ottobre 1939, quando l’esercito tedesco si avvicinò a Parigi, Robert Capa partì per New York per sfuggire alla cattura da parte dei tedeschi e fu imprigionato, come cittadino nemico del Paese e comunista. Il ministero degli esteri francese respinse la sua domanda di accreditamento come fotografo per le sue relazioni con la stampa comunista e, insieme ad altri 15mila stranieri che vivono in Francia (tra cui famosi artisti come Hans Bellmer, Max Ernst e Wols), viene deportato nei campi del sud.
Bob, dunque, avrebbe lasciato tutti i suoi negativi nel suo studio di Parigi, al numero 37 di rue Froidevaux, al suo tecnico e amico Csiki che, in una lettera del 1975, ricorda: “Nel 1939, quando i tedeschi invasero Parigi, ho messo tutti i negativi di Bob in uno zaino e sono andato in bici fino a Bordeaux, per provare a inviarli in Messico. Sulla strada ho incontrato un cileno e gli chiesi di portare le mie scatole coi rullini al suo consolato”. Csiki, altro immigrato ebreo ungherese, non riuscirà a lasciare il territorio controllato dai francesi e finirà in un campo di prigionia in Marocco fino al 1941, quando sarà liberato grazie all’aiuto di Cornell Capa. Arriverà a Città del Messico quello stesso anno e vivrà, senza saperlo, accanto alla casa, in calle Amsterdam, del generale Francisco Aguilar González, ambasciatore del Messico in Francia durante il governo di Vichy, che aveva ricevuto (forse dal cileno) le scatole, che Csiki stesso aveva costruito e nominato per i negativi, riponendole nella valigia.

Cartier-Bresson, Seymour e Capa, Parigi 1952
Cartier-Bresson, Seymour e Capa, Parigi 1952

La “valigia messicana” viene ritrovata, tra gli effetti personali di Aguilar, dal regista Benjamin Tarver, che li ha ereditati dopo la morte di sua zia, amica di famiglia del generale. Nel febbraio del 1995, dopo aver visto una mostra di foto della Guerra Civile del fotoreporter olandese Carel Blazer a Città del Messico, Tarver contatta Jerald R. Green, professore al Queens College, per un consiglio su come catalogare il materiale e renderlo accessibile al pubblico. Cornell Capa viene a sapere del ritrovamento dei 126 rullini e intensifica i suoi sforzi per stabilire un contatto con Tarver che, però, lo elude e diventa sfuggente. Nell’autunno del 2003, Richard Whelan, biografo di Capa, e Brian Wallis, capo curatore dell’International Center of Photografy fanno un nuovo tentativo, ma è solo all’inizio del 2007, con l’aiuto della regista Trisha Ziff, che viveva a Città del Messico, che riescono a convincere Tarver a riunire tutto l’archivio fotografico di Capa e Taro, insieme a una vasta collezione di Seymour. Dietro nessun pagamento e quasi miracolosamente il 19 dicembre 2007 la Ziff arriva a New York con la valigia.
Dopo l’esposizione all’ICP di New York, la mostra comincia a girare il mondo fino ad arrivare lo scorso anno al Museu nacional d’art de Catalunya, a Barcellona dove, ideando una campagna per ritrovare i superstiti della guerra che avrebbero potuto riconoscersi nelle foto di Capa-Taro-Seymour, si riapre un nuovo capitolo della storia: quello della memoria viva. Da queste voci parte il documentario di Trisha Ziff, realizzato tra Spagna e Messico nel 2011 e finalmente arrivato alla Cineteca Nazionale di Città del Messico questo mese (nel centesimo anniversario della nascita di Robert Capa).

Gerda Taro, Valencia 1937
Gerda Taro, Valencia 1937

La Guerra Civile spagnola fra i nazionalisti, autori del rovesciamento militare del governo democraticamente eletto, e i Repubblicani, composti da truppe fedeli al Fronte Popolare di ispirazione marxista, durò tre anni. Accese un forte interesse all’estero, lacerò il Paese, terminò con il crollo della Seconda repubblica spagnola e la dittatura del generale Francisco Franco, di idee filofasciste, grazie anche ai consistenti aiuti da parte della Germania nazista e dell’Italia fascista. Le persecuzioni continuarono anche dopo il 1939. Circa 500mila spagnoli morirono. Molti fotografi e giornalisti stranieri appartenenti alle Brigate Internazionali partirono per il fronte senza più fare ritorno, per difendere i loro ideali di libertà e democrazia, tra questi Gerda Taro che morì a Brunete nel 1937. Circa 200mila repubblicani spagnoli emigrarono in Messico. Quelli che sopravvissero e rimasero in Spagna negli anni successivi furono incarcerati, torturati, uccisi dal governo di Franco. Solamente Messico e Unione Sovietica tagliarono ogni relazione con la Spagna franchista e furono gli unici Paesi che aprirono le porte alle migliaia di spagnoli che fuggirono alle persecuzioni. Quella dalla Spagna al Messico fu considerata la prima migrazione massiva per motivi politici del XX secolo.

Robert Capa, Hemingway, Spagna 1937
Robert Capa, Hemingway, Spagna 1937

Il documentario della Ziff, che intervista alcuni giovani che ancora oggi scavano nei luoghi di battaglia cercando di riconoscere i resti dei loro cari scomparsi in quegli anni, si chiede a che Paese appartiene veramente un esiliato. Un esiliato e la sua famiglia non dimenticano mai il Paese che hanno lasciato. Quel Paese, però, non esiste più. Molti di quegli spagnoli sono diventati messicani e in Messico sono nati i loro figli. In quel Paese che i loro avi avevano colonizzato appena quattro secoli prima, che li accoglie a braccia aperte grazie al sostegno del presidente Lazaro Cardenas, oggi i figli degli spagnoli ancora si commuovono davanti alle toccanti immagini della maleta méxicana.
Il progetto del museo catalano e il documentario messicano sembrano dimostrare come la Guerra Civile sia ancora per molti, superstiti o figli e nipoti dei superstiti, gente comune, una ferita aperta. Nelle foto della valigia ritrovata ci sono anche personaggi conosciuti, come Dolores Ibarruri, Federico Garcia Lorca, Pablo Picasso, Joan Miró, Ernest Hemingway, Raphael Alberti ma è la gente comune, i soldati, le famiglie l’una contro l’altra armate, i fuggitivi, gli esiliati, la gente nelle strade, scuole, piazze a diventare il centro della questione. E la questione sembra essere che “un Paese non può prescindere dalla sua Storia”: la memoria, rivelata e portata alla luce come da dentro una camera oscura, è in ciascuna di queste fotografie che Capa-Taro-Seymour scattarono rischiando la vita sul fronte.
I ricercatori sostengono, tuttavia, che manca ancora una scatola con i negativi del 1936. Potrebbe essere stata nascosta altrove.

Mercedes Auteri

Trisha Ziff – The Mexican Suitcase
Messico-Spagna | 2011 | 90’

CONDIVIDI
Mercedes Auteri
Mercedes Auteri (Catania, 1977) ha conseguito un Dottorato di ricerca in Storia dell'Uomo, delle Società e del Territorio, con tesi storico-artistica, e un Master in Turismo Culturale Sostenibile e Comunità Locale, con tesi in Museologia. Ha frequentato la Scuola Interuniversitaria di Specializzazione per l'Insegnamento della Storia dell'Arte. Membro della Commissione Educazione di ICOM, International Council of Museum. E' curatrice freelance e autrice di saggi e articoli. Ha seguito e tenuto diversi corsi di Didattica museale, Museologia e Storia dell'arte in Italia, Svizzera, Francia, Tunisia, Irlanda, Stati Uniti e Messico.
  • Interessantissima storia. Davvero bravi.

  • Carlo D’Orta

    Molto interessante, complimenti. Ma perché non pubblicate più spesso articoli di questo livello?

  • Gran bell’articolo, molto interessante!